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e così alla casa sul lago è arrivata y.
y. viene dalla russia, ma non dalla russia e basta: dalla siberia, proprio. ci tiene a farmi sapere, y., che in siberia non ci sono solo gli orsi, ma anche le foreste, le zanzare e le ragazze che poi vengono a studiare in merluzzistan. e c’è il ghiaccio sotto la terra, anche. perenne.

un bel posticino, la siberia.

ieri sera io e y. siamo andate a bere una birra, che poi sono diventate due perché tanto lei aveva fatto una cena abbondante. io non avevo cenato, invece, e prima ancora di non cenare avevo corso per più di sei km (sì, lo so: mi sto lentamente trasformando in una danese. tra un po’ mi crescerà un rospo in gola e poi dopo, quando non si capirà più un accidente di quello che dico, la mutazione sarà completa), e prima ancora di correre per più di sei km avevo fatto un corso di due giorni sugli usi e costumi danesi (”meet denmark”, il nome del corso), in un posto che si chiama næstved e in cui ci sono, a occhio e croce, più pub che non abitanti. il fatto poi che gli autoctoni vadano tutti a dormire alle 20:30 pone un sacco di domande sulla clientela dei locali, in effetti. io e pochi altri coraggiosi abbiamo attirato su di noi l’ira funesta della donna delle pulizie, perché alle 22:30 (!!!) stavamo ancora facendo delle chiacchiere nel salottino dell’albergo, e invece lei non vedeva l’ora di passare l’aspirapolvere e andare a dormire il sonno dei giusti.
comunque, l’apice del corso (obbligatorio e pagato dall’università, ma in fondo i danesi sono strani forte) è stato l’assaggio dei prodotti tipici danesi, vale a dire una sequenza di formaggi (e il formaggio ai gamberetti va oltre qualsiasi definizione, ve lo assicuro), aringhe, uova di non so bene che pesce, carne e liquirizia, il tutto innaffiato dalla birra tipica di un’isola in cui il dialetto è talmente dialetto che il danese nemmeno lo capiscono, da una bevanda gassata rossa che al primo sorso mi ha cariato metà dei denti e al secondo m’ha fatto venire il diabete, e dall’immancabile caffelatte. l’obiettivo era, of course, non vomitare, e però sia io che la collega tedesca abbiamo rischiato più di una volta di mancarlo. anche perché questo tour de force gastronomico ci è stato propinato all’inizio della lezione del pomeriggio, subito dopo pranzo.
la collega tedesca il primo giorno m’ha detto, strano che te che sei italiana ascolti i radiohead, pensavo che in italia ascoltaste tutti roba tipo enrique iglesias.

(ecco che vomito per davvero)

ascoltare è il verbo sbagliato, le ho detto io. la sottoscritta a-do-ra i radiohead, e per inciso nutre pure un’insana passione per quello stortone del loro cantante. e comunque a me dà l’orticaria anche la pausini, sappilo.
è così che abbiam fatto amicizia, io e la collega tedesca.

tra poco più di una settimana, a roskilde ci sarà il festival omonimo, che è assolutamente l’evento della stagione: orde di danesi che fanno tutto quello che la loro imperterrita danesità normalmente proibisce loro di fare, oltretutto coperti di fango fino alle orecchie (di solito piove, per il roskilde festival). la regola è: what happens in roskilde stays in roskilde, e io sto quasi pensando di andare, anche perché alla fine il programma è un signor programma (come sempre, del resto. l’anno scorso ci han suonato i radiohead, per dire, ma ovviamente la fortunata qui era già tornata in italia).

per quanto riguarda il lavoro, poi, tutto bene, grazie. pare che nel giro di un paio di settimane io debba spiegare a due studenti delle scuole superiori una cosa che non so bene neanche io, per convincerli a iscriversi al dtu. la catastrofe è imminente, lo sento. per il resto, le ultime giornate (lavorative) le ho passate a cercare di definire alla meno peggio il programma di un corso che pare mi vedrà coinvolta in qualità di inquisitrice spagnola italiana, vale a dire che agli studenti verrà assegnato di volta in volta del materiale da studiare, e la sottoscritta dovrà interrogare ’sti poveri cristi, che spero non scoprano mai che il programma l’ho fatto io. nel caso, portatemi dei fiori al camposanto, di quando in quando.

no, be’, vivere attaccata all’ospedale è bellissimo. vuoi mettere l’emozione di svegliarti a metà della notte con quella vaga sensazione di bombardamento imminente, ogni volta che l’elimedica praticamente ti atterra in testa? yuk yuk, uno spasso senza eguali.
oltretutto, non è nemmeno un ospedale qualsiasi: bisogna portargli rispetto.

comunque. in caso sentiate i miei urli fino in italia, è perché i miei genitori mi hanno telefonato — ancora una volta — per comunicarmi che da voi si muore di caldo. qui piove, grazie per l’interessamento, e tira un cacchio di stracacchio di vento. il risultato è che da una settimana almeno la mattina sono già fradicia che ancora non sono uscita di casa. pensate in che condizione posso essere, quando arrivo in ufficio.
oggi, poi, il colmo dei colmi: mi si era appena distrutto l’ombrello, cosa questa che contribuiva al mio stato d’animo per così dire entusiasta, e insomma ero lì bella inzuppata che aspettavo che il semaforo si degnasse di diventare verde, imp(r)egnata più che altro a tirare giù dal cielo quanti più santi possibile — con precisione chirurgica, i must say —, quando, di punto in bianco, smette di diluviarmi in testa. non faccio nemmeno in tempo a girarmi che mi trovo davanti un ragazzo che è tutto un sorriso, il quale mi sta riparando col suo ombrello (voi non avete idea di quale e quanta audacia sociale sia richiesta a un danese, riservato per definizione, per arrivare a tanto). ora, confesso che il passaggio in cui la sottoscritta diventa parte integrante del video di daniel powter me lo sono persa, però vorrei mettere a verbale che amo la danimarca, in caso non si fosse capito.

(per la rubrica la posta del cuore, ci tengo a far sapere alle amiche adelina e guendalina che a) sì, lui era bello, b) no, non so come si chiami, e c) no, non c’è stato alcuno scambio di numeri di telefono)

a parte questa breve parentesi cinematografica, la giornata è stata relativamente tranquilla, con picchi di esaltazione in corrispondenza di un seminario che traboccava chimica da tutte le parti e di una mail in cui un collega mi segnalava tutta una serie di modi in cui l’ottica può essere applicata alla produzione e al controllo di qualità dei vini (al solo scopo, sia detto, di fornirmi validi aneddoti con cui deliziare parenti e amici), e picchi di angoscia profondissima e dolore intenso in corrispondenza di un seminario che grondava chimica da tutte le parti e dell’atroce scoperta che oggi non ci sarebbe stato il friday bar.
dunque, il friday bar. il friday bar consiste in uno degli it supporter (o affiliato agli it supporter, non ho ben capito), che tutti i venerdì alle 15:00 arriva in facoltà con due/tre tipi diversi di birra alla spina (rigorosamente home made, la produce non so bene chi da qualche parte dentro al campus universitario), e la prima birra è sempre offerta dal dipartimento.
ripetete insieme a me: il friday bar è il bene.

a tempo perso, sto cercando di organizzare un’uscita spiaggistica coi colleghi per la sera della vigilia di sankt hans, che poi è una scusa per bere, e oggi un danese ha pensato bene di fare il simpatico e mi ha detto, io fossi in te starei attenta, eh, che quella notte lì le streghe le bruciano. qualcuno per favore può mica ricordarmi perché vado in giro a dire che amo tanto i miei colleghi?

Merluzzistan for Dummies is a mini-series created by annika for SettePerUno’s 2009 spring/summer season. The series premieres on June 6, 2009, and will have only four episodes.
The series is set in Copenhagen, Denmark, where it was also written during May 2009. The main character was not told about her misadventures until each script was given.

Cast and characters

Main Cast

annika as herself (S01E01-04)

Guest-Stars

God as the flag-dropper (S01E01)
the Little Mermaid as an awful national monument (S01E01)
Hamlet as the happy guy (S01E01)
the Gremlins as the italians (S01E02)
Napoleon as a part of the famous bread conjecture (S01E02)
Achille as the son of a bitch (S01E04)
Thom Yorke as the love of her life (writer’s cut special edition)
Vlad the Impaler as the best character EVER (writer’s cut special edition)

Co-Stars

annika’s danish teacher as the one who needs new glasses (S01E03)
aigor as annika’s neuron-in-chief (S01E03)

Development

In May 2009 SettePerUno ordered a stand-alone pilot presentation of the project. In May 2009 the show was written, with mumblemichele coming onboard as an advice-giver and hobbit83 and deinè as raw-drafts readers. The whole writing process was supervised by blondeinside, who also worked as a drafts reader during the last phase of the project, together with valu.

Plot

The series was described by the writer and executive producer annika as “Lonely Planet meeting Un pesce di nome Merluzzo“.

Annika returns to Merluzzistan for a PhD in photonics, almost one year after her departure. Many things have changed, in the meantime, and many others have not. Lots of surprises are waiting for her, and her return to Merluzzistan marks the starting of a brand new series of weird adventures which will take her far beyond the boundaries of understanding and immagination.

Merluzzistan for Dummies, every Saturday on SettePerUno.

Don’t miss the season premiere of Merluzzistan for Dummies on Saturday, June 6. Only on SettePerUno.

io da grande farò la segretaria. grandioso, e della laurea in ingegneria che cosa te ne fai? un fico secco non lo so, prometto che ci penso.

è che nella vita bisogna sempre avere un piano b, giusto?, e secondo me come segretaria sarei molto efficiente, io. magari una di quelle segretarie che la gente va in giro a dire che sono sprecate, come semplici segretarie. sarebbe una bella soddisfazione, no? pensandoci bene potrei anche saltare a piè pari la fase in cui fallisco miseramente il piano a, che poi sarebbe la carriera da ricercatrice, e passare direttamente alla fase in cui il genere umano mi acclama come miglior segretaria EVER. why not.
è che certi sogni mi si son fatti piccoli addosso, col tempo, come i miei vestiti di bambina. oddio, a dire il vero a me per il primo compleanno (sì, proprio quello in cui ho spento la candelina con la mano) regalarono una felpa che mi andava bene quando ne avevo undici, di anni. lungimiranza, si chiama. oppure scambio di pacchetto regalo, non è ben chiaro. comunque. ho ancora sogni così più grandi di me che ci posso fare la traversata oceanica dentro. poi invece ce ne sono altri che un bel giorno li ho messi in lavatrice e ne è uscita fuori una segretaria. e avevo anche usato l’ammorbidente.

c'mon baby light my fire

c'mon baby light my fire


la scrivente, sia ben chiaro, ha il massimo rispetto per le segretarie, così come per gli astronauti e le mogli dei radiohead e tutte le altre professioni che intende svolgere, da grande.

e fu così che oggi apparve in dipartimento, di proprietà e a uso esclusivo del mio gruppo di ricerca, una macchina per caffé espresso. gentilmente sponsorizzata dai capi, entrambi danesi, è stata acquistata su idea di due colleghi, danesi anch’essi.
it’s the end of the world as we know it. and porca miseria quanto i feel fine.

(la cattiva notizia è che all’inaugurazione ufficiale, con tanto di torta, i colleghi si son fatti fuori praticamente tutte le cialde omaggio — per non parlare della torta —, e così fino alla prossima settimana la suddetta macchina espresso fungerà unicamente da complemento d’arredo. be’, in effetti contribuirà anche all’aumento esponenziale della nostra figosità agli occhi di tutti quelli esterni al gruppo, il che non mi pare poco. comunque. la sottoscritta non ha potuto prendere parte alle gozzoviglie varie perché nel mentre si trovava fuori a pranzo, non avendo in precedenza potuto mangiare con i colleghi perché impegnata in laboratorio. sì: nel progetto di un altro)

e così sono andata al concerto della torrini. la torrini ha un migliore amico che è pettinato come se avesse un albero tra i capelli, io non lo sapevo mica. alla torrini non gliel’ha detto nessuno che carnevale è passato da un pezzo, e infatti è salita sul palco vestita da heidi, e teneva in una mano una tisana e nell’altra un bicchiere di vino bianco. beveva un po’ di qua e un po’ di là. la torrini ha esagerato col whisky, una volta, e insieme col suo amico che ha un albero nei capelli ha scritto una canzone reggae che però poi il giorno dopo non se la ricordava proprio. gliel’ha dovuto dire il suo amico, alla torrini, che aveva scritto una canzone reggae. la torrini scrive delle canzoni belle anche quando è sbronza, pensa te. la torrini è scoppiata a ridere in mezzo a una canzone, a un certo punto. doveva dire, i will always love you, e invece è scoppiata a ridere. ho pensato che probabilmente è innamorata davvero, la torrini. la torrini una volta si è innamorata di un tipo e gli ha scritto una canzone, e lui si aspettava una roba alla leonard cohen e invece proprio no, e secondo me gli è piaciuta lo stesso. oppure è uno stupido, ma non credo. la torrini una volta ha scritto una canzone su un tipo che beveva troppo, e un sacco di amici suoi poi l’han chiamata per sapere se la canzone parlasse di loro, e in fondo la torrini è mezza islandese, e secondo me in islanda è una noia mortale e allora o bevono oppure cantano. in finlandia inventano i sistemi operativi, invece. anche dopo che il concerto è finito io non la smettevo di cantare my heart is beating like a jungle drum e allora i miei amici mi han portata a bere e dopo che abbiam fatto fuori otto birre in tre cantavano pure loro, e però io ero particolarmente contenta perché uno di loro, che è polacco, mi ha detto che la torrini è simpatica ma così simpatica che secondo lui dovrebbe essere italiana del tutto, e non solo per metà.


ps
i video son quelli del concerto di copenhagen, eh. però quello della canzone è armini, non armani.

l’attentatuni

Falcone da parte sua racconta con un certo divertito compiacimento le battute del tempo del maxiprocesso. “Mi viene a trovare a casa il collega Paolo Borsellino. Giovanni, mi dice, devi darmi immediatamente la combinazione della cassaforte del tuo ufficio. E perché? Sennò quando ti ammazzano come l’apriamo?”.

[dal prologo alla prima edizione di Cose di Cosa Nostra, di Giovanni Falcone e a cura di Marcelle Padovani]

e oggi sono diciassette.

è vero: ho la scrivania che s’alza e s’abbassa elettricamente, lo schermo piatto grande come me e un fondo fiduciario triennale in cancelleria da ufficio. tutto molto fico, oh yeah. lunedì prossimo, poi, dopo il lavoro andrò a mangiare una pizza (sort of) e poi al cinema coi colleghi, che detta così non parrebbe nemmeno una roba troppo danish, non fosse che le due attività verranno svolte rigorosamente in questo ordine. e il film comincia alle 18:30. pare che star trek sia in leggero vantaggio su hanna montana, al momento, e se cercate una faccia dispiaciuta non guardate me.

la prima gallina che lunedì mi augura una buona digestione la centrifugo in lavatrice, sia messo a verbale. non è nemmeno mia, la lavatrice.

per la cronaca, il mio primo giorno di lavoro non è stato granché entusiasmante, se non per il fatto che mi han portato un computer senza schermo e che il tizio dell’IT support c’è pure rimasto male, quando se n’è accorto. oh, shit. è arrivato un’ora e mezza dopo, lo schermo, però appunto è molto bello.
pranzo tradizionale danese: panino. caffè ammmerrigano come se piovesse. pioveva.

il secondo giorno di lavoro ha visto dei miglioramenti sostanziali: avevo già un computer, tanto per cominciare. schermo compreso. mi han dato della roba da studiare e un laser a 532nm. mi han detto, vai in laboratorio e fai quello che sai fare. quello che so fare è: attaccare il laser alla corrente, accendere il laser, osservare compiaciuta la luce verde che esce dal laser, spegnere il laser, staccare il laser dalla corrente, riportare il laser a chi di dovere. tutto molto the big bang theory, se non che non sono bionda e non posso fare penny.

fossi stata bionda, mi toccava scrivere: se non che non sono gnocca e non posso fare penny.

ho detto, facciamo un passo indietro. gli occhi del capo hanno detto: brava, fai un passo indietro. e poi un altro e un altro ancora, fino a che non oltrepassi la porta. e poi chiudila, magari. ha detto, il capo: non c’è nessun problema.
amo la danimarca, si sappia.

later on. pranzo tradizionale danese: panino. caffè ammmerrigano come se piovesse. pioveva. torta al cioccolato, ancora stiamo cercando di capire per festeggiare cosa. nel dubbio che non ci fosse niente da festeggiare, ce la siam mangiata in fretta e con la faccia di chi sa cosa si festeggia.

il terzo giorno di lavoro è domani, ancora non so come andrà. dovrei avere ancora un computer, comunque, e azzardando delle previsioni posso dire: pranzo tradizionale danese: panino. caffè ammmerrigano come se piovesse. se non piove è meglio.

venerdì è festa nazionale. non so bene di cosa, ma partecipo sentitamente.

ah, l’opinione pubblica vuole sapere: vivo con la figlia illegittima di star trek. mi tratta come una stupida e però mi ha rivelato tutti i segreti della casa, tranne che la manopola azzurra della doccia apre l’acqua calda e quella che normalmente giro io invece no. indossa solo tute nere aderenti e lucide, e la prima volta che si mette i capelli dietro alle orecchie prometto che ne controllo la forma.

dicono che il sidro alla mela sia la bevanda dell’estate. non si è capito bene di che anno, però sapevatelo.

è che io non ci sono, lì dentro. non lo faccio apposta, solo è un’abitudine, una delle tante, e allora non devo impegnarmi o concentrarmi o fare uno sforzo di qualsiasi tipo. sovrappensiero mi chiamo, non mi rispondo, e cerco e mi cerco ma mai che mi trovi. sempre meno, dovrei dire: mi trovo sempre meno. e se anche mi sfilo questa coperta che mi han buttato addosso, se anche la afferro alle due estremità e la scuoto forte, non c’è un solo pezzo di me che cada a terra. ci avevo sperato, confesso: ci avevo sperato. e le persone parlano e parlano e si prendono cura di me con la voce, la loro piccola voce che mi avvolge e mi penetra come una lingua — lunga, liquida — dentro alle orecchie al naso alla gola, che assaggia il sapore del cuore (manca di sale) e poi spunta a divaricarmi le gambe. che chiede e risponde e che vuole sapere, dice di me ma parla soltanto di sé. io non ci sono, lì dentro. non in una singola parola. e dentro di me nemmeno, probabilmente; ho provato a strappare la pelle, smontare e riassemblare il corpo — mi sono avanzati dei pezzi — ma di me nessuna traccia. mi sono nascosta bene, a quanto pare, e non lo faccio apposta, no, ho proprio dimenticato la combinazione e dove ho messo la chiave. qual è la parola d’ordine. ci sono giorni, però, in cui vorrei trovarmi le mani e la fronte e i piedi di qualcuno che non sono io dentro ai polmoni, o al fegato o alle ovaie. cioè: vorrei avermi a disposizione, specie quando fuori non fa troppo freddo, e che senza scarpe e senza lacerarmi la pelle qualcuno mi bussi piano sullo sterno — prego: è aperto. è aperto? —, che faccia un passo ed entri. che si trovi a suo agio, seduto sulla cassa toracica, e che non mi aggiunga altro peso, perché da sempre ho qualche problema con la mia dimensione nel mondo. non una coperta, non fuori: dentro.

mi chiedo se avrebbero voglia di starmi a sentire, dovessi star male davvero.

ho canzoni che mi innamorano le orecchie, libri che mi innamorano gli occhi, terre che mi innamorano il cuore. le persone, di solito, m’innamorano la testa, e a volte gli occhi e le orecchie e la lingua e le mani e il naso, e il cuore alza le braccia alza lo sguardo e s’arrende, allora, bandiera bianca bandiera rossa e come un toro m’inseguo il sangue, dentro. altre volte sono i muscoli delle gambe o le articolazioni delle spalle — la scala delle vertebre lungo la schiena — che amplificano il battito per primi, e ancora il piede non ha svegliato la grancassa.

silenzio, per un istante, ma non ho avuto paura. mi sono addormentata dentro a un corpo vuoto, dentro un corpo spento, ma poi ho riattaccato la corrente e son tornata a vibrare a vociare a vocalizzarmi le consonanti: sono tornata verticale. son tornata, perché non avevo ancora finito. e ho pensato che tutti i baci hanno lo stesso sapore anche se hanno gusti diversi, e che certi ti restano attaccati ai denti come il chewing gum quando ero bambina, e ho pensato che so fare solo i palloncini che non si masticano, io, quelli che si riempiono con l’aria che avanza e che al massimo sanno di plastica. le bolle di sapone e i giri su me stessa, so fare, i cerchi col bicchiere e le facce che ridono sul vetro appannato. mi terrò intera, seppure disassataha detto, disossata —, e forse cercherò un po’ di magia che mi sostenga quando lo scheletro si farà liquido. ho imparato la casa a occhi chiusi e ho cercato di scrivere con la sinistra, intanto, ma se la voce mi si rompesse non saprei parlare a gesti. e ci sono state notti in cui ti ho ritrovato nell’attesa tra i miei piedi freddi e la consolazione della coperta, sempre in ritardo sul mio dolore, sempre in anticipo sul tuo stupore. e ci sono pomeriggi in cui ti penso di meno, serate in cui ti abbasso il volume, ci sono parole che mi sembra parlino di me e invece ci sei tu rannicchiato dentro, e allora mi dico che te lo devo, che ogni tanto ti ho disertato, sì, desertato mai, e che anche se la vita ci ha messo il becco e mi ha messo in bocca queste parole che non vuoi sentire, non posso non voltarmi a salutarti con la mano, a dirti grazie, a rispondere prego e a pregarti — fingendo quel sorriso che da sempre ti innamora il cuore — che quella minaccia diventi una promessa, presto o tardi.

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

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