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siccome siamo davvero parecchio avanti, abbiamo deciso di lanciarci in un aggiornamento a dir poco spericolato della pagina internet del gruppo di ricerca. del resto ne converrete con me, da numero zero contenuti a numero pochi contenuti, il miglioramento è sostanziale (epsilon è comunque maggiore di zero, usava dire un mio docente). il mondo è adulto abbastanza, abbiamo decretato, per sapere cosa facciamo quando non perdiamo tempo su facebook.
comunque. ci siamo dati appuntamento a casa del capo, il quale ha pensato bene di cominciare a umiliarci facendoci giocare a sarabanda con (abbiamo scoperto poi) la colonna sonora di toy story 2. visto che nessuno di noi ricercatori zucconi aveva la più pallida idea di che roba fosse (a riprova che la ricerca è quanto mai inutile), siamo passati alle colonne sonore dei film della walt disney, e lì io e il mio collega cinese abbiamo steso tutti, azzeccando il re leone, la sirenetta e la bella e la bestia uno dopo l’altro. c’è da dire che il repertorio musicale del capo è piuttosto interessante: dai doors a katy perry, passando per una sottospecie di metal e per il greatest hits di eros ramazzotti (che ha messo su appositamente per me, pare), non manca niente. son cose.

quei matti dei miei colleghi stan cercando di convincermi ad andare a parigi con loro, la prossima estate. bella idea, certo, non fosse che ci vanno in bici. io, il massimo che posso fare è andare a parigi in aereo e poi mettermi ad aspettarli sotto l’arco di trionfo con la bandierina danese in mano, cariandomi i denti con un dolce alla cannella per puro spirito patriottico. anche perché quei matti dei miei colleghi mi han già quasi convinta a correre la mezza maratona lungo il ponte che collega danimarca e svezia (le mie motivazioni sono schifosamente turistiche, si sappia. quando mi ricapita di poter fare l’øresundsbro a piedi?), la prossima estate, e già solo per il fatto di aver preso in considerazione la cosa, andrei internata all’istante, dritto e senza neppure passare dal via a ritirare le ventimila lire.

nella top five degli episodi da non dimenticare, poi, mi sento moralmente obbligata a includere il tentativo (perfettamente riuscito, devo dire), da parte di alcuni colleghi (uomini), di preparare una torta al cioccolato. dialoghi come
– ma quanto burro ci devo mettere?
– secondo la ricetta, 333.33 grammi
ti restano nel cuore, c’è poco da fare.

io poi c’ho un cuore da zdora romagnola, basta niente a commuovermi.

come la sottoscritta sia finita a posare per una foto ufficiale, sdraiata sul pavimento dello spogliatoio maschile del dipartimento e con la testa appoggiata su una lampada, è una di quelle domande che ho imparato a non farmi. un’altra è come sia possibile che, dopo anni e anni passati a evitare la chimica come fosse la peste bubbonica, io sia finita a lavorare in un progetto impregnato di chimica organica fino al midollo osseo.

comunque. ieri un danese ha cercato di convincermi che le torri di bologna sono quattro. mi sa che non ti ricordi bene, mi ha detto, io ci sono anche salito, su una delle quattro. era storta. ho tuttavia deciso di ignorare questa sua affermazione, avendolo precedentemente visto prendere a nomi lo schermo di un computer spento per un paio di minuti buono, perché non gli visualizzava niente. per inciso, quest’uomo sente la necessità di dar voce alla barra di avanzamento delle applicazioni windows, emettendo ogni volta versi non ben definibili (ma a volume crescente) fino al completamento dell’operazione. quando non sono impegnata a immaginare la sua testa che colpisce ripetutamente lo spigolo del tavolo, con tarantiniano spargimento di sangue, lo adoro.

non fosse altro, questi cinque mesi di ph.d. hanno finalmente chiarito il mio ruolo all’interno della società civile, eleggendomi a sbriga menate dell’ultimissimo minuto et scribacchina dell’inverosimile. pur nutrendo qualche serio dubbio sull’intelligenza del brevettare un’idea giustificata da numero zero risultati sperimentali — che è un po’ come cercare di vendere una casa su un pianeta superfico che non sappiamo ancora se esiste —, riconosco che essere del tutto inutile (alla società civile) poteva essere molto ma molto peggio.

(per la prima volta nella mia vita ho trovato un mio personalissimo posto nel mondo. se continuo a mangiare pane e maionese a questo ritmo, prevedo di quadruplicarlo entro breve tempo)

nel corso dell’ultimo mese, poi, ho appurato che se metti una fanatica di letteratura americana contemporanea a parlare di libri con uno statunitense, essa non troverà un solo libro, tra i suoi preferiti, che l’altro abbia anche solo sentito nominare. ah, un’altra cosa che ho imparato è che quando uno statunitense ti telefona e ti chiede what’s up?, la risposta esatta è: nothing. non escludo però che anche forty-two sia legalmente valida, magari la prossima volta provo e vedo che succede (douglas adams era britannico, in fondo. ho qualche speranza).

il corso di danese pare vada bene, almeno per quanto riguarda le uscite a elevato tasso alcoolico con i miei compagni di classe. la regola empirica è che dopo una birra si diventa più fluenti in inglese, dopo due viene abbastanza bene anche il danese, e se poi si fa il pari con un paio di mojito si può pure tentare la sorte con una terza lingua europea a scelta. in caso il secondo di questi mojito venga ingerito nel giro di quattro minuti — ecco il tuo mojito, cara cliente. ah, già che siam qui ti dico anche, cara cliente, che tra cinque minuti chiudiamo baracca e burattini e andiamo a dormire il sonno dei giusti, cosa che mi sento di raccomandarti caldamente, cara cliente, specie dopo che ti sarai trangugiata cotanto mojito in, fammi vedere, quattro minuti adesso. ti ringraziamo per la preferenza accordataci, torna presto a trovarci, adieu —, a distanza di minuti quindici dal precedente, non c’è lingua dell’universo conosciuto che non si riesca a padroneggiare con abilità.
e comunque, no, quella che parlava con un cane non ero io.

la figlia illegittima di star trek è impanicata persa perché y. le ha detto che il suo pc fa rumore per via dello sporco che c’è dentro, anche se in realtà lei ha capito che il problema è che il computer è lento, per via dello sporco che c’è dentro. ora, il computer non è né lento né rumoroso (né tantomeno sporco), però attualmente convivo con due donne intenzionate a pulirlo con l’aspirapolvere. questo per farvi un sunto veloce dell’aria che tira alla casa sul lago. un sunto un po’ meno veloce prevedrebbe la mia entrata in scena in quanto ripara-menate-informatiche di fiducia (altrimenti detta “colei che conosce posti nel computer che io mai avrei immaginato”, laddove il task manager è uno dei sopracitati posti del computer) alle prese con un dizionario, un sistema operativo in danese e una coinquilina/padrona di casa (la figlia illegittima di star trek, appunto) che manda mail a se stessa, ma siccome a natale non manca poi molto (qua piove da due settimane, dev’essere come minimo novembre) per questa volta sarò buona e ve lo risparmierò.

al lavoro, anche, tutto bene. la settimana con gli studenti delle scuole superiori è filata via liscia come l’olio, perlomeno se si escludono lo svenimento di uno dei ragazzi durante una delle esperienze di laboratorio, il fallimento totale della stessa e il fatto che per cinque giorni tutti attorno a me abbiano parlato solo ed esclusivamente danese (con me, pure, e a questo punto comincio ad avere dei seri dubbi sull’efficacia della mia famosa espressione da “sono certa che quello che mi stai dicendo è tutto estremamente interessante, peccato solo che io non stia capendo un’emerita fava”). però almeno ho evitato la foto di gruppo, e poi una sera siamo andati al parco divertimenti tutti assieme, e sono anche salita — incredibile ma vero! — su una di quelle giostre paurosissime in cui ti rendi conto che se l’essere umano è fatto per stare con la testa su e i piedi giù, be’, probabilmente esiste un motivo valido. passerà alla storia il mega spavento preso da me, collega e capo sulla giostra dei bambini (tipo castello dell’orrore, con finti mostri che sbucano fuori da tutte le parti, insomma), mentre appunto i bambini (quelli veri) ci guardavano con commiserazione.

siccome poi non sono del tutto sana di mente — tell me something i didn’t know already — ho accettato di correre la dhl, vale a dire una staffetta 5×5 da disputarsi all’inizio di settembre. in attesa di trovare un’anima pia disposta a spararmi in fronte al terzo chilometro, ponendo così fine al mio dolore e alle mie atroci sofferenze, mi alleno con i colleghi, che sono praticamente tutti uomini e che quindi corrono come neanche speedy gonzales ai tempi d’oro, e questo spiega perché a fine allenamento (quando sono arrivata anch’io, cioè, e loro han già fatto anche la doccia) io non sia più in grado d’intendere, né tantomeno di volere alcunché. il trucco per andare veloce, comunque, è renderti conto che sta per piovere e che hai lasciato a casa l’asciugacapelli (us women, we’re all so, uh-uh, barbieinside).

ad agosto riprendo le lezioni di danese, con un’insegnante che quando la segretaria della scuola di lingue mi ha detto come si chiama, nome e cognome, io ho capito solo gt. tutto attaccato. cominciamo bene. un collega, d’altro canto, s’è messo in testa che vuole imparare l’italiano, e in macchina tiene un audiocorso che gli insegna a dare del lei a chiunque. inevitabile, quando si presenta in ufficio da me all’ora di pranzo (dopo la triplice bussata con triplice ripetizione del mio nome, alla sheldon cooper) e chiede, lei vorrebbe mangiare?, che io mi guardi attorno e gli risponda, lei chi?

studiare ottica, ho scoperto, toglie un po’ di poesia alla vita. è che gli arcobaleni, per esempio, o anche i miraggi nel deserto, sono cose magiche che in fondo non lo vuoi davvero sapere, com’è che nascono, e anche il colore del cielo all’alba o al tramonto, o il fatto che se metti una cannuccia nell’acqua (o un piede nel mare) ti sembra che sia interrotta, spezzata in due, be’, son cose che quando le guardi preferiresti di gran lunga rimanere con la bocca aperta e la faccia da idiota, piuttosto che farti venire in mente delle equazioni differenziali. l’ingegneria lavora dentro di te, mi disse una volta un docente. è vero, porca miseria, e infatti da qualche mese a questa parte anche la copertina di the dark side of the moon non è più la stessa.

la mia coinquilina russa, arrivata in danimarca venti giorni fa, ha già trovato un fidanzato. danese.
una sera, mentre cercavo di spiegarle che tre appuntamenti con tre uomini diversi, rimediati durante le prime due settimane, sono una media di tutto rispetto (non era del tutto soddisfatta, lei), mi ha guardata con gli occhi fuori dalle orbite e poi mi ha chiesto, cioè vuoi dirmi che sei qui da due mesi e non sei ancora uscita con un danese?!

(dopo quante iterazioni della sequenza “esco con i miei amici/la sera vado a correre/i danesi sono timidi/non do confidenza agli ubriachi/le cavallette” supero ufficialmente la soglia del ridicolo?)

e così alla casa sul lago è arrivata y.
y. viene dalla russia, ma non dalla russia e basta: dalla siberia, proprio. ci tiene a farmi sapere, y., che in siberia non ci sono solo gli orsi, ma anche le foreste, le zanzare e le ragazze che poi vengono a studiare in merluzzistan. e c’è il ghiaccio sotto la terra, anche. perenne.

un bel posticino, la siberia.

ieri sera io e y. siamo andate a bere una birra, che poi sono diventate due perché tanto lei aveva fatto una cena abbondante. io non avevo cenato, invece, e prima ancora di non cenare avevo corso per più di sei km (sì, lo so: mi sto lentamente trasformando in una danese. tra un po’ mi crescerà un rospo in gola e poi dopo, quando non si capirà più un accidente di quello che dico, la mutazione sarà completa), e prima ancora di correre per più di sei km avevo fatto un corso di due giorni sugli usi e costumi danesi (“meet denmark”, il nome del corso), in un posto che si chiama næstved e in cui ci sono, a occhio e croce, più pub che non abitanti. il fatto poi che gli autoctoni vadano tutti a dormire alle 20:30 pone un sacco di domande sulla clientela dei locali, in effetti. io e pochi altri coraggiosi abbiamo attirato su di noi l’ira funesta della donna delle pulizie, perché alle 22:30 (!!!) stavamo ancora facendo delle chiacchiere nel salottino dell’albergo, e invece lei non vedeva l’ora di passare l’aspirapolvere e andare a dormire il sonno dei giusti.
comunque, l’apice del corso (obbligatorio e pagato dall’università, ma in fondo i danesi sono strani forte) è stato l’assaggio dei prodotti tipici danesi, vale a dire una sequenza di formaggi (e il formaggio ai gamberetti va oltre qualsiasi definizione, ve lo assicuro), aringhe, uova di non so bene che pesce, carne e liquirizia, il tutto innaffiato dalla birra tipica di un’isola in cui il dialetto è talmente dialetto che il danese nemmeno lo capiscono, da una bevanda gassata rossa che al primo sorso mi ha cariato metà dei denti e al secondo m’ha fatto venire il diabete, e dall’immancabile caffelatte. l’obiettivo era, of course, non vomitare, e però sia io che la collega tedesca abbiamo rischiato più di una volta di mancarlo. anche perché questo tour de force gastronomico ci è stato propinato all’inizio della lezione del pomeriggio, subito dopo pranzo.
la collega tedesca il primo giorno m’ha detto, strano che te che sei italiana ascolti i radiohead, pensavo che in italia ascoltaste tutti roba tipo enrique iglesias.

(ecco che vomito per davvero)

ascoltare è il verbo sbagliato, le ho detto io. la sottoscritta a-do-ra i radiohead, e per inciso nutre pure un’insana passione per quello stortone del loro cantante. e comunque a me dà l’orticaria anche la pausini, sappilo.
è così che abbiam fatto amicizia, io e la collega tedesca.

tra poco più di una settimana, a roskilde ci sarà il festival omonimo, che è assolutamente l’evento della stagione: orde di danesi che fanno tutto quello che la loro imperterrita danesità normalmente proibisce loro di fare, oltretutto coperti di fango fino alle orecchie (di solito piove, per il roskilde festival). la regola è: what happens in roskilde stays in roskilde, e io sto quasi pensando di andare, anche perché alla fine il programma è un signor programma (come sempre, del resto. l’anno scorso ci han suonato i radiohead, per dire, ma ovviamente la fortunata qui era già tornata in italia).

per quanto riguarda il lavoro, poi, tutto bene, grazie. pare che nel giro di un paio di settimane io debba spiegare a due studenti delle scuole superiori una cosa che non so bene neanche io, per convincerli a iscriversi al dtu. la catastrofe è imminente, lo sento. per il resto, le ultime giornate (lavorative) le ho passate a cercare di definire alla meno peggio il programma di un corso che pare mi vedrà coinvolta in qualità di inquisitrice spagnola italiana, vale a dire che agli studenti verrà assegnato di volta in volta del materiale da studiare, e la sottoscritta dovrà interrogare ‘sti poveri cristi, che spero non scoprano mai che il programma l’ho fatto io. nel caso, portatemi dei fiori al camposanto, di quando in quando.

no, be’, vivere attaccata all’ospedale è bellissimo. vuoi mettere l’emozione di svegliarti a metà della notte con quella vaga sensazione di bombardamento imminente, ogni volta che l’elimedica praticamente ti atterra in testa? yuk yuk, uno spasso senza eguali.
oltretutto, non è nemmeno un ospedale qualsiasi: bisogna portargli rispetto.

comunque. in caso sentiate i miei urli fino in italia, è perché i miei genitori mi hanno telefonato — ancora una volta — per comunicarmi che da voi si muore di caldo. qui piove, grazie per l’interessamento, e tira un cacchio di stracacchio di vento. il risultato è che da una settimana almeno la mattina sono già fradicia che ancora non sono uscita di casa. pensate in che condizione posso essere, quando arrivo in ufficio.
oggi, poi, il colmo dei colmi: mi si era appena distrutto l’ombrello, cosa questa che contribuiva al mio stato d’animo per così dire entusiasta, e insomma ero lì bella inzuppata che aspettavo che il semaforo si degnasse di diventare verde, imp(r)egnata più che altro a tirare giù dal cielo quanti più santi possibile — con precisione chirurgica, i must say —, quando, di punto in bianco, smette di diluviarmi in testa. non faccio nemmeno in tempo a girarmi che mi trovo davanti un ragazzo che è tutto un sorriso, il quale mi sta riparando col suo ombrello (voi non avete idea di quale e quanta audacia sociale sia richiesta a un danese, riservato per definizione, per arrivare a tanto). ora, confesso che il passaggio in cui la sottoscritta diventa parte integrante del video di daniel powter me lo sono persa, però vorrei mettere a verbale che amo la danimarca, in caso non si fosse capito.

(per la rubrica la posta del cuore, ci tengo a far sapere alle amiche adelina e guendalina che a) sì, lui era bello, b) no, non so come si chiami, e c) no, non c’è stato alcuno scambio di numeri di telefono)

a parte questa breve parentesi cinematografica, la giornata è stata relativamente tranquilla, con picchi di esaltazione in corrispondenza di un seminario che traboccava chimica da tutte le parti e di una mail in cui un collega mi segnalava tutta una serie di modi in cui l’ottica può essere applicata alla produzione e al controllo di qualità dei vini (al solo scopo, sia detto, di fornirmi validi aneddoti con cui deliziare parenti e amici), e picchi di angoscia profondissima e dolore intenso in corrispondenza di un seminario che grondava chimica da tutte le parti e dell’atroce scoperta che oggi non ci sarebbe stato il friday bar.
dunque, il friday bar. il friday bar consiste in uno degli it supporter (o affiliato agli it supporter, non ho ben capito), che tutti i venerdì alle 15:00 arriva in facoltà con due/tre tipi diversi di birra alla spina (rigorosamente home made, la produce non so bene chi da qualche parte dentro al campus universitario), e la prima birra è sempre offerta dal dipartimento.
ripetete insieme a me: il friday bar è il bene.

a tempo perso, sto cercando di organizzare un’uscita spiaggistica coi colleghi per la sera della vigilia di sankt hans, che poi è una scusa per bere, e oggi un danese ha pensato bene di fare il simpatico e mi ha detto, io fossi in te starei attenta, eh, che quella notte lì le streghe le bruciano. qualcuno per favore può mica ricordarmi perché vado in giro a dire che amo tanto i miei colleghi?

Merluzzistan for Dummies is a mini-series created by annika for SettePerUno‘s 2009 spring/summer season. The series premieres on June 6, 2009, and will have only four episodes.
The series is set in Copenhagen, Denmark, where it was also written during May 2009. The main character was not told about her misadventures until each script was given.

Cast and characters

Main Cast

annika as herself (S01E01-04)

Guest-Stars

God as the flag-dropper (S01E01)
the Little Mermaid as an awful national monument (S01E01)
Hamlet as the happy guy (S01E01)
the Gremlins as the italians (S01E02)
Napoleon as a part of the famous bread conjecture (S01E02)
Achille as the son of a bitch (S01E04)
Thom Yorke as the love of her life (writer’s cut special edition)
Vlad the Impaler as the best character EVER (writer’s cut special edition)

Co-Stars

annika’s danish teacher as the one who needs new glasses (S01E03)
aigor as annika’s neuron-in-chief (S01E03)

Development

In May 2009 SettePerUno ordered a stand-alone pilot presentation of the project. In May 2009 the show was written, with mumblemichele coming onboard as an advice-giver and hobbit83 and deinè as raw-drafts readers. The whole writing process was supervised by blondeinside, who also worked as a drafts reader during the last phase of the project, together with valu.

Plot

The series was described by the writer and executive producer annika as “Lonely Planet meeting Un pesce di nome Merluzzo“.

Annika returns to Merluzzistan for a PhD in photonics, almost one year after her departure. Many things have changed, in the meantime, and many others have not. Lots of surprises are waiting for her, and her return to Merluzzistan marks the starting of a brand new series of weird adventures which will take her far beyond the boundaries of understanding and immagination.

Merluzzistan for Dummies, every Saturday on SettePerUno.

Don’t miss the season premiere of Merluzzistan for Dummies on Saturday, June 6. Only on SettePerUno.

io da grande farò la segretaria. grandioso, e della laurea in ingegneria che cosa te ne fai? un fico secco non lo so, prometto che ci penso.

è che nella vita bisogna sempre avere un piano b, giusto?, e secondo me come segretaria sarei molto efficiente, io. magari una di quelle segretarie che la gente va in giro a dire che sono sprecate, come semplici segretarie. sarebbe una bella soddisfazione, no? pensandoci bene potrei anche saltare a piè pari la fase in cui fallisco miseramente il piano a, che poi sarebbe la carriera da ricercatrice, e passare direttamente alla fase in cui il genere umano mi acclama come miglior segretaria EVER. why not.
è che certi sogni mi si son fatti piccoli addosso, col tempo, come i miei vestiti di bambina. oddio, a dire il vero a me per il primo compleanno (sì, proprio quello in cui ho spento la candelina con la mano) regalarono una felpa che mi andava bene quando ne avevo undici, di anni. lungimiranza, si chiama. oppure scambio di pacchetto regalo, non è ben chiaro. comunque. ho ancora sogni così più grandi di me che ci posso fare la traversata oceanica dentro. poi invece ce ne sono altri che un bel giorno li ho messi in lavatrice e ne è uscita fuori una segretaria. e avevo anche usato l’ammorbidente.

c'mon baby light my fire

c'mon baby light my fire


la scrivente, sia ben chiaro, ha il massimo rispetto per le segretarie, così come per gli astronauti e le mogli dei radiohead e tutte le altre professioni che intende svolgere, da grande.

e fu così che oggi apparve in dipartimento, di proprietà e a uso esclusivo del mio gruppo di ricerca, una macchina per caffé espresso. gentilmente sponsorizzata dai capi, entrambi danesi, è stata acquistata su idea di due colleghi, danesi anch’essi.
it’s the end of the world as we know it. and porca miseria quanto i feel fine.

(la cattiva notizia è che all’inaugurazione ufficiale, con tanto di torta, i colleghi si son fatti fuori praticamente tutte le cialde omaggio — per non parlare della torta —, e così fino alla prossima settimana la suddetta macchina espresso fungerà unicamente da complemento d’arredo. be’, in effetti contribuirà anche all’aumento esponenziale della nostra figosità agli occhi di tutti quelli esterni al gruppo, il che non mi pare poco. comunque. la sottoscritta non ha potuto prendere parte alle gozzoviglie varie perché nel mentre si trovava fuori a pranzo, non avendo in precedenza potuto mangiare con i colleghi perché impegnata in laboratorio. sì: nel progetto di un altro)

e così sono andata al concerto della torrini. la torrini ha un migliore amico che è pettinato come se avesse un albero tra i capelli, io non lo sapevo mica. alla torrini non gliel’ha detto nessuno che carnevale è passato da un pezzo, e infatti è salita sul palco vestita da heidi, e teneva in una mano una tisana e nell’altra un bicchiere di vino bianco. beveva un po’ di qua e un po’ di là. la torrini ha esagerato col whisky, una volta, e insieme col suo amico che ha un albero nei capelli ha scritto una canzone reggae che però poi il giorno dopo non se la ricordava proprio. gliel’ha dovuto dire il suo amico, alla torrini, che aveva scritto una canzone reggae. la torrini scrive delle canzoni belle anche quando è sbronza, pensa te. la torrini è scoppiata a ridere in mezzo a una canzone, a un certo punto. doveva dire, i will always love you, e invece è scoppiata a ridere. ho pensato che probabilmente è innamorata davvero, la torrini. la torrini una volta si è innamorata di un tipo e gli ha scritto una canzone, e lui si aspettava una roba alla leonard cohen e invece proprio no, e secondo me gli è piaciuta lo stesso. oppure è uno stupido, ma non credo. la torrini una volta ha scritto una canzone su un tipo che beveva troppo, e un sacco di amici suoi poi l’han chiamata per sapere se la canzone parlasse di loro, e in fondo la torrini è mezza islandese, e secondo me in islanda è una noia mortale e allora o bevono oppure cantano. in finlandia inventano i sistemi operativi, invece. anche dopo che il concerto è finito io non la smettevo di cantare my heart is beating like a jungle drum e allora i miei amici mi han portata a bere e dopo che abbiam fatto fuori otto birre in tre cantavano pure loro, e però io ero particolarmente contenta perché uno di loro, che è polacco, mi ha detto che la torrini è simpatica ma così simpatica che secondo lui dovrebbe essere italiana del tutto, e non solo per metà.


ps
i video son quelli del concerto di copenhagen, eh. però quello della canzone è armini, non armani.