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Archive for gennaio 2009

scivolosa, silenziosa – assente: sguscio fuori dalla mia vita ogni volta che faccio ritorno.
le mie scarpe indietreggiano fino a questa terra dagli occhi sordi a qualsiasi sapore, la patria delle parole che non costano o che anche quando piangono è soltanto uno spreco di acqua minerale.

tornare è per me come baciarmi la buonanotte sulla fronte e disertare metà della mia metà di letto, pagare inserire convalidare girare il titolo di viaggio o la chiave e fuggirmi incontro. ho l’incauta certezza che mi incontrerei, se solo uscissi o mi sporgessi -donna geranio- dal balcone, e per non mentirmi ancora me ne resto nascosta al centro di questa spianata che è stata il mio trampolino di lancio per -da, di- tutto, qui dove le promesse sono verdi sugli alberi e nessuno ha ancora intuito che il lavaggio spaierà necessariamente calzini, domande e risposte.

è una terra staccata da terra -un’isola-, un cielo al cielo sepolto. una montagna priva di peso, pendici, pendenza, e pure il dolore, che piove dall’occhio alla federa, fa meno male che altrove. nessuno diventa animale in questo paese dei balocchi, neppure se smonta se sventra se stesso, e la testa comunque sa sciogliere i fili annodati dal cuore attorno allo stomaco, ma forse è perché la lana dei gomitoli non stringe poi tanto.

(torno a combattere la mia solitaria guerra di contenimento: mi contengo dentro me stessa e contengo tutto il resto al di fuori. ho legato sul petto una maschera a gas, per evitare che il cuore venga contaminato, e ho ingoiato un silenziatore che mi impedisca, anche sotto la più spietata delle mie torture, di tradire me stessa. ho colato cera dentro alle orecchie, poi, in caso la voce fallisca il silenzio, e mi sono armata di nebbia per coprirmi, dovessi mai trovarmi nuda -tremante, tremolante- davanti ai miei occhi.)

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quattro mesi di autobus e scuola superiore, e quel che resta della tela bianca è il colore del tuo zainetto. gli invento un passato non troppo lontano, tua madre che dice ‘si sporcherà subito’, tu che già lo amavi prima ancora di comprarlo, e che adesso provi per lui l’inattaccabile, sgualcito amore dei compagni di viaggio. mi chiedo se dentro ci tieni un diario che è un pezzo di vita, com’era anche il mio, e quali sono le pagine che strapperesti, quali invece quelle che vorresti uguali nei diari dei prossimi anni. hai la bellezza che si impara da adulti, quella che i quindici anni non sanno vedere, le sopracciglia folte e perfette e i lunghi capelli scuri, un po’ mossi. hai la tua età timbrata addosso, una fascia di perline e l’orsetto che si tiene alla cerniera, per non caderti via. potessi credermi anche solo per un istante, verrei a dirti che tanto finisce presto e comunque non finisce mai, e ti farei un sorriso complice che non capiresti prima di altri dieci anni, ma tu ne hai solo quindici e hai tutta la storia dietro e tutte le vite che vuoi davanti, e il futuro lo guardi ancora e solo con gli occhi chiusi.

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e non capisco come appendere la mia pelle alle tue dita, come quei due girasoli tristi che aggrappati alla porta danno al cielo soltanto la schiena, e oltre il nero della microfibra e il cotone della felpa ti sento addosso come la maglietta incollata alla schiena dal gavettone di ferragosto, e dovrebbe essere bello eppure non so o non rispondo e se raccolgo il filo tra le linee del palmo suona a vuoto suona a morto, e allora premo forte con un dito per ogni estremo della pila ma il giallo della riga resta nero e il mio cuore stanca tutte e quattro le ginocchia nella corsa e piange con sei occhi almeno.

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ho fatto tre passi nella tua direzione e adesso che per inquadrarmi tutta devi muovere la testa dici che non mi trovi più in quello che scrivo. non mi sono lasciata, no, solo mi sono smontata in dettagli e ho ingrandito le singole parti affinché tu riesca a scorgere la linea interrotta del sopracciglio sinistro, le cicatrici sulle ginocchia, e se non mi vedi unica è perché mi stai imparando meglio. dai miei pochi centimetri di distanza ti apro le palpebre e racconto di me ai pigmenti dell’iride, ti appoggio sugli occhi le mie parole, ciascuna un cucchiaio e il permesso di rovistare la mia polpa -e pezzi di frutta- dentro alle spaccature che indosso ogni giorno.

[un amore per nulla astigmatico, vorrei, che sappia tenermi stretta a fuoco in macro digitale, un amore con lo zoom ottico, che sappia ingrandirmi fino a farmi vicina. vorrei un amore antiriflesso, che mi protegga dal buio della troppa luce, un amore a tratti fotocromatico, che aggiusti il mondo ai miei limiti e mi corregga per ogni mondo possibile. che tu sia per me: la lente, il vetro lavorato che si adatta a me e a me sola. ricordami, ti prego, di fare attenzione alle viti della montatura, che sono piccole e si lasciano perdere senza troppo dolore, senza fare rumore]

mi dici, non ti conosco abbastanza per guardarti così da vicino. tu guardami e vedimi e impara a conoscermi.

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vorrei: dare a tutte le mie me stessa la circolarità di un volto solo, mostrarmi tutta da qualsiasi lato mi si guardi, la pancia profanata e la fede sconsacrata, il disordine delle dieci dita e la voce che si mangia i piedi con i denti, lasciare a ogni direzione la capacità di incontrarmi intera, trovare la mano da stringere e sdraiarla al mio fianco e leccare insieme la superficie del mondo.

vorrei: ascoltare la fatica dei capelli che crescono e masticare e deglutire e digerire le catene montuose che a volte fioriscono sulla crosta del cuore, calpestare e ferire la pioggia, portare sempre rispetto ai miei peccati migliori. portarmeli addosso, i miei peccati migliori: che si vedano bene.

vorrei: fermare e tagliare e incollare certi sorrisi e certe mezzore dentro a un caleidoscopio, staccare con due mani il cavo che passa per gli occhi e sintonizzare la vista sulla risacca e il pellegrinaggio dell’onda, mettere una mano davanti alla bocca prima che le orecchie mi sentano accusare, te l’avevo detto, mordere la mano che fallisce le carezze.

vorrei: avere un luogo speciale che conosca il nome di almeno metà delle mie lacrime, avere una cassaforte in cui riporre i miei dolori importanti e tutti i colori che gli anni mi hanno contato in testa e sulle unghie, una cannuccia con cui bere via tutto il pianto in eccesso dalle gote di chi mi attraversa la vita sulle strisce pedonali e solo quando è verde, una siringa che tiri fuori il sangue cattivo dal cuore.

vorrei: lasciare che certi coltelli mi attraversino, aprire la schiena e lasciarli passare e uscire e andare dove vogliono andare, chiudere con un bacio sulla fronte i tagli che si aprono sotto la pelle, allungare una mano e pulire via la nebbia, tossire via la rabbia, starmene sotto la coperta grossa a guardare fuori dalla finestra spalancata il cielo che ci diluvia addosso.

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i sogni mi entrano dentro dal fondo del letto, hanno braccia di muscoli e vene -la forza, lo sforzo- e mani che tengono le caviglie, e risalgono le mie gambe come assalti di serpe. arrampicati sul corpo, mi piantano i canini nella fronte e iniettano il loro veleno che è corrente elettrica per il palinsesto notturno.

diceva solo, ho pianto, e in quel momento ho capito che siamo solo impasto di biscotto, io e loro e tutti e la distanza che ci tiene uniti, e se il sogno stringe il polso e la mano stringe il pugno, torniamo a essere nient’altro che farina e burro e zucchero e uova.

(poi mi sono svegliata e mi sono implorata: resta, se puoi, e non tornare in questo sogno)

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di te passata non conosco molto. tasto con la mano la parete fino a incontrare l’interruttore, e nella luce fioca trovo il coraggio per scendere il legno dei gradini, tornare indietro nella cantina di quello che sei stata e restare semplicemente in silenzio a guardarti camminare lungo il tratto di vita che hai seguito fino a oggi.
non ho un buon rapporto con gli anni lasciati alle spalle, lo sai, e mi guardo sanguinare fuori da certi miei buchi che non ho più interesse a chiudere. mi dici, vorrei inventarmi un passato per te, e da donna a donna non so smettere di innamorarmi, perché in questo spreco di ipoteche sul futuro sei la sola che distoglie lo sguardo dalle possibilità e che mi vede -adesso- nuda di sorrisi, e promesse su quelli che potresti cucirmi addosso domani non ne hai fatte mai.

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