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Archive for agosto 2007

Il cielo ha lo stesso colore rosato che ha l’acqua in cui hai appena finito di lavare una maglietta rossa che stinge. In modo più poetico, per fortuna.

Uno dei neon sfarfalla un poco, a volte.

Lei se ne sta seduta, fissando lo schermo.
Dimostra diciassette anni, forse diciotto. Ai suoi polsi un gran tintinnare di metallo e perline colorate, smalto nero sulle unghie di mani e piedi.
Pantaloncini spiegazzati e sandali consumati, e una spilletta appuntata al giubbotto di jeans.
Dimostra diciassette anni, forse diciotto appena, capelli corti e auricolari nelle orecchie. Ascolta Billy Joel, Vienna, ma da fuori mica si capisce.

Slow down you crazy child
you’re so ambitious for a juvenile
but then if you’re so smart tell me why
are you still so afraid?
where’s the fire, what’s the hurry about?
you better cool it off before you burn it out
you got so much to do and only
so many hours in a day

Dimostra diciassette anni, a malapena diciotto, e invece ne ha ventiquattro.
Ventiquattro anni, quattro mesi, otto giorni e tanti minuti quanti ce ne stanno tra le 05:25 e le 19:45.
Sta aspettando che la lancetta dell’orologio appeso alla parete compia un altro quarto di giro.
Una traslazione rigida. No, è una rotazione, invece. Una rotazione attorno a uno dei suoi estremi, per la precisione.
Aspetta che la voce metallica annunci il suo treno, il ritardo del suo treno.
Aspetta di avere altre cose da aspettare, siano esse un autobus, una telefonata o un’ora moralmente compatibile con la sua necessità di dormire un poco.

Slow down you’re doing fine
you can’t be everything you wanna be
before your time
although it’s so romantic on the borderline tonight
too bad but it’s the life you lead
you’re so ahead of yourself
that you forgot what you need
though you can see when you’re wrong
you know you can’t always see when you’re right

Settembre, eccolo di nuovo che arriva. Poco male, quest’anno agosto le ha dato più fastidio che altro.

chincaglierie varie ed eventuali

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Una goccia, e poi un’altra.

Mi ci hanno accompagnata per la seconda volta alle 4:30 am.
Lui stava leggendo un giornale, dietro quella porta blu, e ha alzato su di me i suoi occhi stanchi giusto per un istante.

Quattro luci al neon, di cui due non funzionanti oppure semplicemente spente, un soffitto a pannelli, quarantasei quadrati e quarantaquattro rettangolari, grandi esattamente la metà degli altri, l’impianto antincendio.
Se guardavo in alto.

Una goccia, e poi un’altra, se guardavo alla mia destra.

Una lampada da parete con inserti di plastica rossa, spenta.
Una porta blu, aperta, con attaccato un foglio A4 dentro una busta di plastica trasparente. Locale munito di telecamere.
Ogni tanto qualcuno passava, ogni tanto qualcuno ci guardava, oltre quella porta blu.
Noi, nel locale munito di telecamere.
Se guardavo davanti a me.

Una goccia, e poi un’altra, se guardavo alla mia destra.

L’uomo seduto sulla sedia, il giornale sulle gambe. Quattro sedie bianche.
A sinistra.

Una goccia, e poi un’altra.
Alla mia destra.

Dietro di me, ma per vederli dovevo girare il capo, una finestra coperta da una tenda pesante, e un armadio chiuso a chiave. E una telecamera, attaccata al muro.

Una goccia, e poi un’altra e un’altra ancora.
Alla mia destra.

5:30am. L’uomo seduto, l’uomo con il giornale sulle gambe e quella stanchezza sul volto, si è alzato ed è andato via.

Sono rimasta sola, nel locale munito di telecamere, dietro quella porta blu, aperta.
Allora ho alzato lo sguardo alla mia destra. Una goccia, una goccia, una goccia.
Allora ho preso dalla borsa il mio telefono, e gli auricolari.
Avrei parlato volentieri con qualcuno, ma non puoi semplicemente chiamare qualcuno a quell’ora del mattino, e quindi son rimasta zitta e buona, nel locale munito di telecamere, alla sinistra di un’altra goccia che scendeva piano. Ascoltando musica.

Una goccia, una goccia una goccia.

Alle 06:00 è arrivata lei, lei accompagnata da lui, e si è messa poco distante da dove non stava più seduto l’uomo col giornale.
Non mi ha neanche guardato, lei; lui invece sì.

Goccia.

Le 06:11am.
Nel locale munito di telecamere, dietro quella porta blu.
Le 06:18am.
Mi sono addormentata, ma solo per mezzora.
Le 06:44am.
Goccia, goccia, goccia.
C’era movimento, oltre la porta blu, qualcuno entrava nel locale munito di telecamere e chiedeva Come va, e avrei voluto rispondere Come vuole che vada, e invece ho risposto sempre e solo Meglio, grazie.
Goccia. Goccia. Goccia.

Mi ci avevano accompagnata, al di qua di quella porta blu, alle 02.10am, minuto più minuto meno. La prima volta.

Ore 08:10am, nel locale munito di telecamere.
Alla mia sinistra, un sorriso gentile, alla mia destra quell’interminabile, monotono, susseguirsi, rincorrersi, di gocce.

La prima telefonata, la seconda telefonata.
L’ennesima goccia.

Qualcuno entra, dice il mio cognome e si guarda intorno.
C’è un sacco di gente, adesso, nel locale munito di telecamere. C’è rumore e movimento.

Una goccia, e poi una goccia e poi una goccia.

Goccia.
L’ultima, questa, dopo oltre un litro di sodio cloruro 0.9%.
L’ultima, questa, prima che mi sfilassero la flebo dal braccio e mi mandassero a casa.

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[NOTA Il delirio seguente è, in buona parte, colpa del commento di Bago al mio ultimo post, oltre che della mia grave e gravemente galoppante infermità mentale, s’intende. Insomma, prendetevela un po’ anche con lui, ecco.]

A proposito di scioglilingua, ce ne sono di quelli realmente spettacolari (fatevi un giretto qui, tipo, se volete leggerne alcuni).

Cominciamo con quelli italiani: dopo anni e anni di esperienza, non ho nessun problema a dire, a qualsiasi velocità,

Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo e tutti i pesci vennero a galla a vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio di Apollo

e anche con la capra ammetto di cavarmela piuttosto bene; le tigri, invece, mi mettono agevolmente in difficoltà (che poi io la sapevo più difficile: altro che “tigre contro tigre”, io litigo da anni con il ben più feroce “tre tigri contro tre tigri”).
L’arcivescovo di Costantinopoli, beh, quello non ci provo neanche a dirlo, ché la mia lingua, l’unica volta che ho cercato di scioglierla in questo modo, ha chiesto la secessione dal resto del mio corpo.

Lasciamo stare il cane pazzo, va’, che potete immaginare benissimo da soli che cosa ne uscirebbe fuori, se solo mi cimentassi nell’impresa, e io vorrei fare la personcina fine, almeno per un altro po’.

Gli scioglilingua inglesi, invece, son particolari, perché fatta eccezione per il più famoso (“She sells sea shells by the seashore”) e per tutte le sue varianti (“She sells seashells on the seashoreshop”, “Sally sells seashells by the seashore”), generalmente sono tutti molto lunghi; vale a dire, vuoi cimentarti con uno scioglilingua? bene, comincia col prenderti un giorno di ferie, poi ne possiamo anche riparlare.

Esiste anche la variante estesa di quello sopracitato, ho scoperto:

She sells sea shells by the seashore.
The shells she sells are surely seashells.
So if she sells shells on the seashore,
I’m sure she sells seashore shells

Diciamocelo, è un po’ una gara a chi ce l’ha più grosso, questa dei britannici (per la cronaca, il verso finale di uno dei limerick, “to tutor two tooters to toot”, mi ha steso).

Quelli finlandesi sono a dir poco fantastici. Mi spiego: è difficile che, in italiano, qualcuno venga da voi a raccontarvi che c’è una panca di particolare interesse con sopra una capra che scoppia di salute e sotto un’altra che ha visto tempi migliori; però non credo si possa dubitare della salute mentale di qualcuno che, vedendovi in lacrime tutti soli, vi chieda perché mai lo stiate facendo. Ecco, la frase “stai piangendo da solo?”, in finlandese (“Itsekseskös itkeskelet?”), è uno scioglilingua. Vale a dire: cerco di consolarti, non ci riesco perché mi s’ingarbuglia la lingua, ma almeno ti faccio ridere. Two is megl che one, in fondo. O, anche two piccions con one fava.

Quelli latini poi sono la fine del mondo: un applauso, vi prego al povero topo che è condannato ad affogare nel vino (“In mari meri miri mori muri necesse est”, in un mare di vino delizioso un topo può solo morire), e ai morituri (uso una perifrastica gratuita giusto per fare la figa, concedetemelo) su una nave che sta affondando, che, in preda alla disperazione, si chiedono “summergimurne?” (Stiamo colando a picco?). Che poi, secondo me, summergimurne, se non altro per via del suono che ha, starebbe benissimo nel set di incantesimi a disposizione di Harry Potter e soci (accio, expelliarmus, protego, sectusempra, engorgio e chi più ne ha più ne metta); adesso mi sa che scrivo alla Rowling e glielo dico.

Anche gli spagnoli hanno le tigri, solo che, mentre noi prendiamo sei belle bestie parecchio incazzose, facciamo due squadre e le mettiamo a giocare al gioco del fazzoletto (ché il colosseo l’han chiuso da un po’ e comunque i morituri di cui sopra son affogati tutti, appunto), loro prendendo spunto da Tarantino fanno una cosa molto più atroce: “Tres tristes tigres tragan trigo y se atragantan”, tre tigri tristi ingoiano frumento e soffocano. Povere bestie.

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Ho comprato un corso di danese, la settimana scorsa.
Gli facevo il filo da mesi ma, per scaramanzia, ho aspettato l’ultimo momento, prima di acquistarlo. Ogni tanto lo andavo a trovare, lì sul suo scaffale alla Feltrinelli International, gli dicevo due o tre cosa carine e controllavo che stesse bene, che il corso di cinese e quello di ebraico non gli dessero fastidio. I dipendenti della libreria ormai a me non facevano neanche più caso, probabilmente si erano convinti che fossi un complemento d’arredo.
L’ho pagato con gli occhioni enormi spalancati luccicanti di speranza, nonostante mi sia costato un rene, e nonostante le mie scorte di reni stiano per esaurirsi, ahimé.
Non c’è che dire: è una meraviglia.
Duecentonovantasette pagine di libro di testo e due audio cd: quanto serve per farmi capire che io, il danese, non riuscirò a impararlo mai.

“Learn to speak, understand and write danish”, c’è scritto sulla scatola.
E poi, ancora, “progress quickly beyond the basics”, e “explore the language in depth”.

Un “learn to walk on water” sarebbe stato più credibile, per inciso.

Introduzione: pronunciation.

Det er godt, mi sta bene.

Allora, l’alfabeto danese ha 29 lettere: 9 vocali e 20 consonanti.

Le vocali sono a, e, i, o, u, y, æ, Ø e å, e possono essere lunghe o corte.
Cominciamo bene.
Vuoi sapere come si pronunciano, cara AnniKa dalle belle speranze? Il succo è: lancia una moneta dieci volte, leggi i fondi del caffè e, già che ci sei, consulta Brezsny, pure. E poi tira a indovinare, che tanto è uguale.

Sì perché la pronuncia di una vocale dipende dall’accento della parola, dal fatto che la consonante che la segue sia raddoppiata o meno e dalla posizione che assume all’interno di un dittongo, anche. Ah, e pure dalla posizione di eventuali r, ché se per disgrazia c’è una r, da qualche parte nella parola, va tutto a carte quarantotto.

Non deve stupire il fatto che i paesi scandinavi possano vantare (per così dire) il più alto tasso di suicidi al mondo: dopo quindici volte che uno cerca di pronunciare correttamente una parola, senza peraltro ottenere il minimo risultato, si taglia le vene. Mi pare anche comprensibile.

Le consonanti sono ancora più divertenti.
Venti, abbiamo detto. Sì, però b e p si pronunciano diversamente solo se all’inizio di una parola, e così anche d e t, e g e k. Anderledes, altrimenti, hanno lo stesso suono. Quale che sia, questo suono, non ci è dato saperlo.
C, q, w, x e z, invece, si usano solo nelle parole di origine straniera.
Ah, dimenticavo: spesso una lettera non si pronuncia. La d, per esempio, non si legge quasi mai. Non si capisce bene per quale motivo, poverina, che cosa avrà mai fatto di male non lo so.

E non tralasciamo, vi prego, la parte più bella: the glottal stop.

the glottal stop is widely used in Danish. […] It can occur in both vowels and consonants. […] In Danish the glottal stop is an interruption of a voiced sound. The pronunciation begins normally, then a glottal stop is made through the closing of the vocal cords or in most cases only a narrowing of the gap between these, resulting in a brief pause.

A me, per farmi emettere quel suono lì, mi devono sgozzare.

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*doveva succedere

Eccheccivuole?! Cercare casa a Copenhagen è fa-ci-lis-si-mo.
Vai su questo sito, prima, e poi su quest’altro.

Ora, il problema principale è che la mia fiducia non copre per intero i 1557 km che mi separano da Lyngby: finisce prima, su per giù all’altezza di Monaco.
Onde evitare di soggiornare sotto un ponte per cinque mesi, ho stabilito quindi alcune semplici regole empiriche:

    * non fidarsi di chi offre stanze enormi (il numerello che segue la parola Boligkvm. è la metratura della stanza, ho scoperto) a prezzi stracciati;
    * non fidarsi di chi pubblica le offerte con l’indirizzo email anonymousatqualcosapuntoqualcosaltro;
    *controllare sempre in che zona della città si trova il quartiere indicato, e non fidarsi di chi ti dice che l’appartamento è situato a HjØrring ma tanto è vicinissimo a Copenhagen, solo che tu non lo sai.

Detto questo, occorre poi fare attenzione ai futuri coinquilini. Gli annunci sono così catalogabili

Tipologia A: Si scrive coinquilina, si legge colf.

Sono giovane, bella e spregiudicata, mio padre mi ha intestato un appartamento con due camere da letto a Copenhagen ma siccome farmi mantenere da lui è banale ho preso la solenne decisione di affittare una stanza a tot DKK [denmark krone, corone danesi, NdAnniKa] a una ragazza non fumatrice non più alta di tot né più bassa di tot-altro, vegetariana e studentessa, e poiché sono anche molto magnanima le concedo l’accesso alla cucina, purché poi lavi anche i miei piatti, e al bagno, purché non faccia più di tot docce alla settimana e più di tot-altro plin plin al giorno. La lavatrice c’è ma non la può usare, perché tanto c’è una lavanderia a 250 m da qui, comoda comoda. Se vuole portare ragazzi in casa faccia pure, purché poi me li presti, se mi sento sola e carente d’affetto.

Contromisure rapide
Potrei fingermi vegetariana, non fosse che mi han detto che in Danimarca frutta e verdura fanno schifo.
Potrei fingermi alta unoeottanta, e poi dire che ho sbagliato l’ultimo lavaggio, che ho fatto la doccia con l’acqua troppo calda e che mi sono ristretta.
Potrei invitare il mio ragazzo e poi, quando mi chiede di prestarglielo, fingere che mi abbia appena confessato di essere gay.

(Una valida alternativa: Se io te lo presto poi posso mangiare una bistecca?)

Tipologia B: Sergio di Rio

Offro stanza in appartamento a Copenhagen, vicino a negozi, linee ferroviarie e fermate degli autobus, in una zona molto tranquilla, attaccato al centro e alla periferia, nuovo un po’ vecchio, grande un po’ piccolo.

Contromisure rapide
Non ce n’è.

Tipologia C: the importance of being tall

Affitto stanza ammobiliata a Copenhagen, in appartamento con soffitti alti.

Contromisure rapide
Soppalco e subaffitto. Geniale.

Tipologia D: con le migliori intenzioni

Affitto camera a ragazza giovane e indifesa, corporatura minuta e statura contenuta, priva del porto d’armi e che faccia un uso regolare della pillola anticoncezionale. Possibilmente sprovvista di AIDS.

Contromisure rapide

da: AnniKa – annika@herdomain.it
a: best_intentions@hisdomain.dk

oggetto: Room in Copenhagen

Dear best_intentions,
i am really interested in the flatsharing you’re proposing.
I am a 24-year-old italian girl, not so tall and rather thin, and quite naive, indeed.
I’m not suffering from AIDS, not yet at least, but i suffer from syphilis, instead. Is it ok for you?

Best regards.

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i did it again.

C’era anche la musica jazz, mancavano giusto la sigaretta e il vino rosso.

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Cielo stellato, temperatura caritatevolmente sopportabile, Müller-Thurgau e musica live.

Ferragosto al Chet Baker, e ha fatto tutto lui. Non potevano non brillarmi gli occhi, proprio no.

La parte emozionante della serata (beh, una delle tante), comunque, è stata la presentazione dei musicisti. Gian Marco Gualandi, per esempio, è diventato uno dei miei miti personali.

Mica lo sapevo, infatti, che Le tagliatelle di nonna Pina l’avesse scritta lui.

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