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Archive for marzo 2009

sono la donna che ha finito i baci
che sveste le labbra smesse e non confonde più
la propria all’altrui saliva,
che dentro alla bocca, nuda,
reclude denti che non hanno morso
abbastanza.

sono la donna che desidera con le mani
e che vive di piede in piede.

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ti porto con me, o forse sei tu che ancora mi porti, in questo mio ennesimo viaggio. il primo, a conti fatti. mi sdraio a terra e mi faccio nave, stendo al sole le vele che da anni tengo ripiegate nella schiena — niente ali, no, grazie: al cielo non so aggrapparmi — e raccolgo le poche ancore che ho seminato in meno di ventisei anni, e chissà se han germogliato o se un domani ne nascerà qualcosa. la fretta avrà anche il mio nome ma nell’attesa so mettermi comoda. chissà se mi immaginavi così, mentre eri impegnata ad avere otto dieci quattordici anni, chissà se ti stai deludendo. questa chiara che scrive ti avrebbe voluta diversa, sì, anche a costo di divenire, essa stessa, differente. ci sono cose che non hai fatto e che ora le mancano, cose che se il passato fosse uno spettacolo di burattini ti imporrebbe di fare, con la giusta combinazione di fili e movimenti delle dita. avrei potuto leggere di più, piangere di meno, ed è solo un esempio tra i tanti. avresti potuto investire più energie sul confine tra i sentimenti, piuttosto che sulla loro intensità, sul bordo spigoloso delle emozioni, avresti potuto abbozzare una cartografia del tuo pianeta cubico, il tuo piccolo cuore di rubik che soffia e che sbuffa da quando sono bambina, e che mai come adesso è un indefinito hic sunt leones. l’adolescenza è un sentiero insidioso, avremmo almeno dovuto guardare dove mettevamo i piedi.
siamo nelle mie mani, adesso, e le mie mani hanno preso quel poco che resta di te e lo daranno in pasto al vento che sempre calpesta la danimarca, e dopo l’erosione eolica potrebbe non restare molto nemmeno di me, ma non è detto che la cosa mi dispiaccia poi tanto. la verità è che i miei occhi e i miei piedi hanno sempre fame, ma per entrare nello stomaco del mondo devo farmi io stessa boccone di carne, e lasciare che la vita mi ingoi. questo viaggio ci aggiungerà sale, prendila così, ti renderà un poco più nutriente. il bagaglio sarà, come sempre, eccessivo, ma conto di insegnarci come perdere peso lungo la traversata, e questa volta si farà a modo mio. non so dire cosa tu ti aspettassi da me, se preferissi gli arrivi alle partenze, le risposte alle domande, so solo che parte dei tuoi dubbi non ci appartengono più. ce ne sono altri, ovviamente, e mi somigliano tutti quanti. io preferisco le virgole, invece, le asimmetrie e il respiro pesante del mare, e se anche il battito accelera e la notte rallenta e si fa interminabile, di quando in quando, va bene così. le paure hanno le zanne più corte, di solito, e l’interruttore non è mai troppo distante.
mantengo una distanza di sicurezza da ogni cosa, ma ho capito che un fiore sul balcone e un sorriso sulle labbra alle volte invogliano a entrare. la sostanza è che faccio quello che posso meglio che posso, cercando di vivere coi polmoni gonfi di aria pulita e le vene gorgoglianti di sangue buono. non so che cosa avresti risposto tu, quel giorno. io ho cercato di far sorridere la voce e ho detto che se una cosa può essere peggiorata, quasi certamente la si può anche migliorare, e loro si sono fidati. pensa, sto cominciando a fidarmi pure io.
dovresti essere contenta, di questa laurea, è da quando avevi otto anni che aspetti questo momento. dovrei esserne felice anch’io, è vero. lo sono, sì. vedi, tante cose sono cambiate passate invecchiate con noi in questi anni, e ora come ora le mie soddisfazioni più grandi sono eruzioni cutanee sull’altro lato della pelle, da fuori non si vedono quasi. se avverti un leggero prurito dentro di te, ecco, quella sono io: non grattarmi via le croste, per favore, sono le ultime di questa grande fatica.

sto coprendo i tuoi passi coi miei, più lunghi e più grandi e profondi, e cancello man mano i tuoi ricordi vivendo altri pezzi di vita nei posti che da sempre ti appartengono. non me ne volere se ogni giorno moriamo e ogni giorno nasciamo di nuovo. alle volte si impara qualcosa.

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è un gioco a nasconderti tra le parole, ma io che ho finito la conta non vengo a cercarti.
sai, ti leggo ed è come se fossi sdraiata sul bagnasciuga — lo sforzo mentale è lo stesso — e quando mi vuoi raccontare mi lascio leccare dall’onda. non mi alzerò, no, per quanto il tuo mare mi addenti le dita dei piedi, e anche se l’inizio di una storia diventa la fine di un’altra, se pure i tuoi personaggi si cambiano d’abito, di nome, di volto, lascerò che l’acqua mi svuoti i pugni dalla sabbia bagnata e poi masticherò le unghie e i granelli impigliati sotto di esse.
è tutto cullare e galleggiare e ammazzare il tempo: non ti verrò incontro né ti camminerò accanto.

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la donna cespuglio nel suo ambiente naturale

Bologna, 19 marzo 2009.

(picture appears courtesy of l’uomo che ride)

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ai radiohead, ai sabati mattina di sole, a martina testa e alle edizioni minimum fax, alla focaccia calda con la mortadella, al cappuccino, agli abbracci che ti salvano la vita, alla mia coinquilina che non dimentica mai di comprare la birra, a david foster wallace e vlad l’impalatore, a george orwell, al calore delle coperte in inverno, alla tisana al finocchio, a pj harvey, a jj abrams, alle galatine, alle nottate passate a leggere, all’ibuprofene, al mio ipod, alle autostrade poco trafficate, al silenzio di bologna in agosto, a woody allen, a chet baker, a wikipedia e lostpedia, alle dita che giocano con i miei capelli, ai sorrisi con le fossette, al coffee to go, alla mia canon digitale, a piazza santo stefano, al rum, a johnny depp e tim burton, a betty boop, al succo di frutta alla pera, a dragør, a harry potter, alle patate arrosto, a gustav klimt ed edvard munch, a randy pausch, al signor menabrea e ai suoi figli, al profumo della terra bagnata e della benzina, alle mie converse nere, a sylvia plath ed emily dickinson, alla ciobar fondente, ai baci ovunque sul mio corpo, alla musica indie, a james joyce, al peer to peer, a eugenio montale, all’inferno dantesco, alla feltrinelli, allo smalto nero, alla psicosi delle 4 e 48, al teroldego, ad ani difranco, a gabbiani di cardarelli, alle carezze lungo la spina dorsale, a via zamboni percorsa in bici, ad audrey hepburn, a mozilla e openoffice, agli amici informatici che sbuffano ma poi mi aiutano, agli amici non informatici che sbuffano e che mi aiutano, alle mail inaspettate, alle persone che sanno chiedere scusa, al giallo ocra e a tutti i colori caldi, all’autunno, alle caldarroste, alla piada speck rucola e squacquerone, ai b-movie con drew barrimore, alla cioccolata lindt ecuador e alla cuorenero 99%, al labello med, al caffelatte, a jeffrey eugenides, a sofia coppola, ai cartoni animati della walt disney, alla spontaneità di mia nipote, alle borse capienti e agli zaini per pc, alla cachaça di são pedro, al tramonto sulla passerelle léopold-sédar-senghor di parigi, che io continuerò a chiamare passerelle solférino, alla ginjinha portoghese e alle fermate della metro di lisbona, alle candele profumate, agli aperitivi a base di americano, alla mia chitarra che non so suonare, alle lenzuola colorate, alle risate spontanee, ai capelli spettinati dal vento, a chi sa trovare le parole al momento giusto, a the luckiest e a te che me l’hai suonata al piano, al compleanno in cui mi hanno dedicato rape me, alle pagine sottolineate a matita, ai post-it colorati attaccati alla parete per ricordare, alla programmazione del cinema lumière, alle scatole di kleenex, ai meridiani mondadori, alla rinazina spray nasale, a lorelai gilmore madre, alle infradito, al mio dell con la cover personalizzata, alla voce distorta da skype attraverso l’europa, ai capelli scalati, alla pelle abbronzata che sa di sole, ai cosmetici monodose hq, a h&m e zara, a predrag “sasha” danilović, alla pizzeria nuova epoca, alle lenti a contatto usa e getta, alle salviette struccanti, alle melanzane, all’aspirapolvere, alla microfibra, alla pillola anticoncezionale, a charles m. schulz, alle sorelle giussani e a bill watterson.

e a tanto, tanto altro. e a tanti, tanti altri. grazie.

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facciamo un gioco, mi hai detto quel giorno che stavo mangiando un’arancia e avevo il naso ancora un po’ chiuso dal raffreddore. il gioco era quello in cui io ti racconto un po’ di cose su di me e tu poi arricci il labbro inferiore e fai finta che io sia un colore, e quella volta hai deciso che ero marrone, pensavo che già lo sapessi che sono fatta di terra e piena di terra, e che ho il sapore della cioccolata fondente. pensavo di essere azzurra, da bambina, e bianca di nuvole, ma adesso preferisco restarmene con le scapole sul pavimento e mettere il mondo tra me e il cielo, per sicurezza.
facciamo un gioco, ti ho detto quel giorno che stavi respirando a pieni polmoni e avevi i capelli un po’ troppo lunghi. il gioco era quello di disegnarci da grandi e poi ritagliarci e metterci a terra, avevo con me i pastelli che mi hai regalato, e quella volta ho incollato me stessa lontana, pensavo che già lo sapessi che sono fatta di strada e piena di passi, e che quando slego le scarpe e le lascio camminare finisco col perdere il passato. pensavo di essere il fuoco di un camino, da bambina, ma poi mi sono scoperta luce artificiale di torcia elettrica, e adesso stringo gli occhi per vedere meglio.
facciamo un gioco, mi han detto quel giorno che avevo una giacca verde e reggevo a fatica l’ombrello. il gioco era quello di pescare da dentro un sacchetto di velluto rosso una risposta e poi capire se il bordo combaciava con le domande che tenevano in tasca, e quella volta ho aperto il palmo e dentro c’era un cerchio e con le forbici gli ho dato un profilo, pensavano che non lo sapessi che sono fatta di errori e piena di errori, e che mi concedo sempre un secondo tentativo almeno. pensavo di essere esatta, da bambina, e capace, ma adesso sono felice di essere sbagliata e migliorabile, e preferisco mettere la soddisfazione di avercela fatta o la consolazione di averci provato tra l’oggi e il domani.
facciamo un gioco, mi sono detta quel giorno che stavo seduta in cucina e i piedi non arrivavano a terra. il gioco era quello in cui cresco e poi inarco le sopracciglia davanti allo specchio e cerco di capire se assomiglio a una delle principesse dei cartoni animati, e quella volta ho bevuto un altro sorso di succo di frutta e ho detto, forse, pensavo che già lo sapessi che sono fatta di desideri e piena di immaginazione, e che ho il sapore delle cose inverosimili. pensavo di essere magica, da bambina, ma poi mi sono scoperta adulta e adesso chiudo gli occhi per vedere meglio.

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