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Archive for aprile 2008


Tra i vari motivi per cui un aereo può accumulare un ritardo di tre ore da oggi possiamo annoverare lo smarrimento del velivolo.

Sparito, scomparso, nessuno sa dove sia. Doveva essere sulla pista, e invece. Provano a contattarlo ma niente. Un boeing 737 interamente dipinto di rosso, poco vistoso e soprattutto facile da perdere.
Poi, dopo ore di ricerche frenetiche, lo trovano: nell’hangar, l’ultimo posto in cui ti verrebbe in mente di cercare un aereo.

Al confronto, gli sceneggiatori di LOST son delle mezzeseghe.

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Mi han scattato foto in cui sembro nuda ma la verità è che il vestito ha fatto quello che doveva fare. Star su.

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1. Decidere di partecipare alla combo cena+ballo annuale, insieme con mezza Danimarca incipriata e impomatata. Regina compresa.

2. Notare con estremo piacere che la suddetta combo a dir poco micidiale prevede un rigidissimo dressing code.

3. Riesumare l’abito da sera. Lungo. Nero. Unico.

4. Ricordarsi solo il giorno prima della serata in questione che l’ultima volta che si ha indossato il suddetto abito – tagliato sopra il petto e magicamente in grado di reggersi da solo – si portava una taglia di reggiseno in più.

Qualcosa mi dice che da sabato andrò in giro con un sacchetto in testa. Di nylon, al limite, e ben sigillato all’altezza del collo.

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XXV

[per me sarai per sempre bambina]

quarto di secolo
[Un grazie di ♥ a Ephram e al tuttologo per avermi dato una (grossa) mano con le foto, e a Marek per il supporto morale – tusind tak!]

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Ho pensato anche, tra le altre cose, che le lacrime dovrebbero avere un colore diverso, o forse solo una diversa fluorescenza, a seconda di cosa le provoca.

[danse macabre]

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Uno dei pochi aspetti della Danimarca che fatico ad accettare è l’atteggiamento in un certo qual modo discriminatorio nei confronti degli stranieri che desiderino avere la cittadinanza danese; occorrono, per la cittadinanza, otto anni di residenza nel paese e una certificazione di conoscenza della lingua danese: nulla di inconcepibile, anzi, mi sembra tutto estremamente sensato.

Se non fosse che.

Esistono tre livelli (mutuamente esclusivi), per quanto riguarda i corsi di danese, ciascuno dei quali conta cinque esami. Il primo livello è per gli illetterati, il secondo per chi, pur avendo studiato, non ha la forma mentis (chi viene dai paesi asiatici, per esempio) o le capacità per imparare la lingua, il terzo, infine, per chi ha un certo grado di istruzione e ha le capacità necessarie per trovare un senso a questa lingua oggettivamente difficile.
Si comincia, di solito, dal livello tre; abbandoni a parte, quasi tutti riescono a superare i primi due esami (3.1 e 3.2), mentre il terzo esame (3.3) può rappresentare uno scoglio, e chi non lo passa viene automaticamente retrocesso al modulo quattro del secondo livello (2.4).
Ora, per avere la cittadinanza danese occorre aver superato il quinto esame del terzo livello (3.5). E qui sta la discriminazione: ad alcune persone, siano esse illetterate o di origini asiatiche o prive delle capacità necessarie, è infatti preclusa a priori la possibilità di diventare cittadini danesi a tutti gli effetti, dal momento che non riescono a superare il famigerato quinto modulo del terzo livello, anche se vivono e lavorano qui da vent’anni o sono sposate con danesi e hanno figli che sono, di fatto, danesi. La cosa diventa addirittura grottesca qualora si pensi che una percentuale non trascurabile dei danesi a cui è stato sottoposto il test non è riuscita a superarlo. Come dire: agli stranieri viene richiesto di parlare danese meglio di un madrelingua, e comunque gli “ignoranti” e gli “stupidi” non hanno il diritto di ottenere la cittadinanza.

***

Nota a piè di pagina: contrariamente a ogni aspettativa, qualche ora fa ho superato il 3.1.

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Non una normale cazzata, no, la sovrana di tutte le cazzate, la madre di tutte le cazzate, quella col vestito della domenica e le scarpe di vernice colorata, quella che appena se ne accorgono i santi corrono a nascondersi perché han capito che a momenti tirerai giù dal cielo, uno a uno, tutti quelli che riuscirai a trovare.

Quella che fai alle 19:30 dell’ultimo giorno di attività sperimentale e che butta nel cesso tutto il lavoro delle ultime quarantotto ore, quelle più importanti, quelle fondamentali.

Ma la cogliona che c’è in me.

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