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Archive for ottobre 2009

ci siamo conosciute alle scuole medie, io e alessandra. andavamo, come tutti del resto, a scuola con le superga e le magliette comprate per noi dalle nostre mamme, piccoli capolavori di inguardabilità, con gli swatch e gli zaini invicta. con la tuta da ginnastica, se quel giorno c’era educazione fisica, e col cerchietto colorato in testa e i braccialetti portafortuna al polso o alla caviglia. erano gli anni in cui, quando i compiti erano troppi, toccava farli e basta, e col cavolo che i genitori andavano a protestare dagli insegnanti, gli anni in cui i compleanni li festeggiavamo coi compagni di classe, tutti nella stessa pizzeria. ci sembrava la cosa più bella del mondo.
eravamo in classe assieme, io e alessandra. io ero quella che parlava sempre troppo, lei quella che non parlava mai. però sapeva il dialetto romagnolo, lei, e io segretamente un po’ l’ho sempre invidiata, per questo.
due licei diversi, poi, e due università diverse. alla fine della laurea triennale lei ha deciso di partire, ha vissuto per un anno in belgio e poi si è iscritta a un corso di laurea specialistica a vienna. si è laureata, è partita alla volta del laos, del vietnam e della cambogia. fossi riuscita a laurearmi tre mesi prima, probabilmente sarei andata con lei. e invece. un bel giorno ci ha mandato una mail bilingue, a me e agli altri suoi amici sparsi per l’europa, per dire che non sarebbe tornata. non subito, almeno: aveva trovato casa e lavoro a vientiane, e l’abito tradizionale laotiano non le stava poi così male.
alessandra, quella che in classe non parlava mai.
alessandra, quella che secondo i suoi genitori non socializzava abbastanza.

le ho rotto le scatole per mesi, e adesso pare che io sia finalmente riuscita a convincerla a collaborare a questo blog, arricchendolo con i suoi racconti di viaggio, con i suoi pensieri e con qualsiasi altra cosa lei abbia voglia di condividere. spero davvero di potervela presentare, presto.

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[…] sometimes being polite is worse than being not-polite, like the time Greg Feldman passed me in the hall at school and said, “Hey, Alma, what’s up?” and I said, “Finethankyouhowareyou?” and he stopped and gave me a look like I’d just parachuted down from Mars, and said, “Why can’t you ever just say, Not much“?

[Nicole Krauss, The History of Love]

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siccome siamo davvero parecchio avanti, abbiamo deciso di lanciarci in un aggiornamento a dir poco spericolato della pagina internet del gruppo di ricerca. del resto ne converrete con me, da numero zero contenuti a numero pochi contenuti, il miglioramento è sostanziale (epsilon è comunque maggiore di zero, usava dire un mio docente). il mondo è adulto abbastanza, abbiamo decretato, per sapere cosa facciamo quando non perdiamo tempo su facebook.
comunque. ci siamo dati appuntamento a casa del capo, il quale ha pensato bene di cominciare a umiliarci facendoci giocare a sarabanda con (abbiamo scoperto poi) la colonna sonora di toy story 2. visto che nessuno di noi ricercatori zucconi aveva la più pallida idea di che roba fosse (a riprova che la ricerca è quanto mai inutile), siamo passati alle colonne sonore dei film della walt disney, e lì io e il mio collega cinese abbiamo steso tutti, azzeccando il re leone, la sirenetta e la bella e la bestia uno dopo l’altro. c’è da dire che il repertorio musicale del capo è piuttosto interessante: dai doors a katy perry, passando per una sottospecie di metal e per il greatest hits di eros ramazzotti (che ha messo su appositamente per me, pare), non manca niente. son cose.

quei matti dei miei colleghi stan cercando di convincermi ad andare a parigi con loro, la prossima estate. bella idea, certo, non fosse che ci vanno in bici. io, il massimo che posso fare è andare a parigi in aereo e poi mettermi ad aspettarli sotto l’arco di trionfo con la bandierina danese in mano, cariandomi i denti con un dolce alla cannella per puro spirito patriottico. anche perché quei matti dei miei colleghi mi han già quasi convinta a correre la mezza maratona lungo il ponte che collega danimarca e svezia (le mie motivazioni sono schifosamente turistiche, si sappia. quando mi ricapita di poter fare l’øresundsbro a piedi?), la prossima estate, e già solo per il fatto di aver preso in considerazione la cosa, andrei internata all’istante, dritto e senza neppure passare dal via a ritirare le ventimila lire.

nella top five degli episodi da non dimenticare, poi, mi sento moralmente obbligata a includere il tentativo (perfettamente riuscito, devo dire), da parte di alcuni colleghi (uomini), di preparare una torta al cioccolato. dialoghi come
– ma quanto burro ci devo mettere?
– secondo la ricetta, 333.33 grammi
ti restano nel cuore, c’è poco da fare.

io poi c’ho un cuore da zdora romagnola, basta niente a commuovermi.

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come la sottoscritta sia finita a posare per una foto ufficiale, sdraiata sul pavimento dello spogliatoio maschile del dipartimento e con la testa appoggiata su una lampada, è una di quelle domande che ho imparato a non farmi. un’altra è come sia possibile che, dopo anni e anni passati a evitare la chimica come fosse la peste bubbonica, io sia finita a lavorare in un progetto impregnato di chimica organica fino al midollo osseo.

comunque. ieri un danese ha cercato di convincermi che le torri di bologna sono quattro. mi sa che non ti ricordi bene, mi ha detto, io ci sono anche salito, su una delle quattro. era storta. ho tuttavia deciso di ignorare questa sua affermazione, avendolo precedentemente visto prendere a nomi lo schermo di un computer spento per un paio di minuti buono, perché non gli visualizzava niente. per inciso, quest’uomo sente la necessità di dar voce alla barra di avanzamento delle applicazioni windows, emettendo ogni volta versi non ben definibili (ma a volume crescente) fino al completamento dell’operazione. quando non sono impegnata a immaginare la sua testa che colpisce ripetutamente lo spigolo del tavolo, con tarantiniano spargimento di sangue, lo adoro.

non fosse altro, questi cinque mesi di ph.d. hanno finalmente chiarito il mio ruolo all’interno della società civile, eleggendomi a sbriga menate dell’ultimissimo minuto et scribacchina dell’inverosimile. pur nutrendo qualche serio dubbio sull’intelligenza del brevettare un’idea giustificata da numero zero risultati sperimentali — che è un po’ come cercare di vendere una casa su un pianeta superfico che non sappiamo ancora se esiste —, riconosco che essere del tutto inutile (alla società civile) poteva essere molto ma molto peggio.

(per la prima volta nella mia vita ho trovato un mio personalissimo posto nel mondo. se continuo a mangiare pane e maionese a questo ritmo, prevedo di quadruplicarlo entro breve tempo)

nel corso dell’ultimo mese, poi, ho appurato che se metti una fanatica di letteratura americana contemporanea a parlare di libri con uno statunitense, essa non troverà un solo libro, tra i suoi preferiti, che l’altro abbia anche solo sentito nominare. ah, un’altra cosa che ho imparato è che quando uno statunitense ti telefona e ti chiede what’s up?, la risposta esatta è: nothing. non escludo però che anche forty-two sia legalmente valida, magari la prossima volta provo e vedo che succede (douglas adams era britannico, in fondo. ho qualche speranza).

il corso di danese pare vada bene, almeno per quanto riguarda le uscite a elevato tasso alcoolico con i miei compagni di classe. la regola empirica è che dopo una birra si diventa più fluenti in inglese, dopo due viene abbastanza bene anche il danese, e se poi si fa il pari con un paio di mojito si può pure tentare la sorte con una terza lingua europea a scelta. in caso il secondo di questi mojito venga ingerito nel giro di quattro minuti — ecco il tuo mojito, cara cliente. ah, già che siam qui ti dico anche, cara cliente, che tra cinque minuti chiudiamo baracca e burattini e andiamo a dormire il sonno dei giusti, cosa che mi sento di raccomandarti caldamente, cara cliente, specie dopo che ti sarai trangugiata cotanto mojito in, fammi vedere, quattro minuti adesso. ti ringraziamo per la preferenza accordataci, torna presto a trovarci, adieu —, a distanza di minuti quindici dal precedente, non c’è lingua dell’universo conosciuto che non si riesca a padroneggiare con abilità.
e comunque, no, quella che parlava con un cane non ero io.

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