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Posts Tagged ‘Denmark’

è solo questione di tempo, presto o tardi qualcuno si deciderà a includere tra gli sport olimpici invernali la camminata su fondo innevato e ghiacciato con scarpa tremendamente inadatta. inutile che vi alleniate: la medaglia d’oro ha già il mio nome scritto sopra.

il mio collega finlandese dice che in confronto ai meno trentaquattro gradi (sticazzi) di tampere, qui da noi non fa neanche troppo freddo. il mio collega finlandese ha fatto il bagno nel mare ghiacciato, la settimana scorsa, e ne è uscito vivo. questo dovrebbe farvi capire un bel po’ di cose.

durante l’inverno più freddo degli ultimi, non so, centocinquant’anni (un numero chiaramente a caso, ma tanto io e la statistica non siamo mai andate d’accordo), son gelati i laghi vicino a casa mia. addirittura. ovviamente c’era solo una persona che, tra i pattinatori e i pupazzi di neve in mezzo al lago, s’è messa a urlare, uè, cammino sulle acque. vi lascio indovinare chi.

i danesi, comunque, non si lasciano certo scoraggiare dal freddo e dal gelo, e vanno in giro in maglietta a mezze maniche e senza giacca. ti guardano e dicono, non fa poi così caldo. eh beh, certo: anche don abbondio non era nato con un cuor di leone, in fondo. molti di loro sono anche convinti che la primavera inizi il primo di marzo, non si sa bene sulla base di cosa. io comunque ho deciso che non appena il termometro arriverà a sfiorare gli otto gradi (più otto gradi) dichiarerò ufficialmente cominciata l’estate.
non una grande rivoluzione, visto che probabilmente sarà già luglio.

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è vero: ho la scrivania che s’alza e s’abbassa elettricamente, lo schermo piatto grande come me e un fondo fiduciario triennale in cancelleria da ufficio. tutto molto fico, oh yeah. lunedì prossimo, poi, dopo il lavoro andrò a mangiare una pizza (sort of) e poi al cinema coi colleghi, che detta così non parrebbe nemmeno una roba troppo danish, non fosse che le due attività verranno svolte rigorosamente in questo ordine. e il film comincia alle 18:30. pare che star trek sia in leggero vantaggio su hanna montana, al momento, e se cercate una faccia dispiaciuta non guardate me.

la prima gallina che lunedì mi augura una buona digestione la centrifugo in lavatrice, sia messo a verbale. non è nemmeno mia, la lavatrice.

per la cronaca, il mio primo giorno di lavoro non è stato granché entusiasmante, se non per il fatto che mi han portato un computer senza schermo e che il tizio dell’IT support c’è pure rimasto male, quando se n’è accorto. oh, shit. è arrivato un’ora e mezza dopo, lo schermo, però appunto è molto bello.
pranzo tradizionale danese: panino. caffè ammmerrigano come se piovesse. pioveva.

il secondo giorno di lavoro ha visto dei miglioramenti sostanziali: avevo già un computer, tanto per cominciare. schermo compreso. mi han dato della roba da studiare e un laser a 532nm. mi han detto, vai in laboratorio e fai quello che sai fare. quello che so fare è: attaccare il laser alla corrente, accendere il laser, osservare compiaciuta la luce verde che esce dal laser, spegnere il laser, staccare il laser dalla corrente, riportare il laser a chi di dovere. tutto molto the big bang theory, se non che non sono bionda e non posso fare penny.

fossi stata bionda, mi toccava scrivere: se non che non sono gnocca e non posso fare penny.

ho detto, facciamo un passo indietro. gli occhi del capo hanno detto: brava, fai un passo indietro. e poi un altro e un altro ancora, fino a che non oltrepassi la porta. e poi chiudila, magari. ha detto, il capo: non c’è nessun problema.
amo la danimarca, si sappia.

later on. pranzo tradizionale danese: panino. caffè ammmerrigano come se piovesse. pioveva. torta al cioccolato, ancora stiamo cercando di capire per festeggiare cosa. nel dubbio che non ci fosse niente da festeggiare, ce la siam mangiata in fretta e con la faccia di chi sa cosa si festeggia.

il terzo giorno di lavoro è domani, ancora non so come andrà. dovrei avere ancora un computer, comunque, e azzardando delle previsioni posso dire: pranzo tradizionale danese: panino. caffè ammmerrigano come se piovesse. se non piove è meglio.

venerdì è festa nazionale. non so bene di cosa, ma partecipo sentitamente.

ah, l’opinione pubblica vuole sapere: vivo con la figlia illegittima di star trek. mi tratta come una stupida e però mi ha rivelato tutti i segreti della casa, tranne che la manopola azzurra della doccia apre l’acqua calda e quella che normalmente giro io invece no. indossa solo tute nere aderenti e lucide, e la prima volta che si mette i capelli dietro alle orecchie prometto che ne controllo la forma.

dicono che il sidro alla mela sia la bevanda dell’estate. non si è capito bene di che anno, però sapevatelo.

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Ho cenato alle 18:30, ho trovato esaltante l’idea di andare a correre con la mia supervisor durante le pause pranzo, ho bevuto il caffè brodaglia e non ho provato il solito disgusto, ho ricevuto il certificato che mi permette di iscrivermi temporaneamente ai registri anagrafici della città, ho fatto l’abitudine a dormire nonostante la luce solare, ho letto un mezzo articolo scritto in danese e l’ho capito, ho riconosciuto alcune frasi in danese proferite durante una conversazione telefonica da una tipa seduta vicino a me sull’autobus e domani comprerò una sim card danese.

È ufficiale: sono passata al nemico.

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Ore 17:15, e le luci nel corridoio sono spente. Le porte, praticamente tutte chiuse.
In dipartimento non c’è quasi più nessuno: è venerdì, in fondo.
Eppure, qui è così tutti i giorni: alle 16:30 la gente va a casa, qualcuno anche prima. La mattina arrivano sulle 09:00, chi prima, chi dopo, e non devi fare grandi conti per capire che lavorano meno, rispetto agli italiani. Poi, se ci sono scadenze in vista, fanno tranquillamente le 03:00 di notte in ufficio, svuotando e riempiendo e svuotando di nuovo la caraffa col caffè brodaglia. E non perché l’università fa storia a sé, mi han detto che qui è così un po’ dappertutto.

Si scrive Danimarca, si legge assoluta tranquillità.
Non c’è bisogno di correre o di stressarsi o di dannarsi l’anima. Anzi, se ti rilassi lavori meglio, sei più produttivo.
Pagano tasse molto alte, ma in cambio hanno servizi (e retribuzioni) a dir poco invidiabili, e per loro tutto questo è estremamente normale.

Pranzano alle 12:00, e queste due settimane mi hanno insegnato che decisamente mi conviene avere fame a quell’ora, ché alla kantine rischi di non trovare più niente, dopo. E tutti quanti, a mezzogiorno spaccato, lasciano quello che stavano facendo, e vanno a mangiare; non esiste il finiscounacosaearrivo: qualunque cosa tu stia facendo, puoi tranquillamente finirla dopo pranzo.

La chiave del mio ufficio, mi hanno spiegato, apre qualsiasi porta del dipartimento. Anche quella del direttore o delle segretarie. Questa è la policy, qui: tutte le chiavi aprono tutte le porte, c’è un’estrema fiducia di fondo che in Italia, davvero, non sarebbe pensabile. E credo non abbiano mai visto un’intrusione o la sparizione di qualcosa, da quando esiste il COM. Anche questo sarebbe, ahimè, poco verosimile, nel belpaese.

Se qualcosa che leggi, o che vedi qui, ti appassiona, faccelo sapere e vedremo di farti lavorare su quello, troveremo qualcuno in grado di seguirti, perché è importante che tu scelga un argomento che ti piace davvero.
Così mi ha detto, proprio così. La tua tesi sarà un continuo divenire fino all’ultimo mese, forse anche dopo, decidi tu che taglio dare al tuo lavoro.

Un hej (ciao) non si nega a nessuno, né al conducente dell’autobus, né alle persone incontrate per la prima volta lungo i corridoi del dipartimento, né ai vicini per le scale di casa. Non c’è nessuno che non risaluti a sua volta, e che non ti sorrida, nel farlo.

Chiedo scusa alla cassiera del supermercato, in attesa dei miei soldi, dicendole che mi dispiace molto se impiego tempi biblici per pagare but i don’t know your coins yet, e lei tira fuori dal cilindro un sorriso oceanico e risponde, semplicemente, it’s ok, take your time. E aggiunge I can help you, if you want. No, grazie, non ce n’è bisogno, ma troppo gentile, davvero. E se ti volti, con espressione colpevole, verso quelli in fila dietro di te (una fila estremamente ordinata, manco a dirlo), ti stupisci nel trovare altri sorrisi, e un calore difficile da raccontare a parole.

Si aspetta il verde, per attraversare. Anche se non arrivano macchine.
Si cammina sul marciapiede, e se vuoi fare arrabbiare i serafici danesi non hai che da invadere la pista ciclabile, che costeggia, da ambo i lati, tutte le strade della città. Nessuna esclusa.

Cammini per le strade scarsamente illuminate e nessuno ti importuna, e la sera vedi in giro giovani donne con le carrozzine, o ragazzetti poco meno che adolescenti, e ragazze, e torni a casa a piedi nella massima tranquillità, a qualsiasi ora del giorno e della notte. E quando ti volti, perché ti viene naturale farlo, per controllare la situazione alle tue spalle, ti accorgi che non c’è nessuno dall’aria sospetta che ti segue e ti scopri a sorridere.

Sull’autobus, sul treno, sulla metro, ci si siede sempre nel sedile più vicino al finestrino, se libero, per lasciare l’altro posto a disposizione di chiunque salga dopo e voglia sedersi.

Quando si apre una porta si controlla che dietro non ci sia nessuno, prima di chiudersela alle spalle, e se c’è qualcuno, anche distante qualche metro, lo si aspetta tenendogli aperta la porta. Sorridendo, possibilmente.

Ecco, pur tenendo conto di tutte le stranezze dei danesi, vi prego di non chiedermi se mi manca l’Italia, se sono per caso nostalgica.
No, non mi manca. Per niente.

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Cerco di spiegare alla mia coinquilina l’estrema utilità del detersivo per lavare i capi a mano, ma lei mi guarda e proprio non capisce.
Nel nostro palazzo, come in quasi tutti i palazzi della città, c’è la lavanderia condominiale: ti prenoti per un certo giorno e una certa ora e poi, in quel certo giorno a quella certa ora, vai e fai la tua bella lavatrice. Se tardi, perdi il turno e devi ricominciare tutta la trafila da capo.
Lavare a mano è una voce non contemplata.
La spagnola con cui divido l’ufficio si chiede come possano i danesi non capire la comodità dell’avere una lavatrice in casa; io mi sto ancora chiedendo come si possa guardare con diffidenza un ombrello, in un paese in cui piove praticamente tutti i giorni.

Altra cosa: la pulizia degli ambienti comuni dell’appartamento.
With the girl who lived here before you, mi spiega, there was no fixed schedule, for cleaning. Cleaning can be done when it’s needed, not necessarily every Saturday or Friday. Mi sta bene, il fatto è che io e lei abbiamo un’idea del “pulire quando ce n’è bisogno” un cicinino diversa, e non solo per quanto riguarda la massima quantità di gatti di polvere ammessi a giocare a unduetrèperleviediroma sul pavimento. Tipo: i detersivi. Le dico che vado al supermercato, e già che ci sono compro anche dei detersivi, se servono (secondo i miei standard, ora c’è bisogno di pulire); lei mi dice che in casa ha qualcosa, e tira fuori una bottiglia con su scritte strane formule magiche danesi e, più in grande, universal. This is the universal detergent, mi dice, it cleans all surfaces. Al che io faccio la stessa espressione che ha fatto lei per il detersivo per lavare a mano, e quattro secondi dopo infilo la giacca e corro al supermercato a fare incetta di cif, ajax, pulivetro et similia.

L’altra sera mi ha detto che le pare strano che un’italiana voglia studiare in Danimarca, che di solito gli scandinavi fanno domanda per studiare in Italia o in Francia, perché si mangia meglio e perché, dice, è opinione condivisa che noi siamo più sofisticati di loro, ma lei, dice, proprio non capisce il motivo di una simile affermazione.

Mi sa che io una mezza idea ce l’ho, invece.

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Pioveva, stamattina. Ho messo la giacca, i guanti, e appena fuori di casa ho aperto l’ombrello.
Ho aperto l’ombrello. L’intera sigurdsgade, la via in cui abito, si è voltata di colpo verso di me, credo che qualcuno sia anche arrivato di corsa dalle vie vicine per guardarmi; in sostanza, mezza Copenhagen mi ha piantato gli occhi addosso.
Ho alzato lo sguardo, piano, verso l’arma del delitto, e credo di aver assunto le dimensioni (e probabilmente anche il colore) di un puffo.

Ombrello. Om-brel-lo. Sai quella cosa che serve per non bagnarsi quando piove, che è stata inventata apposta affinchè chi ne dispone possa non infradiciarsi fino al midollo osseo, in caso di precipitazioni di varia natura? Ecco, quello. Ombrello, si chiama. Ombrello.
Ora sta piovendo, gente, pi-o-ven-do, presente questa cosa bagnata che viene giù dal cielo? Pioggia, si chiama, e quando piove l’ombrello è cosa buona e giusta, e non è che lo dico io perché in questo momento mi girano particolarmente. È così e basta, lo sanno tutti.

Invece no: i danesi l’ombrello non lo usano. Non ce l’hanno, ho il sospetto che non sappiano nemmeno cosa sia. Ora capisco perché nella hus piccina picciò non c’è un portaombrelli (mancanza di spazio a parte, che sarebbe la risposta più ovvia). Non sono esseri umani, the danes: sono animali acquatici. Vanno in giro con una berrettina di lana, se va bene, oppure a capo scoperto, come se niente fosse, e li vedi andare al lavoro con le loro biciclette contenti come delle pasque, coi capelli che, inspiegabilmente, non vengono minimamente scomposti dall’acqua o dall’umidità. Ora, io non so cosa usino per pettinarsi, questi, ma comincio ad avere il sospetto che abbiano una specie di scudo protettivo trasparente attorno a loro, una corazza magica che li preserva dalle intemperie.

Comunque: ho visto tre persone con l’ombrello, oltre a me, stamattina (e non è che piovigginasse, diluviava proprio), e ci potete mettere la zampetta sul fuoco che erano stranieri.
Come dire, lo straniero si riconosce nel momento del diluvio. E io comincio a simpatizzare per i due leocorni.

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Voci, voci e rumore di ruote, e rumore di pagine di giornale girate, piegate, e suonerie del cellulare.
L’altoparlante informa che l’espresso delle ore dieci e ventitré, proveniente da Agrigento e diretto a Milano, viaggia con duecentoquaranta minuti di ritardo a causa delle difficili condizioni meteorologiche tra la stazione di Enna e quella di Leonforte. Duecentoquaranta minuti, un’enormità. Ringrazio il cielo che il mio treno abbia solo cinquanta minuti di ritardo, che diventeranno settantacinque e poi sessanta e poi, in definitiva, ottantacinque alla stazione di Milano. Guasto tecnico, ma il macchinista dirà “fino a che non si vede del fumo va bene, pazienza se fa un rumore anomalo”, e se si fida lui.

Guardo il tabellone delle partenze, e lo squarcio nel muro e la lapide commemorativa; faccio caso al numero di madri-con-figli e di giovani che hanno perso la vita quel giorno. Mi ha sempre fatto uno strano effetto, stare seduta lì, e oggi, ancora una volta, mi fa lo stesso, strano, effetto.
Accanto a me la dimostrazione inconfutabile della violabilità del principio di compenetrazione dei corpi solidi: le mie valigie, il cui peso supera di gran lunga le mie capacità fisiche nonché il mio peso corporeo stesso, ma rientra entro i limiti consentiti dalla Sterling.

Annuncia, la solita voce metallica dell’altoparlante, che il mio treno arriva e parte dal binario quattro, anziché dal primo binario. Maledizione, questa non ci voleva.
Metto la borsa col PC e le tecnicaglie a tracolla, lo zaino sulle spalle, poi prendo borsa, trolley e giacca pesante, e mi trascino come meglio posso verso il sottopassaggio.
Discesa: un uomo mi vede in difficoltà, mi sorride e si offre di portarmi la valigia più pesante, e io già gli voglio un gran bene.
Salita: un altro uomo mi vede in difficoltà, chiedo scusa se sto bloccando il traffico, lui mi sorride e dice “non preoccuparti, non ho fretta”, e io già lo odio a morte. Tutte le volte che mi giro, con espressione sempre più sofferente, lui mi regala un sorriso bonario e compiaciuto, e io se avessi le mani libere e sufficiente acqua a disposizione davvero lo affogherei.

Bloccati alla stazione di Castelfranco Emilia, col divieto di scendere, subisco un bambino che malauguratamente ha sentito controllori e macchinisti parlare del rumore strano, e che ha pensato bene di allietare il nostro viaggio canticchiando “io lo sento, il rumore strano, adesso dobbiamo cambiare treno”. “Che facciamo, cambiamo la carrozza?”, dice la controllora, e io, avessi avuto una calibro nove, avrei fatto una strage. Non ero armata e se è morto qualcuno su quel treno non è stato per mano mia, comunque.

Dopo tanto penare e nonostante rumori strani vari ed eventuali, a Milano centrale ci siamo arrivati, tutto sommato.

Menouno, adesso, anzi menodiciassetteore, e io mi sento più o meno come mi sentivo alle scuole elementari la sera prima di una gita a una qualche Italiainminiatura, o Fiabilandia, quando non vedevo l’ora di fare la borsa, che poi voleva dire mettere in uno zainetto grande qualche centimetro quadrato un succo di frutta e uno, forse due, panini, e magari un Topolino per il viaggio in pullman, solo che questa volta le valigie sono grandi quanto me e contengono metà del mio armadio.
Ho le farfalle nello stomaco, e non vedo l’ora. Mi sono lasciata viziare, per l’ultima volta, dai manicaretti della mamma e dalla fiorentina del papà, dalle cure affettuose di Ephram e dalla schiettezza della micronipote, che, semplicemente, si è tolta il ciuccio, ha sorriso e fatto ciao con la manina, e mi ha detto “ciao tatà”.

Abbiamo riso e scherzato tanto, fino a ora, però questa volta si fa sul serio.
Ci rivediamo a Natale, Italia. Voi, intanto, statemi bene.

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