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Archive for marzo 2008

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Per nove mesi hai portato dentro di te l’assenza di ogni colore.
Quel muto niente ha fatto di te una terra arida, il palcoscenico di un teatro dismesso, coperto di polvere.
Là dove una volta i piedi dei bambini saltellavano via, uno a uno, i giorni della settimana, là dove le loro ginocchia si sbucciavano con le prime, instabili, pedalate, d’un tratto non hai trovato che la colpevole miseria dei piatti sporchi accatastati sul piano della cucina a fine pasto, il pallido requiem dei fili per stendere il bucato abbandonati alla stanca monotonia dei temporali di novembre.
Sei stato un mercato di scambio, un monte dei pegni, l’angolo buio in cui una puttana minorenne vende se stessa per poche lire, sei stato la silenziosa cornice di quadri che non hai mai saputo comprendere eppure avresti voluto comprare, sei stato spesso il fine, raramente il mezzo, più un futuro impossibile che un acerbo presente, spesso incapace di liberarti le caviglie dall’insipido tintinnare del tuo passato.

Quel che sei ora non lo sapresti dire, forse perché gli specchi non lasciano mai intravedere se stessi, eppure ti pare di assomigliare a una strada, lunga distesa attraverso ogni esistenza, certe volte a un altare, al calice, all’ostia e alla saliva che ne disperde il senso, e poi ai succhi gastrici, anche.
Stai imparando a incipriare la tua naturale insignificanza e a farla danzare nelle scarpe scomode, cominci lentamente a dare te stesso in pasto all’incessante deglutirsi delle onde, e apprezzi la salubre distanza dalla quale puoi guardarti guardare verso l’alto, dalla quale puoi controllare di aver controllato due volte almeno oltre le tue spalle.

C’è meno gente, nella piazza alla domenica, e la merce sui banchi è meno varia, ma più fresca; la scelta è limitata ma le albicocche hanno ancora lo stesso sapore di una volta, e le fragole, beh, le fragole non possono proprio mancare. Qualche bambino è tornato a rincorrere la sua adolescenza sulla tua polvere e qualche inferriata è stata abbattuta; dalle altre, un poco di ruggine s’intravede ancora.

Piove più spesso, è vero, ma è un pianto leggero e che non bagna quasi, e se un raggio di sole riesce a sconfiggere il grigio, vedi in ogni goccia la capriola di un minuscolo coriandolo di luce.
Vende petali di girasole, adesso, la puttana bambina, e gli occhi le brillano, soprattutto quando li tiene chiusi.

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rompi una costola a una ragazza
e ne ricresceranno dieci

(proverbio arabo)

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Alzo lo sguardo e cerco di intravedere, lassù in alto, lo zero Celsius.

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Your reservations:

Date 22-03-08
Wash Period 10:00 – 13:00
Mashines (sic!) 1

Serial no. 16926569
18. marts 2008 22:58:50

Ore 11:00, scendo in lavanderia per fare la lavatrice: tutte le macchine occupate.
E io che (mi) pensavo che una prenotazione servisse a qualcosa.

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L’appendice minaccia di creare casini per l’ennesima volta, e allora niente caffè, niente cioccolato e niente di quel poco altro che, assieme al caffè e al cioccolato, costituisce la mia alimentazione standard. Via col cibo-da-ospedale, dunque, ed è tutto un tripudio di fagiolini lessati, mozzarella e cracker. Yogurt e latte coi cereali quando proprio voglio darmi alla pazza gioia.

Cerco di lavorare lo stesso, maledicendo per due giorni la mancanza di concentrazione, e cerco anche di zittire la vocetta stridula che dentro alla mia testa ripete, in loop, la parola caffeina. Non ottengo alcun risultato soddisfacente: tutto va, inesorabilmente, sempre peggio.

Fatico a fare le scale, è strano, allora penso che magari ho la febbre; difficile a dirsi, non avendo un termometro. Decido, visto lo strazio psico-fisico conseguente a qualsiasi attività da me svolta, che ho la febbre alta, e quindi mi metto a letto. Dormo per un numero di ore non enumerabile sulle dita di due mani, e un po’ me ne vergogno. Opto per il mood malata, che ben si concilia con il cibo-da-ospedale, e aggiungo un’ennesima ora di sonno a quelle già totalizzate. Poi decido che il mood malata non mi si addice, e vado all’aeroporto a dare un benvenuto piuttosto pallido e spettinato ai riminesi. Cerco di comprare un termometro, durante il viaggio, ma la farmacia vicino a casa è chiusa il giovedì e il venerdì santo. Il sabato santo il termometro non mi serve più, comunque la farmacia è aperta. Decido che qualche giorno di riposo può solo farmi bene e progetto un reinserimento programmatico di cioccolato e caffeina nella mia vita, a partire dalla prossima settimana.

Consumo il tasto F5 sulla pagina dell’istituto metereologico danese e mi preparo al peggio, rileggo articoli che non avevo finito e mi pianto sulle stesse identiche cose sulle quali mi ero arenata mesi fa, quando li ho letti per la prima volta. Mi sento un’inguaribile stupida, come ogni volta in cui non capisco qualcosa che dovrei capire.

Dovrei leggere un libro in danese, mi dico che lo farò domani; dovrei anche inventarmi qualcosa per avere al più presto dei risultati: il cilindro è vuoto, ahimè. Mi chiedo se pubblicare o meno su Flickr una mia foto che mi piace molto, ma onestamente non credo che lo farò, e invento slogan per una campagna contro la violenza sulle donne, senza però essere troppo soddisfatta del mio operato.

Con la cioccolata e la caffeina andrà meglio.

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dubbione amletico

ma secondo voi, in Italia quanto venderebbero dei cereali sulla cui confezione sono stampati la pancia (coperta, sia chiaro) e i fianchi di una tipa a cui non si chiudono i jeans?

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snow
[København (Tagensvej), den 17. marts kl. 19]

A Deinè e Hobbit83 (che giovedì mi vengono a trovare), con affetto. 😉

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