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Archive for novembre 2008

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affogo ogni volta che chiudo gli occhi.
sul cuscino una guancia e un occhio e metà di due labbra: ho i capelli disordinati dall’acqua, che non è fredda e non fa paura. la luce è in superficie e con essa si allontana. mi allontano, piano, mi avvicino alla notte sdraiata sotto.
sul cuscino una guancia e un occhio e metà di due labbra: ho i capelli verticali di gravità, vedo i miei capelli e le mie braccia nude, fino a che la schiena incontra lo specchio, che è lago e mare e oceano e non è freddo e non fa paura. la luce non mi segue oltre la superficie, non l’aspetto, e vedo i miei capelli spettinati dall’acqua e vedo le mie braccia. nude, si fanno ali dalla sola planata.

una federa a cerchi arancioni e verdi e azzurri, sul cuscino, e i miei capelli abbandonati a sogni che sono liquidi ma non sono sogni. non sto ancora dormendo, non sono più sveglia, e c’è dell’ovatta nella gola del mondo. che sia acqua o liquido amniotico -non si nasce cadendo di schiena-, non c’è niente di me che soffra.

affogo ogni notte e ogni giorno, non sono mai morta.

la rêveuse

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un altro segno sulle mani, un’altra cicatrice. il viso si va pulendo da tutti quei solchi. non avevo capito, non sapevo che –
non sapevo che non era incipriandoli che li avrei tenuti nascosti.

ho cominciato a gridare davvero solo quando ho serrato le labbra.

ho indossato il loro cappotto – la taglia, la stessa – eppure non mi entrava. al di là del plausibile – fate un applauso, questo è il momento – ero sempre così più grande che mi ci smarrivo dentro.
ecco la cipria, ecco il mascara, ecco il sorriso imperlato di vittoria. erano abiti, era trucco, erano vecchi sentimenti tarmati, e più coprivo me stessa più si sentiva spogliata e fredda.

volevo essere uguale, non sapevo essere uguale.
ecco, dio, prenditi tutto. i miei libri, li vuoi i miei libri? sì? eccoli, ordinati per autore su quegli scaffali. cos’altro?, un voto scarabocchiato in rosso in fondo a compito in classe, va bene, sì? eccolo. c’è scritto brava, sotto, brava e dei punti esclamativi che non ho contato e poi ci dev’essere pure dell’altro e, no, non l’ho letto. non l’ho nemmeno letto. prendilo, prendi e non chiedere. e i miei disegni e le mie poesie e i miei dischi. tutto, fai sparire tutto.
ma poi uguale non lo ero mai.

un altro segno sulle mani, un’altra cicatrice. la prima sei stato tu a darmela, ricordi? occhi che rilucevano e poi di colpo ero fuori a piangere, con metà del corpo divelta dai brividi – hai mai giocato a staccare la coda alle lucertole, da bambino? non riuscivo proprio a capire il senso di quell’appendice, il perché non morissero agonizzanti -, ma era l’unica parte di me che sentivo, il resto non c’era, il resto taceva. pioveva, pioveva e piangevo.

si va pulendo, il mio viso, e le ferite me le tolgo dagli occhi e me le metto sulle mani, mani di bambina che mai hanno conosciuto il lavoro, solo carta e inchiostro. mani che spuntano a malapena da maniche troppo lunghe – rese tali. sulle mani, dove le trova solo chi vuole. chi vuole trovarle, chi vuole appoggiare un dito e percorrere un solco. no, niente fondotinta, grazie: non serve più. non ho niente da nascondere, sono uguale, vede? finalmente uguale. strani i miei occhi, sì? e ancora non ha visto il grande numero dei denti storti, subito dopo l’incantatore di serpenti. si metta comoda, lo spettacolo è appena cominciato, lo spettacolo è per tutta la famiglia.

non sapevo che non era incipriandoli che li avrei tenuti nascosti.

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strappatemi gli occhi dai libri, quelli belli. pinzateli ad altri libri, piuttosto, più secchi e più rochi e per questo più giusti. prendete un filo grosso, un filo spesso, un filo nero, e cucitemi gli occhi a quei numeri e a quelle parole meccaniche, che vanno oleate di tanto in tanto sennò stridono e cigolano e s’inceppano.

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la balistica mi precipita a metà della distanza, e se anche di passi ne bastassero meno, per raggiungerti a testa alta, non saprei aprirmi un varco attraverso il tuo petto. ho parole caricate a salve, stasera, e la mia voce si fa intonaco inumidito: ti cade addosso in briciole e in polvere.

la gittata non è sufficiente per invertire il senso delle lancette, e il prima non diventa un dopo e causa non vuol dire effetto. a queste latitudini la stanchezza non sarà mai un errore.

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parlami.
la tua voce come un maglione – calda la tua voce, morbida la tua voce – voce di lana che non pizzica la pelle, voce-carezza voce-abbraccio voce-corpo. infilarmela addosso, presto, entrarci dentro. nascondere le mie mani nelle tue lunghe maniche, nel tuo collo alto il mio viso. protèggere, pro-tègere.

e se vuoi raccontarmi: raccontati. sono qui con le gambe incrociate e ti aspetto, vicina, vicino al telefono.

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e penso che, in fondo, non possiamo essere tutti registi delle parole, capaci di srotolare storie a partire dalla prima parola e poi giù giù giù fino al punto finale. altri, alcuni – io, per esempio – sono semplici fotografi delle parole, incapaci di oltrepassare i bordi del fermo-immagine, di spiegare il prima o inventare il poi.
e certe volte mi trema la mano, mentre scatto.

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press []

è che certi significati non lo capisco che sto facendo una fatica bestia a trovarli. durante, dico. e raccolgo un’ortica e pizzica, eppure mi convinco: è una primula. e non è nemmeno primavera.
ne ho inventati tanti, l’ho capito poi, e come se il passare del tempo potesse realmente trascinare con sé pure la strada, mettere in moto il rettangolo di mondo al di là del finestrino, me ne stavo come quando da bambina mi buttavano in piscina a nuotare a rana, e ce la mettevo tutta e ogni tanto alzavo la testa per capire quanto, ancora, al bordo – poco poco poco pochissimo, vedrai – e non mi ero mossa di un solo metro. e mi dicevano no no, i piedi così e le braccia cosà, e però in acqua coi polmoni sfilacciati e il cuore pure ci stavo io, mica loro. erano sul bordo, loro: in salvo.

ho iniziato a far caso alle pietre miliari, mi appunto il numero sul palmo della mano e quando mi accorgo che il bordo – alle mie spalle, l’unico bordo che riesco a vedere – è ancora lì dove non vorrei che fosse, riciclo il vecchio trucco, qualche bracciata a stile e poi forza e coraggio, che questa volta è la volta buona. e magari fuori dai miei occhiali c’è un cartello che dice stradachiusa, e invece dentro ai miei occhiali il cartello dice sensounico:avanti, e non sono del tutto convinta che la colpa sia delle lenti o della miopia o del cartello.

la verità è che certi muri non li vedo non li imparo neanche a sbatterci contro cento volte.

[ma poco dopo risorgi solo che non ti accorgi dei sorrisi posticci dei pensieri che scacci delle cose che lasci]

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