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Archive for the ‘danish pastry’ Category

In principio era il verbo.
Il verbo andare, per la precisione, seguito a ruota dal complemento di moto a luogo, in questo caso: in Nuova Zelanda. E insomma, questo upgrade della Zelanda rappresentava il mio personalissimo piano criminale per il periodo di ricerca all’estero (che per la sottoscritta è un po’ come dire estero al quadrato) che dovrò svolgere il prossimo anno, piano ostacolato fin da subito dalle forze oscure del male, del malissimo e anche del peggio. Dal momento però che le mie abilità contrattuali sono a dir poco impareggiabili, nel giro dell’ultimo anno e mezzo la destinazione finale è stata modificata dapprima in Rochester, NY, poi in Ottawa, e infine in Stoccolma (le forze oscure del peggio, dicevamo, ché in Svezia in inverno le ore di luce solare son meno che in Danimarca, e fa pure più freddo. Mira, si chiama questa, altroché). Fortuna vuole che la partenza sia imminente: di questo passo tra un paio di mesi mi sarei ritrovata a dover andare a Roskilde, o a Århus. Bei posti, dico mica, però, insomma, anche no. E quindi, bòn, da marzo in poi mi trovate sulle isole di là, pallida forse un po’ più del solito ma di sicuro ben conservata.

Una volta eliminata la Nuova Zelanda dalla lista delle possibili destinazioni per il mio estero^2 (pare non facciano NIENTE di quello che serve a me, ‘sti kiwi, e il mio capo purtroppo non ha appoggiato la mia idea di chiamare un’università neozelandese a caso e dare loro un anno e mezzo di tempo per diventare i migliori al mondo nel mio campo, così da fornire alla sottoscritta un’ottima scusa per andare a lavorare presso di loro), ho quindi inserito la NZ in cima alla lista delle destinazioni per le mie vacanze di Natale (no, infatti non sono una persona testarda e zuccona, io) . Manco a dirlo, il mio personalissimo piano criminale è stato ostacolato fin da subito dalle forze del male, del malissimo e del peggio (nella fattispecie, mio padre con l’elenco delle figlie in una mano e il bianchetto nell’altra, in caso non mi fossi presentata a tavola con loro il giorno di Natale), ma almeno questa volta il ripiego era l’Australia, dal ventisette dicembre fino a scongelamento osseo ultimato. Per la cronaca (e dal momento che, si sa, io sono una donna dalle infinite risorse), il piano C era Barcellona, il piano D Atene, e i piani E, F e G erano Madeira, Malta e Istanbul. Inutile dire che ha vinto il piano H: Copenhagen.

Posso elencarvi almeno cinque ottime scuse per aver abbandonato il corso (ufficiale) di danese, nessuna delle quali contiene la parola pigrizia. I corsi ufficiosi continuano, con gli unici due danesi che ancora hanno la pazienza di starmi a sentire mentre massacro senza pudore alcuno la pronuncia della loro amata lingua. Uno di loro insiste nel dire che parlo bene il danese, e questo nonostante fosse con me il pomeriggio in cui per tre volte ho ordinato una fetta di torta di mele, e per tre volte la tizia del bar mi ha risposto che, no, non era una torta al cioccolato, quella: era una torta di mele. Lige præcis.
(Lo stesso danese sostiene che il tartufo sappia di aglio e le caldarroste di pop-corn. Ci siamo capiti)

Dopo secoli, ho ricominciato a giocare a pallamano. Il primo allenamento è andato benissimo: l’allenatrice mi ha letteralmente ignorata per i primi venti minuti, presentando alla squadra le altre nuove giocatrici e parlando solo ed esclusivamente danese per tutto il tempo, salvo poi ricordarsi della mia esistenza e venirmi a chiedere se ho anche un nome, oltre a un’espressione completamente spaesata (a tratti terrorizzata, oserei dire), e chiarire fin da subito che lei, quando allena, lo fa in danese, e se non mi va bene sono anche cavoli miei. Perfetto!, ho pensato: quale modo migliore per imparare una buona volta ‘sta benedetta lingua?! Del resto, nella vita di tutti i giorni a che ti serve saper ordinare una fetta di torta quando puoi dire portiere, pivot o rigore?

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è solo questione di tempo, presto o tardi qualcuno si deciderà a includere tra gli sport olimpici invernali la camminata su fondo innevato e ghiacciato con scarpa tremendamente inadatta. inutile che vi alleniate: la medaglia d’oro ha già il mio nome scritto sopra.

il mio collega finlandese dice che in confronto ai meno trentaquattro gradi (sticazzi) di tampere, qui da noi non fa neanche troppo freddo. il mio collega finlandese ha fatto il bagno nel mare ghiacciato, la settimana scorsa, e ne è uscito vivo. questo dovrebbe farvi capire un bel po’ di cose.

durante l’inverno più freddo degli ultimi, non so, centocinquant’anni (un numero chiaramente a caso, ma tanto io e la statistica non siamo mai andate d’accordo), son gelati i laghi vicino a casa mia. addirittura. ovviamente c’era solo una persona che, tra i pattinatori e i pupazzi di neve in mezzo al lago, s’è messa a urlare, uè, cammino sulle acque. vi lascio indovinare chi.

i danesi, comunque, non si lasciano certo scoraggiare dal freddo e dal gelo, e vanno in giro in maglietta a mezze maniche e senza giacca. ti guardano e dicono, non fa poi così caldo. eh beh, certo: anche don abbondio non era nato con un cuor di leone, in fondo. molti di loro sono anche convinti che la primavera inizi il primo di marzo, non si sa bene sulla base di cosa. io comunque ho deciso che non appena il termometro arriverà a sfiorare gli otto gradi (più otto gradi) dichiarerò ufficialmente cominciata l’estate.
non una grande rivoluzione, visto che probabilmente sarà già luglio.

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dopo il corso di danese ufficiale e il corso di danese ufficioso (il collega dirimpettaio che m’insegna una parola nuova tutti i giorni), ci mancava solo il corso di danese diversamente ufficioso, col commesso del supermercato accanto a casa che mi dà lezioni di everyday danish tra un codice a barre e l’altro.

– donna, devi impararlo ‘sto benedetto danese.
– eh, la fai facile tu. mica son nata con un rospo in gola come voialtri, io.
– ‘spetta mo’ che t’insegno io.

proprio vero che gli uomini non ci accettano mai per quello che siamo.

comunque. ieri ho ricevuto due mail di complimenti per aver fatto funzionare uno strumento che ancora non ho nemmeno iniziato a costruire. non ho capito se fossero mail di incoraggiamento oppure una demo dell’amore incondizionato che l’umanità tiene in serbo per me, nascosto bene da qualche parte (molto bene). nel dubbio, mi son fatta i complimenti anch’io.

mi han mandato una presentazione da sistemare (aggiungere un po’ di folklore qua e là, sterminare le animazioni powerpoint, che sono un castigo divino, raddoppiare la dimensione del file scegliendo accuratamente immagini con risoluzione abnorme, e via dicendo), per una lezione che devo fare a degli studenti delle scuole superiori. ora, son davvero poche le cose che mi danno fastidio sul serio. oltre alle animazioni ppt, dico. mi dà fastidio, per esempio, il fatto che la rapa rossa sia uno degli alimenti alla base della cucina tradizionale danese. le catene di sant’antonio mi danno fastidio, specie se con annesso file ppt in cui un’ampia gamma di gatti e cani e altre bestie di piccola taglia pretende di ricordarmi che amico è bello o amore è per sempre (ah, no, però. aspetta: solo il vero amore è per sempre, altrimenti non è amore. ah, ecco. certo. un po’ come dire che il latte è finito solo quando il cartone è vuoto, altrimenti non è finito. ci voleva un gatto, per capirlo). il comic sans (aka volevo essere divertente, giovane, accattivante), a maggior ragione se il testo è colorato, mi dà un fastidio che la metà basta. il mondo non ha alcun bisogno del comic sans: è ora che se ne renda conto.

come se tutto questo non bastasse, un professore ha cercato di vendermi suo figlio. no, anzi: me lo regalava proprio.

– ma tu finito il dottorato vuoi rimanere in danimarca per sempre?
(grazie per la fiducia, uomo, ma temo che prima o poi mi toccherà stendere gli zampetti, come si suol dire)
– non lo so ancora cosa farò, dopo.
– no perché potresti anche conoscere un danese e innamorarti e non volertene più andare.
– …
– ci sono tanti danesi che meritano, e magari sono ancora giovani e non sono sposati.
(e poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata)
– …
– per esempio, mio figlio è un neuroscienziato che ha fatto il dottorato in california, mica una roba da niente, e io gli dico sempre che si deve trovare una donna e sposarsi, ma lui mica mi dà retta. non ne vuole proprio sapere.

il peggio è che il mio primo pensiero non è stato, bevi di meno. no, il mio primissimo pensiero è stato: almeno questo non è un ingegnere.
sopprimetemi.

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come la sottoscritta sia finita a posare per una foto ufficiale, sdraiata sul pavimento dello spogliatoio maschile del dipartimento e con la testa appoggiata su una lampada, è una di quelle domande che ho imparato a non farmi. un’altra è come sia possibile che, dopo anni e anni passati a evitare la chimica come fosse la peste bubbonica, io sia finita a lavorare in un progetto impregnato di chimica organica fino al midollo osseo.

comunque. ieri un danese ha cercato di convincermi che le torri di bologna sono quattro. mi sa che non ti ricordi bene, mi ha detto, io ci sono anche salito, su una delle quattro. era storta. ho tuttavia deciso di ignorare questa sua affermazione, avendolo precedentemente visto prendere a nomi lo schermo di un computer spento per un paio di minuti buono, perché non gli visualizzava niente. per inciso, quest’uomo sente la necessità di dar voce alla barra di avanzamento delle applicazioni windows, emettendo ogni volta versi non ben definibili (ma a volume crescente) fino al completamento dell’operazione. quando non sono impegnata a immaginare la sua testa che colpisce ripetutamente lo spigolo del tavolo, con tarantiniano spargimento di sangue, lo adoro.

non fosse altro, questi cinque mesi di ph.d. hanno finalmente chiarito il mio ruolo all’interno della società civile, eleggendomi a sbriga menate dell’ultimissimo minuto et scribacchina dell’inverosimile. pur nutrendo qualche serio dubbio sull’intelligenza del brevettare un’idea giustificata da numero zero risultati sperimentali — che è un po’ come cercare di vendere una casa su un pianeta superfico che non sappiamo ancora se esiste —, riconosco che essere del tutto inutile (alla società civile) poteva essere molto ma molto peggio.

(per la prima volta nella mia vita ho trovato un mio personalissimo posto nel mondo. se continuo a mangiare pane e maionese a questo ritmo, prevedo di quadruplicarlo entro breve tempo)

nel corso dell’ultimo mese, poi, ho appurato che se metti una fanatica di letteratura americana contemporanea a parlare di libri con uno statunitense, essa non troverà un solo libro, tra i suoi preferiti, che l’altro abbia anche solo sentito nominare. ah, un’altra cosa che ho imparato è che quando uno statunitense ti telefona e ti chiede what’s up?, la risposta esatta è: nothing. non escludo però che anche forty-two sia legalmente valida, magari la prossima volta provo e vedo che succede (douglas adams era britannico, in fondo. ho qualche speranza).

il corso di danese pare vada bene, almeno per quanto riguarda le uscite a elevato tasso alcoolico con i miei compagni di classe. la regola empirica è che dopo una birra si diventa più fluenti in inglese, dopo due viene abbastanza bene anche il danese, e se poi si fa il pari con un paio di mojito si può pure tentare la sorte con una terza lingua europea a scelta. in caso il secondo di questi mojito venga ingerito nel giro di quattro minuti — ecco il tuo mojito, cara cliente. ah, già che siam qui ti dico anche, cara cliente, che tra cinque minuti chiudiamo baracca e burattini e andiamo a dormire il sonno dei giusti, cosa che mi sento di raccomandarti caldamente, cara cliente, specie dopo che ti sarai trangugiata cotanto mojito in, fammi vedere, quattro minuti adesso. ti ringraziamo per la preferenza accordataci, torna presto a trovarci, adieu —, a distanza di minuti quindici dal precedente, non c’è lingua dell’universo conosciuto che non si riesca a padroneggiare con abilità.
e comunque, no, quella che parlava con un cane non ero io.

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la figlia illegittima di star trek è impanicata persa perché y. le ha detto che il suo pc fa rumore per via dello sporco che c’è dentro, anche se in realtà lei ha capito che il problema è che il computer è lento, per via dello sporco che c’è dentro. ora, il computer non è né lento né rumoroso (né tantomeno sporco), però attualmente convivo con due donne intenzionate a pulirlo con l’aspirapolvere. questo per farvi un sunto veloce dell’aria che tira alla casa sul lago. un sunto un po’ meno veloce prevedrebbe la mia entrata in scena in quanto ripara-menate-informatiche di fiducia (altrimenti detta “colei che conosce posti nel computer che io mai avrei immaginato”, laddove il task manager è uno dei sopracitati posti del computer) alle prese con un dizionario, un sistema operativo in danese e una coinquilina/padrona di casa (la figlia illegittima di star trek, appunto) che manda mail a se stessa, ma siccome a natale non manca poi molto (qua piove da due settimane, dev’essere come minimo novembre) per questa volta sarò buona e ve lo risparmierò.

al lavoro, anche, tutto bene. la settimana con gli studenti delle scuole superiori è filata via liscia come l’olio, perlomeno se si escludono lo svenimento di uno dei ragazzi durante una delle esperienze di laboratorio, il fallimento totale della stessa e il fatto che per cinque giorni tutti attorno a me abbiano parlato solo ed esclusivamente danese (con me, pure, e a questo punto comincio ad avere dei seri dubbi sull’efficacia della mia famosa espressione da “sono certa che quello che mi stai dicendo è tutto estremamente interessante, peccato solo che io non stia capendo un’emerita fava”). però almeno ho evitato la foto di gruppo, e poi una sera siamo andati al parco divertimenti tutti assieme, e sono anche salita — incredibile ma vero! — su una di quelle giostre paurosissime in cui ti rendi conto che se l’essere umano è fatto per stare con la testa su e i piedi giù, be’, probabilmente esiste un motivo valido. passerà alla storia il mega spavento preso da me, collega e capo sulla giostra dei bambini (tipo castello dell’orrore, con finti mostri che sbucano fuori da tutte le parti, insomma), mentre appunto i bambini (quelli veri) ci guardavano con commiserazione.

siccome poi non sono del tutto sana di mente — tell me something i didn’t know already — ho accettato di correre la dhl, vale a dire una staffetta 5×5 da disputarsi all’inizio di settembre. in attesa di trovare un’anima pia disposta a spararmi in fronte al terzo chilometro, ponendo così fine al mio dolore e alle mie atroci sofferenze, mi alleno con i colleghi, che sono praticamente tutti uomini e che quindi corrono come neanche speedy gonzales ai tempi d’oro, e questo spiega perché a fine allenamento (quando sono arrivata anch’io, cioè, e loro han già fatto anche la doccia) io non sia più in grado d’intendere, né tantomeno di volere alcunché. il trucco per andare veloce, comunque, è renderti conto che sta per piovere e che hai lasciato a casa l’asciugacapelli (us women, we’re all so, uh-uh, barbieinside).

ad agosto riprendo le lezioni di danese, con un’insegnante che quando la segretaria della scuola di lingue mi ha detto come si chiama, nome e cognome, io ho capito solo gt. tutto attaccato. cominciamo bene. un collega, d’altro canto, s’è messo in testa che vuole imparare l’italiano, e in macchina tiene un audiocorso che gli insegna a dare del lei a chiunque. inevitabile, quando si presenta in ufficio da me all’ora di pranzo (dopo la triplice bussata con triplice ripetizione del mio nome, alla sheldon cooper) e chiede, lei vorrebbe mangiare?, che io mi guardi attorno e gli risponda, lei chi?

studiare ottica, ho scoperto, toglie un po’ di poesia alla vita. è che gli arcobaleni, per esempio, o anche i miraggi nel deserto, sono cose magiche che in fondo non lo vuoi davvero sapere, com’è che nascono, e anche il colore del cielo all’alba o al tramonto, o il fatto che se metti una cannuccia nell’acqua (o un piede nel mare) ti sembra che sia interrotta, spezzata in due, be’, son cose che quando le guardi preferiresti di gran lunga rimanere con la bocca aperta e la faccia da idiota, piuttosto che farti venire in mente delle equazioni differenziali. l’ingegneria lavora dentro di te, mi disse una volta un docente. è vero, porca miseria, e infatti da qualche mese a questa parte anche la copertina di the dark side of the moon non è più la stessa.

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la mia coinquilina russa, arrivata in danimarca venti giorni fa, ha già trovato un fidanzato. danese.
una sera, mentre cercavo di spiegarle che tre appuntamenti con tre uomini diversi, rimediati durante le prime due settimane, sono una media di tutto rispetto (non era del tutto soddisfatta, lei), mi ha guardata con gli occhi fuori dalle orbite e poi mi ha chiesto, cioè vuoi dirmi che sei qui da due mesi e non sei ancora uscita con un danese?!

(dopo quante iterazioni della sequenza “esco con i miei amici/la sera vado a correre/i danesi sono timidi/non do confidenza agli ubriachi/le cavallette” supero ufficialmente la soglia del ridicolo?)

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e così alla casa sul lago è arrivata y.
y. viene dalla russia, ma non dalla russia e basta: dalla siberia, proprio. ci tiene a farmi sapere, y., che in siberia non ci sono solo gli orsi, ma anche le foreste, le zanzare e le ragazze che poi vengono a studiare in merluzzistan. e c’è il ghiaccio sotto la terra, anche. perenne.

un bel posticino, la siberia.

ieri sera io e y. siamo andate a bere una birra, che poi sono diventate due perché tanto lei aveva fatto una cena abbondante. io non avevo cenato, invece, e prima ancora di non cenare avevo corso per più di sei km (sì, lo so: mi sto lentamente trasformando in una danese. tra un po’ mi crescerà un rospo in gola e poi dopo, quando non si capirà più un accidente di quello che dico, la mutazione sarà completa), e prima ancora di correre per più di sei km avevo fatto un corso di due giorni sugli usi e costumi danesi (“meet denmark”, il nome del corso), in un posto che si chiama næstved e in cui ci sono, a occhio e croce, più pub che non abitanti. il fatto poi che gli autoctoni vadano tutti a dormire alle 20:30 pone un sacco di domande sulla clientela dei locali, in effetti. io e pochi altri coraggiosi abbiamo attirato su di noi l’ira funesta della donna delle pulizie, perché alle 22:30 (!!!) stavamo ancora facendo delle chiacchiere nel salottino dell’albergo, e invece lei non vedeva l’ora di passare l’aspirapolvere e andare a dormire il sonno dei giusti.
comunque, l’apice del corso (obbligatorio e pagato dall’università, ma in fondo i danesi sono strani forte) è stato l’assaggio dei prodotti tipici danesi, vale a dire una sequenza di formaggi (e il formaggio ai gamberetti va oltre qualsiasi definizione, ve lo assicuro), aringhe, uova di non so bene che pesce, carne e liquirizia, il tutto innaffiato dalla birra tipica di un’isola in cui il dialetto è talmente dialetto che il danese nemmeno lo capiscono, da una bevanda gassata rossa che al primo sorso mi ha cariato metà dei denti e al secondo m’ha fatto venire il diabete, e dall’immancabile caffelatte. l’obiettivo era, of course, non vomitare, e però sia io che la collega tedesca abbiamo rischiato più di una volta di mancarlo. anche perché questo tour de force gastronomico ci è stato propinato all’inizio della lezione del pomeriggio, subito dopo pranzo.
la collega tedesca il primo giorno m’ha detto, strano che te che sei italiana ascolti i radiohead, pensavo che in italia ascoltaste tutti roba tipo enrique iglesias.

(ecco che vomito per davvero)

ascoltare è il verbo sbagliato, le ho detto io. la sottoscritta a-do-ra i radiohead, e per inciso nutre pure un’insana passione per quello stortone del loro cantante. e comunque a me dà l’orticaria anche la pausini, sappilo.
è così che abbiam fatto amicizia, io e la collega tedesca.

tra poco più di una settimana, a roskilde ci sarà il festival omonimo, che è assolutamente l’evento della stagione: orde di danesi che fanno tutto quello che la loro imperterrita danesità normalmente proibisce loro di fare, oltretutto coperti di fango fino alle orecchie (di solito piove, per il roskilde festival). la regola è: what happens in roskilde stays in roskilde, e io sto quasi pensando di andare, anche perché alla fine il programma è un signor programma (come sempre, del resto. l’anno scorso ci han suonato i radiohead, per dire, ma ovviamente la fortunata qui era già tornata in italia).

per quanto riguarda il lavoro, poi, tutto bene, grazie. pare che nel giro di un paio di settimane io debba spiegare a due studenti delle scuole superiori una cosa che non so bene neanche io, per convincerli a iscriversi al dtu. la catastrofe è imminente, lo sento. per il resto, le ultime giornate (lavorative) le ho passate a cercare di definire alla meno peggio il programma di un corso che pare mi vedrà coinvolta in qualità di inquisitrice spagnola italiana, vale a dire che agli studenti verrà assegnato di volta in volta del materiale da studiare, e la sottoscritta dovrà interrogare ‘sti poveri cristi, che spero non scoprano mai che il programma l’ho fatto io. nel caso, portatemi dei fiori al camposanto, di quando in quando.

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