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Archive for giugno 2007

Adesso ditemi voi perché io non riesco a fare un viaggio in treno, uno che è uno, che sia un minimo normale.
Prima il tipo che si sdraia sui binari, poi quello che mi vuole vendere il figlio.

Oggi, il controllore marpione.

Immaginate la scena: me ne sto comodamente stravaccata sul regionale per Piacenza, immersa in uno dei (rari) momenti di smielosità caramellata – vale a dire, con Ben Folds in cuffia e la testa dispersa tra le nuvole – che mi concedo quando nessuno mi vede, quand’ecco che arriva il controllore e, come è ragionevole che sia, mi chiede il biglietto.
Non andare a Parma, mi dice, vieni a Rimini piuttosto.

A Rimini?!
Sì, a Rimini: è molto meglio di Parma, sai. E poi che ci vai a fare, a Parma, tu?
A trovare un’amica.
Ah, un’amica. Ma dai, vieni a Rimini con me, piuttosto.
Ehm… coff… con lei?!?
Sì, con me.
Magari un’altra volta, eh.
Senti, ora io ti lascio il mio numero, così quando decidi di venire a Rimini mi puoi contattare.
No, guardi, così è troppo facile. A me le cose, se non sono complicate, non piacciono.
Ma allora come farai a contattarmi, quando verrai a Rimini?
Mmmm… prenderò il treno per Parma, la verrò a cercare, le chiederò il numero e poi, una volta tornata a casa, la chiamerò per dirle che ho intenzione di venire a Rimini. Facile.
Addirittura?
Sì, sennò non è sufficientemente avventuroso, per i miei gusti.
Non credi che sarebbe molto più avventuroso se io lasciassi il mio numero a una donna che non ho mai visto prima, senza avere la minima certezza che poi le mi richiamerà per davvero?
Dipende dai punti di vista.

Te lo riporto subito, mi dice, e se ne va. Col mio biglietto.
A metà tra l’incredulo e il Coraggio, popolo, fuori le telecamere: so di essere su scherzi a parte, guardo le tre ragazze sedute oltre il corridoio.

Ma se ne è andato davvero col tuo biglietto?!

Sì, se ne è andato davvero col mio biglietto.

Dopo un po’ torna, e si siede di fronte a me.
Mi rende il biglietto.

Giorgio (Rimini), c’è scritto dietro. E c’è un numero di telefono, accanto.

Io non ci posso credere, lo guardo come se avessi appena visto la madonna tirare da tre, e metterla pure dentro.
Ma il peggio deve ancora venire.

Allora, mi manderai un messaggio?
Chi lo sa: ha scelto di rischiare, se le dico prima come finisce le rovino il divertimento.
Sì, ho scelto di rischiare perché sei una dolce creatura.
Una… dolce creatura?!
Sì, una dolce creatura: tu sei una dolcezza diavolina.
Una dolcezza diavolina!!! Giuro che questo lo metto a curriculum!
Sì, io invece in amore sono diavolo e basta: un bacio, due baci, tre baci, e poi ci vuole un morso…

Fatevene un’idea, vi prego. E poi dopo mettete su il patacchino rosso, adults only, che qua sconfiniamo nella pornografia bella e buona.

Una dolcezza diavolina, giuro che non ci posso credere. Mi han dato della granita, una volta, dolce-ma-gelida, ma della diavolina quello mai…
Sì, infatti, direi che granita rende l’idea… adesso però io vorrei assaggiarti, per scoprire che sapore hai…

I conati di vomito, i conati di vomito, i conati di vomito.
Ancora un po’ e questo si becca a) una sberla fatta come si deve, e b) una denuncia.
Ma non è ancora contento, il fanciullo (per la serie “non ci facciamo mancare nulla, noi”).

Perché, vedi, tu mi intrighi un sacco, tu mi fai sentire maschio.

Bona, non riesco più a trattenermi: gli rido in faccia, a lui e al suo sentirsi maschio, senza ritegno alcuno.
Ma santo cielo, tutti a me i matti barra pervertiti devono capitare… un viaggio in treno tranquillo, se volete anche un tantino noioso, non si può proprio avere, no?!

Questo è stato l’apice, il resto ve lo risparmio, ché il tipo lì mi ha piantonata da Modena fin quasi a Parma.

Come dice giustamente Ephram, è bello sapere che i soldi dei nostri biglietti contribuiscono a pagare lo stipendio a individui come questo.

Come dice giustamente la Fran, la prossima volta che devo fare un viaggio in treno ti chiamo così almeno c’è da divertirsi.

Come dice giustamente Nina, tu uno normale no, eh?!

Sto diventando trenofobica, Fran, ho paura di quel che potrebbe succedere, al prossimo viaggio in treno.
Comunque, donzelle care all-around-the-known-universe, se per caso vi interessa il numero di Giorgio, fatevi pure avanti.
Segni particolari: piacente, brizzolato, abbronzato, a occhio e croce sui quarantacinque, marpione un bel po’.

Ho qui con me il biglietto, ancora: Giorgio (Rimini), e il numero di telefono.
Lo guardo e mi faccio coraggio: è la prova inconfutabile che al mondo c’è chi sta messo peggio di me.

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In definitiva, portare i miei genitori all’IKEA è un po’ come sguinzagliare un bambino di sei anni in un Disney store costruito all’interno della fabbrica di cioccolato di mr. Wonka.

update [28.06.07]
Bago, mi sono appena resa conto di averti servito la citazione da Fight Club su un piatto d’argento, questa volta. 😉

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Settembre 2002.
Autostrada A14, un punto imprecisato tra il casello di Faenza e quello di Bologna.
Ore 22.30, circa.

SorelladiAnniKa, dall’alto dei suoi trent’anni, dice: (…) perché, vedi, vivere con altre persone non è affatto semplice.
AnniKa, versione diciannovenne, risponde: eh, immagino. Però io mi adatto.

È stato il mio primo giorno a villa arpies, quello. La mia prima notte, per l’esattezza.
All’epoca pure la primogenita faceva parte del nutrito club delle arpie (s’è disarpizzata un poco, ultimamente, da quando ha cambiato casa e, soprattutto, da quando è diventata mamma), e per i primi tre mesi del mio soggiorno bolognese io e lei abbiam diviso la camera, e condiviso l’appartamento con coinquilina1 e altre due-barra-tre persone.

Ero giovane e ingenua, e non avevo la più pallida idea di cosa mi aspettasse.
Ero ottimista, anche, e intimamente convinta che bastasse adattarsi, per sopravvivere dignitosamente a una convivenza.
Non avevo tutti i torti, a ben pensarci, una volta che una abbia ben chiaro cosa si intende esattamente per adattarsi.

Io non lo sapevo, allora, che adattarsi voleva dire anche

passare un primo di maggio e un venerdì sera a raccattare l’acqua di scarico della lavatrice, in solitaria, e restare calma

sentirmi dire che la porta non si chiude perché il freddo ha fatto dilatare il metallo, e restare calma

rischiare di saltare in aria col palazzo e tutto perché coinquilina2 ha messo la caffettiera nel microonde, e restare calma

sentire coinquilina1 definire un uomo inutile il ragazzo che avevo invitato a cena, e restare calma

vedere il coinquilinato tutto che organizza feste e cene in casa alle quali, regolarmente, non sono invitata, e restare calma

essere regolarmente trattata come una stupida, solo perché anagraficamente più piccola del coinquilinato tutto, e restare calma

passare notti insonni per via della televisione a volume altissimo di coinquilina3, e restare calma

svegliarmi alle 06.00, ogni stramaledetta mattina, per via di coinquilina3 che lava i piatti e parla al telefono e litiga col fidanzato e urla alla bestiaferoce di non fare casino, e restare calma

rimanere chiusa fuori casa perché coinquilina2 ha chiuso la porta dall’interno, lasciando le chiavi nella serratura, e non risponde né al fisso né al cellulare, e restare calma

tornare da casa dei miei e trovare la mia camera invasa da stendipanni e vestiti da stirare ammassati sul mio letto, e restare calma

non riuscire a far capire al coinquilinato tutto che la caffettiera va svuotata, dopo aver fatto il caffé, e che sarebbe bene non fare ammuffire le cose nel frigorifero, e restare calma

Ero giovane, e non lo sapevo. Mea culpa.
Ora, tra una decina di giorni me ne vado: trasloco, lascio villa arpies, dopo poco meno di cinque anni.

Mi sto prendendo qualche soddisfazione, devo dire, probabilmente le prime in cinque anni di convivenza con coinquilina1, in quattro anni e mezzo di convivenza con coinquilina2 e in sei mesi (ma la metà basterebbe, ve lo assicuro) di convivenza con coinquilina3.

Tipo che ieri coinquilina2 compiva gli anni, tipo che non voleva sbattersi a organizzare la festa, tipo che le altre due le han detto Dai, fai qualcosa che ti aiutiamo noi.
Tipo che ieri coinquilina2 era incazzata nera, tipo che le altre due han passato il pomeriggio a letto con i rispettivi uomini, tipo che chi s’è visto s’è visto.
Tipo che AnniKa s’è pure permessa di arrivare al momento opportuno e offrirsi di dare una mano a coinquilina2, sentendosi poi dire, per la prima volta nella storia, Grazie mille, Chiaretta, non fosse stato per te non so davvero come avrei fatto. Croce rossa sul calendario, please.

Tipo che AnniKa s’è pure permessa di concludere in bellezza il cazziatone che coinquilina2 ha fatto a coinquilina3, accodando ai vari Tu sei una persona inaffidabile un magistrale E, soprattutto, tu c’hai delle voglie a litigare col moroso alle cinque della mattina, porco cane.
Per la cronaca, coinquilina3 se ne è andata in lacrime, a piangere dalla mamma, sospetto, a dispetto dei suoi trenta-e-passa anni.

Tipo che AnniKa s’è pure permessa di aiutare coinquilina1 con la piastra per i capelli, e s’è sentita chiedere un parere sul di lei nuovo boyfriend, evento che, credo, non si ripeterà mai più nei secoli dei secoli amen. Altra croce rossa, questa volta sul muro.

Tipo che AnniKa ha sentito coinquilina1, e pure coinquilina2, fare apprezzamenti molto positivi sul suo nuovo boyfriend, e a questo punto sospetto che l’essenza alla citronella emanata dallo zampirone sia vagamente allucinogena.

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Dice Daniele:

Abbiamo oramai tutti i mezzi di comunicazione possibili (cellulari, Internet e via dicendo), vi sono anche buoni propositi volendo, eppure questi qua non riescono a trovarsi.

Mi pare uno spunto interessante, questo; sarà che il tuttologo, tempo fa, mi disse che al giorno d’oggi nessuno è più capace di ascoltare, che siamo tutti capaci solo di parlare di noi stessi, di metterci al centro dell’attenzione, e che i blog ne sono la dimostrazione inconfutabile.

La mia idea è che ci si aspetta un po’ troppo, dalla teconologia: dovrebbe essere un’appendice delle nostre facoltà, delle nostre capacità, dovrebbe essere il mezzo mediante il quale ci è consentito aggirare alcuni dei nostri limiti umani, siano essi il tempo o la distanza, e invece spesso la usiamo come una protesi, come un modo non tanto per ampliare le nostre possibilità, quanto piuttosto per sostituirle, rimpiazzarle, con altre più semplici e più comode.

Un po’ come la storiella dell’imbecille che guarda il dito che indica la luna, insomma, ci chiudiamo in noi stessi e ce ne stiamo a rimirare un telefono, o uno schermo, come se fossero la quintessenza dell’amicizia e dei rapporti interpersonali, dimenticandoci però di andare oltre, di concretizzare questa nostra ricerca di condivisione, conoscenza, scoperta. Corriamo il rischio di smarrirci, dentro second-esistenze alternative costruite ad arte ma fatte di tutto tranne che di vita reale.

E un po’ mi dispiace contraddirti, mio caro Niccolò, ma a volte mi pare che sia il mezzo a giustificare il fine, e non il viceversa.

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Farfalle nello stomaco, aspettando quel treno, sul binario 3.

L’abbraccio di belsorriso, fuori dal macondo, un abbraccio caldo e forte.

Lenzuola spiegazzate, un ventilatore acceso e un tubo di Pringles alla paprika.

Risate, e mani che cercano, che trovano altre mani.

Caldo, pelle sudata, pelle arrossata dal sole.

La sposa più bella della storia, gambe che tremano per l’emozione, parole che non bastano per dare una forma plausibile a quel che si prova dentro.

Vecchi compagni di classe che si incontrano quasi per caso, il sorriso degli amici e quello delle persone appena conosciute.

Una voce appesa al filo del telefono, una voce bagnata dalla pioggia di Berna, che racconta di un concerto indimenticabile.

Un libro dalla copertina arancione, e sulla prima pagina una dedica:

tratta bene il pezzo di cuore che ti lascio qui.

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Non fa in tempo a entrare nell’aula che, subito, c’è chi esclama

Ehi, ma se c’è lei siamo a posto!

AnniKa, un poco sorpresa, risponde che, no, fermi tutti, lei non ha aperto libro, e che no, non è una battuta o un modo di dire, questo, lei davvero non sa di che parli, l’esame.

Arriva il docente, e afferma

Avete tre ore. Il compito si fa in mezz’ora, il resto del tempo è generalmente dedicato ad assorbire informazioni dall’ambiente circostante.

È fatta, abbiamo la sua benedizione.

Comincia la prova, e AnniKa comincia a scrivere, e pensa e scrive, e pensa e scrive, per una buona mezz’ora.
Ogni tanto qualcuno la chiama e le chiede se sta risolvendo l’esercizio, e lei risponde che no, lei non lo sa fare l’esercizio, non ha proprio idea di come si risolva, anzi.

Però continua a scrivere, a pensare e a scrivere, a pensare e a scrivere.

Dopo un po’ si volta Fraido, seduto proprio davanti a lei:

Ma lo sai fare o no?
No.
E allora che cosa scrivi?!?
Ah, no, aspetta… guarda che io sto ripetendo un capitolo di un altro esame, non l’ho nemmeno letto, io, il testo dell’esercizio…

Non è che posso sprecare tre ore della mia vita a guardare per aria, in fondo. Sono una donna impegnata, ho altri esami da dare, io.

Ora, immaginate un’aula, anche piuttosto grandina, con più di sessanta esaminandi, dei quali due, o forse tre, sono realmente preparati, mentre tutti gli altri si sono (ci siamo) presentati esclusivamente per a) fare numero, agevolando così eventuali operazioni di confronto dei risultati per i pochi studenti capaci di risolvere l’esercizio, e b) sperare di intercettare una valida traiettoria di deriva delle malacopie.

Immaginate poi un assistente giovane e tranquillo, abbandonato dal professore a sorvegliare l’aula di cui sopra, in posizione sopraelevata e con il suo bravo portatile dietro al quale nascondersi per far finta di non vedere quel che sta succedendo qualche metro avanti a lui.

Il risultato è il delirio più totale: carta che vola, gente che si alza e, come se nulla fosse, porta la malacopia sul banco degli altri, chi copia dalle dispense appoggiate sulle cosce, chi tiene i fogli degli altri platealmente sul banco.

Io, per mia fortuna, son capitata nel bel mezzo del canale umanitario che da Luciano, attraverso lei, raggiungeva l’altro capo dell’aula.
Se ho passato l’esame, in modo così scandaloso nonché riprovevole, giuro che me ne vergognerò, per almeno cinque minuti buoni.
Poi, manco a dirlo, andrò a registrare il voto.

[E a offrire da bere a Luciano, s’intende]

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è sconvolgentemente divertente rendersi conto di come molti di quelli che ora sanno, e che qualche giorno fa mi han detto

qualunque cosa sia, merita di essere fatta

mi reputino una flippata totale, in realtà, ma non abbiano il coraggio di dirmelo in faccia.

Update (02.43pm)
Il consiglio del giorno: non andate mai in giro, come me oggi, per esempio, ascoltando in cuffia Fiorello&Baldini… potreste fare la figura degli imbecilli, quando scoppiate a ridere. 😉

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