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Archive for ottobre 2008

parti prima e seconda – l’apparato psico-cinematografico, l’apparato cardio-meteorologico.

sono madre di una bambina muta, sono la figlia – muta – di una madre che ha imparato a fare a meno della voce. sono la compagna vedente e per questo cieca del padre di una bambina muta. non sono madre e non sono figlia, e articolare i suoni oggi mi costa fatica.
oggi è già autunno, e l’autunno cade – banale il gioco di parole – più delle altre stagioni, perché anche l’inverno cade ma la pioggia è trasparente e la neve tace e nasconde, e invece l’autunno cade col vento, con le foglie sfinite dalla vita, cade e si trascina, e striscia e puzza di terra bagnata. uno dei profumi che preferisco, in verità, come anche l’odore della benzina, a scorticare le narici. e dici che, sì, è una transizione, proprio come la primavera, e penso che, no, la primavera è un risveglio, la primavera non è un passaggio, apre piano gli occhi incollati dal sonno, chiede ancora cinque minuti per dormire, e poi altri cinque e poi non può fare a meno di alzarsi, di essere. c’è lentezza, nella primavera, e torpore e ottusità. l’autunno, questo autunno, è una lotta. è fatica e freddo, l’eco ormai insipida del calore settembrino e io che mi lascio innamorare ogni giorno, alla finestra o per strada o col naso all’insù, io che vivo di maglioni pesanti e tisane calde e che odierò novembre, ancora una volta, tra pochi giorni.
amo l’autunno. è quel che mi mancherà, più di tutto, se. no, meglio: che mi mancherebbe, più di tutto, se.

parte terza – l’apparato cardio-dissuasivo

ti lasci spaventare – faccio davvero paura? – dal mio avere scritto: benzodiazepine. rimbambimento chimico, ma è storia passata. eppure, ancora lì sul comodino, tra i libri e quel libro e i prossimi tre anni della mia vita riassunti in poche pagine. e se chiudo gli occhi le sento, le gocce dolciastre, e l’acqua e la mia saliva e tutto insieme, e il ribollire del pensiero che piano si stacca e si sposta dietro, all’indietro, nella mente. un sonno sintetico, un surrogato silenzioso della tua presenza frenante: corre il battito, premi sul freno, corre il pensiero, premi sul freno, corre via il sonno – il sonno dei giusti -, premi sul freno. abbracciami, calmami. rallentami.

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un sapore nel palato della mente. cioccolato fondente e poi una susina, dolce e succosa e liquida. e poi caffè, caffè senza zucchero, caffè a lavare via tutto il resto. ruvido, come un rimprovero, come uno schiaffo. rido e ti prendo per mano e ti chiedo di ridere, di immergere la testa sott’acqua, di affondare i piedi nella sabbia, di chiudere gli occhi e saltare. sono io il mio paracadute, tu sei la terra su cui mi andrò a schiantare se non funzionerò, quella di cui avrò paura prima dell’impatto, e quella su cui atterrerò piano, delicata, in caso contrario. io sono per te la fine del volo, della caduta, della discesa, il primo gradino della salita e forse anche il secondo, dovessi tu non funzionare. il rumore delle ossa rotte il colore violaceo degli ematomi. ma se il meccanismo non s’inceppa, se le tue ali reggono e se la gravità si stanca di te, invece, sono qui, cioccolato fondente e susina e caffè, e camminami pure, una volta riguadagnato il suolo, corri le tue corse e i tuoi metri e i tuoi viaggi su di me. e su di te ballerò i miei balli, avendo ben cura di non pestarmi di non pestarti i piedi, con i miei piedi nudi.

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ho comprato un libro che leggerò in ordine sparso, un libro che fino a ieri non sapevo nemmeno esistesse. in effetti non esisteva, fino a ieri, perché io non lo sapevo. esiste, adesso: adesso è nelle mie mani. ha il diritto di esistere, adesso e solo adesso, anche per gli altri.
ed è bello, questo libro, mi piace molto. eppure non l’ho ancora letto. tutto, mi piace tutto, dal colore della copertina al profumo delle pagine, al modo in cui muove i miei capelli quando lo sfoglio veloce davanti al viso. a quel che ha da dire, che ancora non conosco. non è lungo, non troppo corto, la giusta distanza che riempie lo stomaco senza appesantire il processo digestivo. poi, com’è mia abitudine, presto a leggere l’ultima parola: ruota. però no, aspetta, l’ultima parola che leggerò sarà quello. in corsivo: quello.

ho comprato un libro, e lo leggerò in ordine sparso. la fine, innanzitutto, l’inizio, poi. c’è un perché, sì. il perché io l’abbia comprato: lo stesso. due copie soltanto, su quello scaffale, ma una era rovinata. ho preso l’altra, ché un libro di cui mi innamoro al solo sapere che esiste non può certo essere meno che perfetto. quella che resta, che resti a chi dà all’amore un volto – solamente – umano.

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come l’ultimo giorno dell’anno, come poco poco quasi niente che sta per cambiare – una cifra, soltanto – come invitare gli amici più cari, poter avere il loro sorriso accanto quando sarà il momento di, il momento per, passare la giornata dentro e fuori negozi idee pensieri, cercando di trovare quel non so cosa che li faccia sentire a casa loro, a casa tua. e sapere che quel che accadrà non lo puoi sapere, che magari sarà un anno meraviglioso oppure orribile o, semplicemente, così così. riuscirai? fallirai? e dove sarai, tra un altro anno? ma intanto te ne stai nella prima metà dell’inverno eppure la sfera sul piano inclinato aspetta solo un colpetto per ruzzolare giù, prendere velocità accelerare lasciarsi rotolare verso una nuova primavera un nuovo compleanno – e santo cielo è ancora un altro anno in più, quest’anno, e io non riesco a non sentirmi piccola – e chissà cos’altro.
pensavo – già una ventina di giorni, da allora – di sentirmi così, con i talloni in un anno finito e le punte dei piedi in uno ancora da cominciare, di essere pronta a fare quel passo e a cambiare poco e niente, pur cambiando tutto. altro giro, altra corsa, e allacciate le cinture. penso, oggi, che l’anno nuovo è davvero cominciato, e fa freddo ma tra poco farà di nuovo caldo, e che presto sarò più grande, non necessariamente più vecchia. e che la palla accelera e accelera e forse me ne starò qui, a guardarla correre.

ho detto proprio così: è difficile. amare è difficile. lasciarsi amare, anche. e sento la sua voce, anche se queste cose me le han dette le sue mani, non la sua voce. faticoso, ha detto ha scritto faticoso. ho detto: difficile. la cosa con meno garanzie con meno certezze con più rischi e più coraggio e più incoscienza. c’è, un giorno, e il giorno dopo non c’è più, oppure c’è ancora oppure c’è ma è diversa.

(e se fossimo noi, quelli diversi?)

oppure. oppure c’è, ma mi sono girata e di spalle non riesco a vederla, e allora dico che non c’è, perché è meno faticoso che voltarsi a controllare. e allora sì, è anche faticoso.

ma l’anno non è più l’anno vecchio, e il freddo non sarà freddo ancora per molto.

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ti scriverei una lettera, adesso. una lettera di carta, una lettera di quelle che non scrivo più da anni. e non è che avrei qualcosa da dirti, almeno non più di quello che ti ho appena detto. ma vorrei che le tue mani accarezzassero riscaldassero stringessero le stesse parole – senza voce – vestite della mia grafia sgraziata, ché quello che scrivo lo sai non si capisce, e le lettere sono grandi piccole rotonde e spigolose, e però tu non ti ci sei mai perso, e in effetti il significato l’hai ritrovato anche questa volta, pur nel mio arrotolarmi su me stessa. e poi quando scrivo, a mano, di solito vado storta e dalla prima all’ultima riga la grafia cambia, la mia grafia che è tutto tranne che una calligrafia, e ora lo so, ora l’ho imparato che brutta calligrafia non si può dire, che è un ossimoro. e quando ero alle scuole medie avevo questa convinzione che la grafia – ancora la chiamavo calligrafia – delle femmine dovesse essere bella, per forza, che dovesse essere elegante, e invece quella dei maschi era tirata via, e chi non capisce la sua scrittura è un asino, per alcuni di natura, per altri addirittura. e la mia non era così brutta, ma. alle elementari, la maestra mi disse che, visto e considerato come scriveva mia madre, mica ci si poteva aspettare, da me, che scrivessi bene. e io non capivo dove stesse il legame tra la mia grafia e quella di mia madre, che tra l’altro mi piaceva da morire l’idea che riuscisse a fare una firma tutta tonda e armoniosa – anche lei ha due nomi che in realtà sono un unico, primo nome – che sembrava quasi musica, solo a vederla. e, soprattutto, non capivo che problema avesse, la mia grafia, fintantoché le h erano al posto giusto e i congiuntivi pure. avevo ragione io, comunque.

ti scriverei una lettera, adesso, per raccontarti – senza dirlo – che ancora uso quasi esclusivamente la biro nera, che quella blu mi pare chiassosa e non necessaria, e vedresti le sbavature dell’inchiostro, nella metà destra della pagina, e capiresti che ancora appoggio la mano, quando scrivo, e rubo un po’ di colore alla riga sopra, e lo trascino via. e potresti immaginarti la mia mano sporca, come quella dei bambini che colorano il foglio e il tavolo e la maglia e riescono non so come a macchiarsi pure la faccia e a volte anche il muro della parete opposta – io una volta ci feci un disegno con la matita, sul muro, ero piccola piccola piccola, e ci rimasi così male quando i miei genitori lo videro e si arrabbiarono e mi fecero cancellare tutto con la gomma, e io piangevo e cancellavo e piangevo e cancellavo – e ti metteresti a ridere. o forse te la scriverei con la matita, ché lo sai la grafite la preferisco all’inchiostro, anche a quello nero, e allora vedresti le cancellature e le riscritture e troveresti i punti esatti in cui mi sono fermata a scegliere le parole, in cui ho pensato se fosse meglio dirti una cosa in un modo oppure in un altro. e magari apprezzeresti il fatto che, in un modo o nell’altro, alla fine sono riuscita a dirtela comunque.

ti scriverei una lettera, e sarebbe lunga lo sai, perché se le parole partono poi le mani non si fermano, e anche col cerotto sul medio – stringo ancora troppo la biro, lo capiresti da una lettera? – riuscirei ad accumulare parole su più pagine, e subito ti spaventerebbe, quell’adagiarsi asimmetrico, ma poi i tuoi occhi prenderebbero a seguire il ritmo accelerato del mio scrivere, che è lo stesso del nostro camminare e tutti infatti ci chiedono perché mai corriamo, se per caso abbiamo fretta. e noi fretta non ce l’abbiamo mai, anche se siamo sempre di corsa, anche se io sono sempre di corsa e tu invece certe volte arrivi prima di me, procedendo più lentamente. e corro anche quando scrivo, io, e la mia grafia si fa meno bella ancora, e questo certo che lo vedresti, dalla lettera. ma capiresti l’urgenza, sentiresti il battito accelerato e non credo ti dispiacerebbe, in fondo.

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c’è questo tavolino che mi piace davvero tanto, che mi son detta è proprio bello. balla un poco, però, e il suo equilibrio è quanto mai precario, e non serve più al suo scopo originario. ma io voglio tenerlo, sono sicura che tornerà utile, presto o tardi, che mi verrà una bella idea. l’ho messo in salotto, nel mentre, e ci faccio accomodare gli amici intorno e ci prendiamo il caffè sopra, ovviamente facendo molta attenzione. perché, appunto, è rotto. loro mi dicono riparalo che è bello e può funzionare ancora come prima, oppure mi dicono buttalo. e io dico no no no no, adesso mi faccio venire una bella idea e vedrete – vedremo – poi come sarà tutto meglio. e lo guardo e ci penso e progetto e mi chiedo, ma questa bella idea ancora non l’ho avuta. però tutte le volte che entro in salotto – non tante, in un giorno, ma neppure poche – ci vado a sbattere, contro questo tavolino, e mi faccio male. regolarmente. l’ho mosso l’ho messo un poco di lato, accostato al muro, perché sia meno in mezzo, ma ecco che passo distratta e un altro livido ancora. è che quando lo guardo non riesco – non ancora, almeno – a non immaginarmelo nella sua vecchia collocazione, e inventargliene una nuova, una migliore, non è poi così semplice. eppure so che può esistere, e questa volta la parola migliore non è venuta per caso.

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bologna, venerdì pomeriggio, esterno.

lui si avvicina con passo sicuro. guarda lei, poi me, poi di nuovo lei.
lei si gira verso di me. dice: quello lì non viene a scuolina con me, non lo so come si chiama, quel bambino.
sguardo serio e penetrante, lui. dice: il mio nome è niccolò. e, comunque, io sono batman.

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