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Archive for gennaio 2007

Ritrovo ore 18.30 puntuali davanti all’ingresso principale di Ingegneria.
Si era detto.

Si era detto anche ti passa a prendere Miguel alle 18.10, che poi ci troviamo con gli altri in facoltà.
Si dicono un sacco di cose, in fondo.

In facoltà, io, Miguel, Nina, laBionda e il Ghelli ufficiale, ci siamo arrivati che saran state le sette passate. Comunque.
Radunata la mandria, partiamo alla volta di Castel di Casio, sessanta e più km da Bologna, pregustando i manicaretti del buon Gillo, che son sempre una certezza, a meno di aiuto cuochi improvvisati, almeno (giusto perché se Arezzo mi dice che sono una brutta persona, un qualche buon motivo per pensarlo glielo dovrò pure dare, no?!).

(Quanto segue è un messaggio pubblicitario. Pubblicità progresso, of course)

Ora, quando si va a cena da Gillo, il significato della parola ritegno, almeno per quanto riguarda la sottoscritta, bisogna proprio scordarselo.
Se esiste un limite massimo morale per l’ammontare di cibo che si può ingerire nell’arco di qualche ora, beh, io l’ho passato di brutto, ieri.

A ‘sto giro, però, ho scampato la dama alcolica, il che ha incrementato notevolmente le mie possibilità di sopravvivenza alla serata, già dimezzate da tutto quel ben di Dio e dal vino (e anche dal non vino, secondo la teoria del Gillo per cui il Chianti non è vino).

dama.JPG

La dama alcolica è, in sostanza, una dama normale. Solo che le pedine son bicchieri pieni di alcoolici vari ed eventuali, e che invece che mangiare si beve; vale a dire: si mangia la pedina, e quindi si svuota il bicchiere corrispondente. Punto.

La cosa che mi ha provato di più, ad essere sinceri, sono le misere quattro ore e mezza dormite stanotte, vale a dire le almeno tre ore, tre ore e mezza di sonno mancato, che hanno compromesso non poco la mia attenzione e la mia comprensione durante le cinque ore di lezione di questa mattina (il pomeriggio oggi si salta, non sono mica la donna bionica, io). Del resto provateci voi a capire la propagazione dei campi elettromagnetici nei mezzi anisotropi, quando il vostro il cervello se ne chiama fuori…

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Che io sia per te la luce
il fragore di una paura infranta
il breve attimo che precede un sorriso

Che io sia per te l’etereo
un sottile sussurrato respiro
il surreale meraviglioso onirico

Che io sia per te l’eccedere
l’eccepire, l’eccezione
che io sia per te l’esplicito
che io sia per te il taciuto

Che io sia per te l’insolito
l’abitudine, l’attesa
un passo incerto sopra un pavimento freddo
quell’incessante martellante timore di cadere

Che io sia per te consolazione
comprensione coerenza crescita.
Che tu sia per me una lacrima,
quella che non ho voglia di piangere.

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Qualche mese dall’ultima poesia, direi.
Non sto scrivendo tanto. A dire il vero non sto nemmeno leggendo tanto, ahimè.

Anzi, non sto scrivendo affatto, e ho sul comodino lo stesso libro da quasi un mese, ormai.
Ergo, sto tralasciando due tra le mie attività preferite.

È un sorta di sospensione, quella in cui mi trovo ora… radicata nel presente, proiettata nel futuro. Cerco di costruire una qualche forma di continuità tra quello che sono adesso e tutti i miei sogni, le mie aspettative, i miei obiettivi a medio e lungo termine. Alla fine la vita si srotolerà come vuole e andrà a posto da sola: i conti torneranno comunque, succede sempre così.

Io ho dinnanzi a me il futuro, anche se voi non lo credete
(Sibilla Aleramo, da una lettera ad Arnoldo Mondadori, datata 5 agosto 1956)

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A volte mi sembra proprio di essere una sorta di Frankenstein, a sentire come mi descrivono.
Un fantasioso accrocchio di pezzi di recupero.

Il cervello di un uomo. E va bene, ormai il callo è fatto.
Un mezzo pezzo di coso che batte, devo ammetterlo, mi mancava.
Vale a dire, non è che son gelida, è che proprio a me il cuore non l’han dato. Così dicono, almeno.

O forse ho esaurito i miei sentimenti col tuttologo, a suo tempo. Chissà.

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Prime quattro ore andate…

Un docente ci ha fatto i complimenti per aver scelto il periodo migliore per occuparsi di telecomunicazioni: non si è mai visto tanto fervore, non c’è mai stata tanta attività come adesso, dice lui, e sicuramente chi si laurea in questi anni avrà grandi possibilità e moltissimi sbocchi lavorativi. Siamo molto fortunati, e complimenti per l’ottima scelta e per la tempestività.

ERGO:
Genitori, complimenti per avermi messo al mondo, con una lungimiranza incredibile (23 anni! Alla faccia dell’investimento per il futuro…), esattamente al momento più propizio ai fini della mia sconvolgente carriera futura, per aver aspettato per ben undici anni, dopo la nascita della primogenita, prima di concepirmi, e per aver forse condizionato il mio modo di pensare orientandomi verso il fantastico mondo delle tlc.

Infatti mio padre avrebbe preferito che io facessi ingegneria chimica o, al limite, ingegneria meccanica. Ma forse, dentro di sè, già sapeva. 😛

(Per inciso, io ero indecisa tra Ing. delle TLC e la scuola Holden di scrittura creativa. Mia madre mi disse: con una laurea in ingegneria mangi, con il diploma di quella scuola lì probabilmente no. E non aveva tutti i torti. Come dice il fido Superix, posso sempre aspirare a compilare dei datasheet, in futuro. In modo creativo, però.)

P.S.
E qui aggiungerei un Bago, complimenti per aver fatto la scelta giusta. Non vi posso rivelare il perché, però. Come si suol dire, chi vivrà vedrà.

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(Che una si chiede: come gli sarà venuto in mente, a coinquilina1 di cucinare le orecchiette con i broccoli e le acciughe?
Magari è una ricetta tipica di qualche regione, e io sono un’ignorante senza pari)

(Ex-coinquilino3, che la primavera scorsa di punto in bianco se ne andò dalla villa proclamando a gran voce che a lui non serve una casa, lui può benissimo vivere anche in un camper – contento tu… – ci comunica che adesso vive – in una casa! – a Monghidoro, paese natale del Gianni nazionale, però una notte alla settimana dorme nel suo camper perennemente parcheggiato a Bologna. Sì perché ha concentrato i suoi impegni lavorativi in una sola giornata alla settimana, e la notte prima di questa fatidica giornata, omaggia Bologna della sua presenza.

Ma se anche lavori 20 ore, quel giorno, non è che, nell’arco della settimana, tu ne faccia poi molta. Ah, scusa, lavori ben 8 ore, quel giorno. Come gli operai, dici. Sì, ma gli operai – e non soltanto loro, proprio a volerla dire tutta – lavorano 8 ore al giorno per cinque giorni alla settimana, mio caro.
Non voglio sapere come riesci a mantenere te stesso, la macchina, la casa e il camper.

Forse quelle 8 ore le passi sui viali.

Per la serie: aggiungi un posto a tavola che non riesco a contenere il cinismo all’interno della mia persona)

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Stazione di Faenza, binario 3.
La nebbia, e poco altro.
Aspetto il treno delle 7e45e10minutidiritardocanonico: chiacchiere telefoniche con l’UdP, giusto per non fargli sentire troppo la nostalgia del suo cervello; per il resto, Polly Jean in cuffia.
Arriva un altro treno, scende il macchinista e, dal primo binario, qualcuno gli urla

Li vedi i segnali?

No, con questa nebbia non si riesce a vedere niente. Ma cercheremo di andare piano.

Al che, a una gli viene anche abbastanza spontaneo pensare

Ah, ma bene. Auguri e tanta fortuna a tutti.

Comunque.
Arriva il regionale veloce per Piacenza, salgo e trovo anche un posticino a sedere. Ma vedi te: è la volta che faccio un viaggio meno disumano del solito (mi dico, mentre Murphy, non visto, sogghigna).
Castel Bolognese, Imola, Castel San Pietro. Mirandola.
Mirandola?!?

Ora, Mirandola è senza dubbio un’amena località. E, altrettanto senza dubbio, avrà anche lei il suo buon motivo per esistere*. Ma se il treno, che qui non si deve fermare, sta fermo in stazione, a porte chiuse, per più di dieci minuti, qualcosa non quadra (perspicace, la fanciulla…).
Sarà la nebbia, penso, sarà che non vedono i segnali (come mi vengano certe idee proprio non lo so).
E invece.

Arriva il controllore, imposta la voce e comunica

Allora, la situazione è questa: c’è uno in mezzo ai binari che non se ne vuole andare; stiamo aspettando che la polizia intervenga e lo porti via con la forza. Voi capite, non possiamo mica investirlo.

(ah no?!)

Questa mi mancava, giuro.
L’aspirante suicida-da-regionale-veloce nella nebbiosa notte di gennaio va oltre ogni mia fantasia perversa.
Non dico che tu debba per forza avere una calibro 9 in casa, ma, santi numi, una fine un pelo meno splatter no?
(Un terrazzo, non ce l’hai un terrazzo, tu? Una lametta? Monossido di carbonio? Un bel cocktail di sonniferi e superalcolici? Perché non un ponte, invece? Un bel dirupo panoramico, che ne dici? Magari mentre ti butti scatti anche una foto, dai. Verrà un po’ mossa, ma chiuderemo un occhio)

Come accidenti ti viene in mente di farti sbriciolare le ossa e smaciullare la carne da un treno? Deve fare un male assurdo, cribbio. Oltre tutto, se per disgrazia non muori o non sei solo come un cane ti tocca pure (a te o alla tua famiglia) di pagare un tot per ogni minuto di ritardo del treno, più tutti i danni arrecati a cose e persone.

Se i debiti non erano il tuo problema, beh, ci sono buone probabilità che lo diventino.

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*motivo che, per altro, non sono minimamente interessata a conoscere. Che poi come si chiameranno gli abitanti di Mirandola: Mirandolesi? Mirandolini? Mirandolani? Mah. Io voto per Mirandolati. 😛

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Questo non è un orario, è un crimine contro l’umanità.

Praticamente posso armarmi di sacco a pelo e fornelletto da campo, e piantare la tenda in facoltà.
Comunque.
Ancora non mi è ben chiaro come sopravviverò al tour de force del mercoledì.

Con qualche sostanza allucinogena, forse.

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Giusto per farvi capire cosa intendo, quando dico che facciam finta di studiare…

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(nelle foto: Andrea “Arezzo”, Gilberto “Gillo”, Alessandro “Luciano” e Martina, impegnati in estenuanti sfide a Puzzle Bobble e a Worms…)
😛

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È giunto il solenne momento di rendere omaggio a una delle figure di spicco della mia vita bolognese: l’autobus.
O, meglio, l’autista dell’autobus.

Che poi, sia chiaro, non è che ce l’ho con tutti gli autisti. Anzi, l’autista è una figura con la quale simpatizzo anche, alle volte. Solo che qualcuno di loro meriterebbe una o due ore di inginocchiamento sui ceci, con l’inno nazionale di un qualche paese arabo in sottofondo, ogni tanto.

Tipo quello che non apriva le porte anteriori perché aveva mal di gola e non voleva prendere freddo e ammalarsi.
Una donna andò da lui a fargli notare che poteva almeno evitare di fermarsi dieci metri indietro, rispetto alla fermata, visto che la gente era costretta a salire dalle porte posteriori.
Una litigata che non vi dico. Lui, incazzato come una vipera, a un certo punto si ferma in mezzo ai viali, si alza, e comincia a sbraitare contro questa donna, urlando che non si può mica ammalare perché lei non ha voglia di fare quattro passi in più.

…peccato che avesse dimenticato il freno a mano, e che fossimo in (lieve) salita…

Per la cronaca, impatto evitato per un pelo. Sarebbe stato un retro-tamponamento molto folkloristico, in effetti.

Tipo quello che, oggi non riusciva a far ripartire l’autobus, in avaria nella corsia centrale dei viali, e ci ha proibito di uscire perché se avessimo invaso la corsia di destra e se avessimo attraversato senza guardare e se, in quel momento, un qualche volevo-nascere-schumi fosse sfrecciato a tutta birra nella suddetta corsia, lui sarebbe finito nei casini.

Bello, no? Bloccata nell’autobus fermo nella corsia centrale. Quasi un sequestro di persona.
Il sogno della mia vita, confesso. 😛

Tipo quello che, dando il cambio ad un altro, ha pensato bene di prendersi una bella pausa paglia e, una volta risalito, ha tirato fuori dalla tasca il suo bravo telefono e si è messo a telefonare a non so chi raccontandogli i fatti propri.
Quando si è reso conto che, magari, noi sull’autobus (che non lo stavamo guardando proprio con affetto) avremmmo anche gradito muoverci, visto il ritardo accumulato, ha acceso il motore e, come se niente fosse, ha continuato, guidando, la sua telefonata tutta tarallucci e vino (auricolare nemmeno a parlarne, ovviamente).

…quanti punti mi tolgono se io telefono quando guido, scusate? bah.

Tipo tutti quelli che, appena scatta l’arancione al semaforo, partono a manetta, per poi immancabilmente inchiodare alla comparsa del rosso. Suvvia, caro autista, non te lo devo insegnare io che quello non è un rosso, è un verde molto maturo. 😛

Prendere l’autobus è un’avventura, decisamente.

Una volta, sempre sulla circolare (essì, sono una cliente abituale, ormai), ci siam trovati accerchiati da macchine della polizia, con tanto di auto ferma di traverso a bloccare la corsia, che fa tanto film americano. Salgono questi pulismani e ci guardano in cagnesco, uno per uno, dalla testa ai piedi, e poi fanno un cenno all’autista e scendono senza aver detto una mezza parola. Bah, valli a capire, te.

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Io ragiono come un uomo.
Dovrò farmene una ragione, temo. Però, ad ora, ho sentito alcune ipotesi abbastanza interessanti, in merito.

L’ UdP (Uomo del Profiterole, da non confondersi con l’UcR, Uomo che Ride) sostiene che

penso come un uomo in quanto, a seguito di un’anomala migrazione della materia (grigia), mi è stato concesso l’onore di portare in giro nella mia testa il suo cervello. E che quindi non solo ragiono, ma ragiono anche bene.

Arezzo & Gillo, invece, sostengono che

penso come un uomo perché, a forza di far finta di studiare insieme a loro (come oggi pomeriggio, per esempio) mi hanno traviata in modo irrecuperabile. E che, quindi, forse era meglio quando ragionavo come una donna.

Nina sostiene che

se un ragazzo ti dice che pensi come un uomo, ti sta offendendo, anche se in realtà forse sta cercando di farti un complimento.

Se invece una ragazza mi dirà mai che ragiono come un uomo, lo farà con il chiaro intento di offendermi, credo.

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