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Archive for the ‘stuff that happened to me’ Category

Non sono sicura di come sia potuto succedere. Diventare grande, dico, e dovrei dire “adulta” ma quella è una parola che mi sentirete pronunciare esclusivamente nelle discussioni coi miei genitori  —assieme con “Ho quasi trent’anni”, concetto astratto altrimenti relegato al capitolo vade-retro-Satana/I-am-too-young-to-die della mia vita—. Diventare grande, dicevo, e trovarmi di colpo senza la spensierata incoscienza di quando ho “aperto” questo blog, sei anni fa.

“Sei anni fa” suona come un’era geologica, adesso. Potrei credere a chiunque venisse a raccontarmi che ancora c’erano i dinosauri, sei anni fa. Fino a sei anni fa non avevo viaggiato granché e il pianeta terra mi pareva immenso, e soprattutto mi sembrava di avere tutto il tempo del mondo a mia disposizione. Non avevo vissuto granché, fino a sei anni fa.

Poi è successo che mi sono trasferita in Danimarca, prima per sei mesi e poi per tre anni; è successo che mi sono trasferita in Svezia, poi, per sei mesi che sono diventati un anno e mezzo e chissà quanto ancora, in futuro. È successo che mi sono laureata, ho iniziato e finito un dottorato di ricerca che mi ha insegnato molto di più su di me che non sui sensori in fibra ottica, che il mondo mi s’è ristretto davanti a forza di salire e scendere dagli aerei, che il cuore mi s’è allargato a dismisura a forza di prestare il mio corpo ai sentimenti, come fosse un campo di battaglia, a forza di andare in frantumi mille volte e ogni volta raccogliermi da terra e ricostruirmi, intera e funzionante e forse solo un pelo meno aggraziata ma più cauta. È successo che i miei genitori stanno invecchiando senza che nessuno mi abbia mai chiesto il permesso, che i miei nipoti crescono senza che io sia presente nella loro vita, che la mia famiglia sta imparando a fare a meno di me, così come io ho imparato a fare a meno di loro (e non mi abituerò mai, invece, al senso di privazione che le parole fare a meno mi provocano ogni stramaledettissima volta). Che il concetto di “casa” ha cambiato forma non so più quante volte, prima era Brisighella e poi Bologna e poi Copenhagen e adesso Stoccolma, oppure ovunque nel mondo fintanto che V. mi è accanto. Non è più fatto di mattoni e finestre e comodini, è fatto di persone, di serate passate a imbiancare le pareti del nuovo appartamento, di telefonate internazionali alle tre del mattino e di pizza take-away alla fine di una lunga giornata di lavoro.

Sono successe un sacco di cose, in questi ultimi sei anni. Sono diventata grande, l’anagrafe dice che non ho più scuse per non usare la parola “adulta”, né per illudermi di essere libera di improvvisare la mia vita giorno per giorno, senza uno straccio di progetto per il futuro.

Non so bene com’è che oggi sono tornata a scrivere qui, in un blog iniziato da una me stessa che è a tutti gli effetti un’altra persona. La sensazione è la stessa del tornare nell’appartamento di Copenhagen, dopo più di un anno di assenza: ne conosco ogni angolo eppure mi sento un’estranea. Non fossi mancata così a lungo, forse avrei potuto farle crescere con me, queste pagine.

Dico a me stessa che dovrei chiuderlo, questo blog, perché non si merita una disertrice per padrona di casa. Perché ho altri blog/tumblr/blablabla e una vita a cui pensare, e come diceva Tenco, quando sono felice esco. E adesso sono felice. Ho il cuore che batte accelerato la maggior parte del tempo, e per la prima volta non mi pare poi così strano che così tanti abbiano avuto problemi cardiaci, nella mia famiglia —e cos’è il cuore se non una macchina idraulica, destinata a rompersi a lungo andare, specie se sovraccaricata?—, eppure sento di essere al mio posto, per la prima volta da anni.

Cancellarlo, questo blog, non credo di averne la voglia. Resterà come una riga di matita nel muro, con il mio nome e la mia età, Anna Chiara a Un po’ meno di “Ho quasi trent’anni“, con la quale tornerò a confrontare la mia altezza, di quando in quando, sorridendo di quanto sono cresciuta.

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[disclaimer: questo post è anche un po’ colpa della fede, siatene consapevoli]

praticamente ventotto anni per capire che:
la vita è tutta una questione di saper trovare il giusto equilibrio tra l’améliepoulainismo e il pippicalzelunghismo.

(mamma, babbo, scusate: so che speravate in una figlia intelligente)

per quanto mi riguarda, ho notato una certa attrazione di gravità verso l’améliepoulainismo, che poi sarebbe la tendenza a cercare di sorprendere le persone che, loro malgrado, ci garbano, senza aver mai the guts per andar lì da loro e dire, Senti, pollo, se ti ho riempito la buchetta delle lettere di cioccolatini non è perché temevo che le tue bollette avessero una crisi ipoglicemica, non credi?, tendenza che, credete a me, comporta un notevole dispendio energetico, e in generale non porta mai a niente di buono. ho le prove. quindi, bona, onde evitare possibili ricadute (di stile), mi sono data al pippicalzelunghismo, vale a dire che i cioccolatini a ‘sto giro me li mangio io, e l’amélie poulain che, pare, si nasconde dentro ogni donna adulta la tengo lì bella stirata in un cassetto, sai mai che un giorno possa servire di nuovo.

comunque. tutto ‘sto cappello introduttivo (che non è colpa della fede) non c’azzecca poi molto con quello che vi voglio dire, e cioè che mi sono trasferita a stoccolma, però siccome pippi långstrump è svedese (all’anagrafe pippilotta viktualia rullgardina krusmynta efraimsdotter långstrump – scommetto che non lo sapevate), e siccome per preparami pisssicologicamente alla svezia su facebook mi son messa la faccia e il cognome di pippi (e un mio collega il giorno dopo mi ha chiesto se avessi sposato uno svedese), e siccome per il mio farewell party mi hanno regalato il dvd di pippi che fa il farewell party, e siccome un mio amico mi ha detto che pippi, in fondo, sono io (muori-amélie-muori), ecco spiegato il perché io continui a perdere il vostro tempo raccontando di tutto tranne che della svezia.

che poi, a ragion di logica, io dovrei fare annika settergren, mica pippi.

stoccolma, dicevamo. a stoccolma parlano una lingua che pare la versione sarda del danese (senza rospo in bocca, sia lodato il cielo), e però almeno pronunciano tutte le lettere, più o meno come si scrivono (sia lodato il cielo, again). oggi parlavo con un turco che vive qua da trent’anni e praticamente non parla inglese, e alla fine per farmi capire ho dovuto azzardare un danese pronunciato male (cioè peggio di quando cerco di pronunciarlo bene). pare abbia funzionato.
per ora la parte migliore della prima settimana svedese è la mia padrona di casa nonché coinquilina, una donna che sarebbe davvero squisita se mi permettesse di fare la doccia la mattina, di usare il bidone della spazzatura in cucina senza dover tenere i rifiuti in camera (!!!) e se non mi avesse da poco comunicato di voler vendere la casa il prima possibile (notare che mi ha fatto un contratto di affitto fino a settembre, ma vabbe’). mi ha messo in camera tre piatti, una forchetta, un cucchiaio, un coltello, due bicchieri e uno strofinaccio, e poi mi ha informata del fatto che naturalmente ho il diritto di usare tutto quello che c’è in cucina, purché prima le io le chieda il permesso. devo chiedere il permesso anche per fare la doccia la sera, e comunque se dopo una certa ora voglio bere un bicchiere d’acqua la devo prendere dal bagno, perché i pennuti che tiene in cucina (qualunque cosa siano. sono uccelli e sono bianchi, e uno non sta mai zitto. vi basta?), se accendo la luce, si svegliano. poverini. ora, io ero partita con le migliori intenzioni, sono solo sei mesi e vuoi mettere che sbattimento trovare un’altra casa e basta portare un po’ di pazienza eccetera eccetera, ma dopo otto-giorni-otto sto già cercando un altro posto (e progettando di affogare i volatili di cui sopra). credo di aver battuto tutti i record.

che poi, questo gggenio di donna ha la lavatrice e l’asciugatrice in bagno ma ovviamente non le usa perché l’elettricità costa e tanto abbiamo la lavanderia condominiale aggrratis a piano terra e quindi perché pagare per farsi il bucato comodo comodo in casa quando puoi lavare i tuoi panni nella stessa lavatrice in cui li lavano tutti gli inquilini del condominio, prenotando il turno con una settimana di anticipo?

(ho ucciso per molto meno)

sto pensando di seguire il suggerimento di un mio amico e vendergliele, per poi sostituirle con delle repliche in cartone. pippi style, oh yeah.

per la cronaca, il suddetto essere umano di sesso femminile mi ha accolta raccontandomi di tutte le donne che conosce che sono state drogate e violentate nelle vicinanze, e lasciate o a) agonizzanti al freddo e al gelo senza vestiti, o b) a seminare saliva fuori dalla sua porta di casa. incoraggiante.

a proposito di cose brutte: in svezia le bevande con contenuto alcolico superiore al 3,5% si possono comprare esclusivamente nei systembolaget, vale a dire nei negozi del monopolio di stato. il che mi fa intuire cosa chiederò in dono ai miei visitatori di provenienza danese, quando sarà il momento (alla fede invece chiederò le gocciole, ché ormai è una tradizione).

al lavoro tutto bene, grazie. ho un it supporter che soffia sul computer per raffreddarlo, però è tanto caruccio e allora gli voglio bene lo stesso. anche quando le menate informatiche poi me le devo risolvere da sola, sì (fortuna che mi aiuta michele, va’, altrimenti non se ne esce). oggi tipo ho scoperto che (occhio che parte il momento un nerd per amico) esiste un’applicazione apple che viene installata di default dai software della creative suite adobe e che quando gli prendono i cinque minuti comincia a buttare per aria i dns e gli indirizzi ip e in conclusione la tabella di routing non assomiglia più a niente. son cose.

(fine del momento nerd. promesso)

come temperature non stiamo messi malissimo, dai. oggi tipo stavamo sui dieci gradi (sopra lo zero, sì. non male, dai, specie se pensate che un mese e mezzo fa faceva meno venticinque), e mi han detto che in settimana arriveremo addirittura a quindici.
poi ricomincerà l’autunno.

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In principio era il verbo.
Il verbo andare, per la precisione, seguito a ruota dal complemento di moto a luogo, in questo caso: in Nuova Zelanda. E insomma, questo upgrade della Zelanda rappresentava il mio personalissimo piano criminale per il periodo di ricerca all’estero (che per la sottoscritta è un po’ come dire estero al quadrato) che dovrò svolgere il prossimo anno, piano ostacolato fin da subito dalle forze oscure del male, del malissimo e anche del peggio. Dal momento però che le mie abilità contrattuali sono a dir poco impareggiabili, nel giro dell’ultimo anno e mezzo la destinazione finale è stata modificata dapprima in Rochester, NY, poi in Ottawa, e infine in Stoccolma (le forze oscure del peggio, dicevamo, ché in Svezia in inverno le ore di luce solare son meno che in Danimarca, e fa pure più freddo. Mira, si chiama questa, altroché). Fortuna vuole che la partenza sia imminente: di questo passo tra un paio di mesi mi sarei ritrovata a dover andare a Roskilde, o a Århus. Bei posti, dico mica, però, insomma, anche no. E quindi, bòn, da marzo in poi mi trovate sulle isole di là, pallida forse un po’ più del solito ma di sicuro ben conservata.

Una volta eliminata la Nuova Zelanda dalla lista delle possibili destinazioni per il mio estero^2 (pare non facciano NIENTE di quello che serve a me, ‘sti kiwi, e il mio capo purtroppo non ha appoggiato la mia idea di chiamare un’università neozelandese a caso e dare loro un anno e mezzo di tempo per diventare i migliori al mondo nel mio campo, così da fornire alla sottoscritta un’ottima scusa per andare a lavorare presso di loro), ho quindi inserito la NZ in cima alla lista delle destinazioni per le mie vacanze di Natale (no, infatti non sono una persona testarda e zuccona, io) . Manco a dirlo, il mio personalissimo piano criminale è stato ostacolato fin da subito dalle forze del male, del malissimo e del peggio (nella fattispecie, mio padre con l’elenco delle figlie in una mano e il bianchetto nell’altra, in caso non mi fossi presentata a tavola con loro il giorno di Natale), ma almeno questa volta il ripiego era l’Australia, dal ventisette dicembre fino a scongelamento osseo ultimato. Per la cronaca (e dal momento che, si sa, io sono una donna dalle infinite risorse), il piano C era Barcellona, il piano D Atene, e i piani E, F e G erano Madeira, Malta e Istanbul. Inutile dire che ha vinto il piano H: Copenhagen.

Posso elencarvi almeno cinque ottime scuse per aver abbandonato il corso (ufficiale) di danese, nessuna delle quali contiene la parola pigrizia. I corsi ufficiosi continuano, con gli unici due danesi che ancora hanno la pazienza di starmi a sentire mentre massacro senza pudore alcuno la pronuncia della loro amata lingua. Uno di loro insiste nel dire che parlo bene il danese, e questo nonostante fosse con me il pomeriggio in cui per tre volte ho ordinato una fetta di torta di mele, e per tre volte la tizia del bar mi ha risposto che, no, non era una torta al cioccolato, quella: era una torta di mele. Lige præcis.
(Lo stesso danese sostiene che il tartufo sappia di aglio e le caldarroste di pop-corn. Ci siamo capiti)

Dopo secoli, ho ricominciato a giocare a pallamano. Il primo allenamento è andato benissimo: l’allenatrice mi ha letteralmente ignorata per i primi venti minuti, presentando alla squadra le altre nuove giocatrici e parlando solo ed esclusivamente danese per tutto il tempo, salvo poi ricordarsi della mia esistenza e venirmi a chiedere se ho anche un nome, oltre a un’espressione completamente spaesata (a tratti terrorizzata, oserei dire), e chiarire fin da subito che lei, quando allena, lo fa in danese, e se non mi va bene sono anche cavoli miei. Perfetto!, ho pensato: quale modo migliore per imparare una buona volta ‘sta benedetta lingua?! Del resto, nella vita di tutti i giorni a che ti serve saper ordinare una fetta di torta quando puoi dire portiere, pivot o rigore?

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ok, esiste la possibilità concreta che il mio subconscio stia cercando di dirmi qualcosa. qualcosa che io, per la cronaca, preferisco non sapere. vado a letto la sera e penso, va ora in onda la vita onirica di annika, there once was a subconscious che adesso è in vacca totale, buona notte mondo e tanta fortuna. e va bene, passi la festa di laurea a casa dei miei (?) in stile prima comunione (??) in cui tutti arrivano, mangiano e poi se ne vanno senza nemmeno salutarmi (stronzi), mentre io intanto sto nello studio con una mia ex compaesana (???) con cui nemmeno andavo tanto d’accordo e che per l’occasione mi ha regalato un paio di occhiali da sole (????), e passi anche la brillante interpretazione data da un mio collega, e cioè un tentativo di far riconoscere la mia sessualità women-oriented (?????), che io stessa ho cercato di soffocare (il fatto che non andassi d’accordo con l’ex compaesana, e temo che il regalo dovesse significare il desiderio di uscire allo scoperto, di essere libera di amare chi voglio alla luce del sole, ma non mi ricordo bene), da parte dei miei genitori (location) e di tutte le persone che mi conoscono fin da bambina (prima comunione) — e vorrei dire: freud. chi era costui? (ma anche e soprattutto: collega mio caro, fortuna che non devi fare lo psichiatra per vivere) —. però, santo cielo, farmi sognare di star nuotando (che già…) attorno a un sottomarino (??????) che sta per venire colpito da un missile (???????) mi sembra sia decisamente troppo.

soprattutto perché io, nel sogno, vedo arrivare il missile (????????), e per allontanarmi più velocemente nuoto a rana.

(oh subconscio, che tu m’hai preso per una cogliona totale?)

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e così ieri sera sono andata a sentire simonerossi. simonerossi è quello che quando scrive di musica siam tutti lì a fare sì con la testa e a citarlo nel tumblr e a pensare che quella roba lì vorremmo averla scritta noi, e quando invece non scrive di musica siam tutti lì a fare sì con la testa e a citarlo nel tumblr e a pensare che quella roba lì vorremmo averla scritta noi comunque. è anche andato a vedere se la luna è sempre la luna anche quando è girata strana, una volta, e pare si sia divertito. se non lo sapete, simonerossi suona in due gruppi diversi, uno dei quali ieri sera ha fatto un concerto in un posto molto carino che poi m’han detto che presto chiude, e la metà di concerto che ho visto io, quella centrale, è stata bella parecchio. simonerossi suona, in ordine di apparizione, il clarinetto, lo xilofono, la chitarra e l’ukulele, e quando le persone con cui ero in macchina io mi han chiesto, noi andiamo via, tu che fai? (secundum non datur, a quanto pare), simonerossi si era appena seduto alla tastiera. però magari era solo stanco e non la sa suonare per davvero. sai mai. quando simonerossi ha preso in mano l’ukulele un tipo vicino a me ha esclamato, ma che carina quella chitarrina con quattro corde!, e io mi son sentita un pelo meno ignorante, ma giusto un pelo.
simonerossi ha gli occhi così grandi che pare non gli stiano in faccia, e una a guardarlo ha l’impressione che tutta quella barba, le basette e i capelli troppo lunghi siano messi lì apposta per evitare che gli occhi gli scappino via di lato, sopra o sotto. sembra che parlino una lingua tutta loro, gli occhi di simonerossi, e infatti a un certo punto avrei voluto dirgli, zitto un attimo che non riesco a sentirti gli occhi. ma non ho detto niente.
simonerossi ha degli amici che usano ancora l’aggettivo “sburo”, che è una cosa che non sentivo più dai tempi del liceo. gliamicidisimonerossi mi hanno anche offerto una cedrata tassoni, altra cosa che l’ultima volta è stata al liceo, e dire che fino a un’ora prima neanche mi conoscevano. sono simpatici, gliamicidisimonerossi.
simonerossi racconta delle storie che quando comincia lo sai benissimo che se le sta inventando, e però a metà ti chiedi se per caso non siano vere e alla fine, poco prima che lui ti dica che era tutto finto, tu sei già lì che te lo immagini mentre vive l’episodio che sta raccontando. ci resti anche un pochino male, quando ti dice che non è vero niente, perché in fondo era una bella storia.
quando sono andata via e lui era seduto alla tastiera, avrei voluto fargli ciao con la mano e dirgli, arrivederci simonerossi, alla prossima, e però lui faceva come tutti i cantanti famosi che stanno sul palco a farsi applaudire e mica ti guardano mai: tengono gli occhi sempre chiusi e vedono solo la musica.

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dopo il corso di danese ufficiale e il corso di danese ufficioso (il collega dirimpettaio che m’insegna una parola nuova tutti i giorni), ci mancava solo il corso di danese diversamente ufficioso, col commesso del supermercato accanto a casa che mi dà lezioni di everyday danish tra un codice a barre e l’altro.

– donna, devi impararlo ‘sto benedetto danese.
– eh, la fai facile tu. mica son nata con un rospo in gola come voialtri, io.
– ‘spetta mo’ che t’insegno io.

proprio vero che gli uomini non ci accettano mai per quello che siamo.

comunque. ieri ho ricevuto due mail di complimenti per aver fatto funzionare uno strumento che ancora non ho nemmeno iniziato a costruire. non ho capito se fossero mail di incoraggiamento oppure una demo dell’amore incondizionato che l’umanità tiene in serbo per me, nascosto bene da qualche parte (molto bene). nel dubbio, mi son fatta i complimenti anch’io.

mi han mandato una presentazione da sistemare (aggiungere un po’ di folklore qua e là, sterminare le animazioni powerpoint, che sono un castigo divino, raddoppiare la dimensione del file scegliendo accuratamente immagini con risoluzione abnorme, e via dicendo), per una lezione che devo fare a degli studenti delle scuole superiori. ora, son davvero poche le cose che mi danno fastidio sul serio. oltre alle animazioni ppt, dico. mi dà fastidio, per esempio, il fatto che la rapa rossa sia uno degli alimenti alla base della cucina tradizionale danese. le catene di sant’antonio mi danno fastidio, specie se con annesso file ppt in cui un’ampia gamma di gatti e cani e altre bestie di piccola taglia pretende di ricordarmi che amico è bello o amore è per sempre (ah, no, però. aspetta: solo il vero amore è per sempre, altrimenti non è amore. ah, ecco. certo. un po’ come dire che il latte è finito solo quando il cartone è vuoto, altrimenti non è finito. ci voleva un gatto, per capirlo). il comic sans (aka volevo essere divertente, giovane, accattivante), a maggior ragione se il testo è colorato, mi dà un fastidio che la metà basta. il mondo non ha alcun bisogno del comic sans: è ora che se ne renda conto.

come se tutto questo non bastasse, un professore ha cercato di vendermi suo figlio. no, anzi: me lo regalava proprio.

– ma tu finito il dottorato vuoi rimanere in danimarca per sempre?
(grazie per la fiducia, uomo, ma temo che prima o poi mi toccherà stendere gli zampetti, come si suol dire)
– non lo so ancora cosa farò, dopo.
– no perché potresti anche conoscere un danese e innamorarti e non volertene più andare.
– …
– ci sono tanti danesi che meritano, e magari sono ancora giovani e non sono sposati.
(e poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata)
– …
– per esempio, mio figlio è un neuroscienziato che ha fatto il dottorato in california, mica una roba da niente, e io gli dico sempre che si deve trovare una donna e sposarsi, ma lui mica mi dà retta. non ne vuole proprio sapere.

il peggio è che il mio primo pensiero non è stato, bevi di meno. no, il mio primissimo pensiero è stato: almeno questo non è un ingegnere.
sopprimetemi.

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siccome siamo davvero parecchio avanti, abbiamo deciso di lanciarci in un aggiornamento a dir poco spericolato della pagina internet del gruppo di ricerca. del resto ne converrete con me, da numero zero contenuti a numero pochi contenuti, il miglioramento è sostanziale (epsilon è comunque maggiore di zero, usava dire un mio docente). il mondo è adulto abbastanza, abbiamo decretato, per sapere cosa facciamo quando non perdiamo tempo su facebook.
comunque. ci siamo dati appuntamento a casa del capo, il quale ha pensato bene di cominciare a umiliarci facendoci giocare a sarabanda con (abbiamo scoperto poi) la colonna sonora di toy story 2. visto che nessuno di noi ricercatori zucconi aveva la più pallida idea di che roba fosse (a riprova che la ricerca è quanto mai inutile), siamo passati alle colonne sonore dei film della walt disney, e lì io e il mio collega cinese abbiamo steso tutti, azzeccando il re leone, la sirenetta e la bella e la bestia uno dopo l’altro. c’è da dire che il repertorio musicale del capo è piuttosto interessante: dai doors a katy perry, passando per una sottospecie di metal e per il greatest hits di eros ramazzotti (che ha messo su appositamente per me, pare), non manca niente. son cose.

quei matti dei miei colleghi stan cercando di convincermi ad andare a parigi con loro, la prossima estate. bella idea, certo, non fosse che ci vanno in bici. io, il massimo che posso fare è andare a parigi in aereo e poi mettermi ad aspettarli sotto l’arco di trionfo con la bandierina danese in mano, cariandomi i denti con un dolce alla cannella per puro spirito patriottico. anche perché quei matti dei miei colleghi mi han già quasi convinta a correre la mezza maratona lungo il ponte che collega danimarca e svezia (le mie motivazioni sono schifosamente turistiche, si sappia. quando mi ricapita di poter fare l’øresundsbro a piedi?), la prossima estate, e già solo per il fatto di aver preso in considerazione la cosa, andrei internata all’istante, dritto e senza neppure passare dal via a ritirare le ventimila lire.

nella top five degli episodi da non dimenticare, poi, mi sento moralmente obbligata a includere il tentativo (perfettamente riuscito, devo dire), da parte di alcuni colleghi (uomini), di preparare una torta al cioccolato. dialoghi come
– ma quanto burro ci devo mettere?
– secondo la ricetta, 333.33 grammi
ti restano nel cuore, c’è poco da fare.

io poi c’ho un cuore da zdora romagnola, basta niente a commuovermi.

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come la sottoscritta sia finita a posare per una foto ufficiale, sdraiata sul pavimento dello spogliatoio maschile del dipartimento e con la testa appoggiata su una lampada, è una di quelle domande che ho imparato a non farmi. un’altra è come sia possibile che, dopo anni e anni passati a evitare la chimica come fosse la peste bubbonica, io sia finita a lavorare in un progetto impregnato di chimica organica fino al midollo osseo.

comunque. ieri un danese ha cercato di convincermi che le torri di bologna sono quattro. mi sa che non ti ricordi bene, mi ha detto, io ci sono anche salito, su una delle quattro. era storta. ho tuttavia deciso di ignorare questa sua affermazione, avendolo precedentemente visto prendere a nomi lo schermo di un computer spento per un paio di minuti buono, perché non gli visualizzava niente. per inciso, quest’uomo sente la necessità di dar voce alla barra di avanzamento delle applicazioni windows, emettendo ogni volta versi non ben definibili (ma a volume crescente) fino al completamento dell’operazione. quando non sono impegnata a immaginare la sua testa che colpisce ripetutamente lo spigolo del tavolo, con tarantiniano spargimento di sangue, lo adoro.

non fosse altro, questi cinque mesi di ph.d. hanno finalmente chiarito il mio ruolo all’interno della società civile, eleggendomi a sbriga menate dell’ultimissimo minuto et scribacchina dell’inverosimile. pur nutrendo qualche serio dubbio sull’intelligenza del brevettare un’idea giustificata da numero zero risultati sperimentali — che è un po’ come cercare di vendere una casa su un pianeta superfico che non sappiamo ancora se esiste —, riconosco che essere del tutto inutile (alla società civile) poteva essere molto ma molto peggio.

(per la prima volta nella mia vita ho trovato un mio personalissimo posto nel mondo. se continuo a mangiare pane e maionese a questo ritmo, prevedo di quadruplicarlo entro breve tempo)

nel corso dell’ultimo mese, poi, ho appurato che se metti una fanatica di letteratura americana contemporanea a parlare di libri con uno statunitense, essa non troverà un solo libro, tra i suoi preferiti, che l’altro abbia anche solo sentito nominare. ah, un’altra cosa che ho imparato è che quando uno statunitense ti telefona e ti chiede what’s up?, la risposta esatta è: nothing. non escludo però che anche forty-two sia legalmente valida, magari la prossima volta provo e vedo che succede (douglas adams era britannico, in fondo. ho qualche speranza).

il corso di danese pare vada bene, almeno per quanto riguarda le uscite a elevato tasso alcoolico con i miei compagni di classe. la regola empirica è che dopo una birra si diventa più fluenti in inglese, dopo due viene abbastanza bene anche il danese, e se poi si fa il pari con un paio di mojito si può pure tentare la sorte con una terza lingua europea a scelta. in caso il secondo di questi mojito venga ingerito nel giro di quattro minuti — ecco il tuo mojito, cara cliente. ah, già che siam qui ti dico anche, cara cliente, che tra cinque minuti chiudiamo baracca e burattini e andiamo a dormire il sonno dei giusti, cosa che mi sento di raccomandarti caldamente, cara cliente, specie dopo che ti sarai trangugiata cotanto mojito in, fammi vedere, quattro minuti adesso. ti ringraziamo per la preferenza accordataci, torna presto a trovarci, adieu —, a distanza di minuti quindici dal precedente, non c’è lingua dell’universo conosciuto che non si riesca a padroneggiare con abilità.
e comunque, no, quella che parlava con un cane non ero io.

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e così alla casa sul lago è arrivata y.
y. viene dalla russia, ma non dalla russia e basta: dalla siberia, proprio. ci tiene a farmi sapere, y., che in siberia non ci sono solo gli orsi, ma anche le foreste, le zanzare e le ragazze che poi vengono a studiare in merluzzistan. e c’è il ghiaccio sotto la terra, anche. perenne.

un bel posticino, la siberia.

ieri sera io e y. siamo andate a bere una birra, che poi sono diventate due perché tanto lei aveva fatto una cena abbondante. io non avevo cenato, invece, e prima ancora di non cenare avevo corso per più di sei km (sì, lo so: mi sto lentamente trasformando in una danese. tra un po’ mi crescerà un rospo in gola e poi dopo, quando non si capirà più un accidente di quello che dico, la mutazione sarà completa), e prima ancora di correre per più di sei km avevo fatto un corso di due giorni sugli usi e costumi danesi (“meet denmark”, il nome del corso), in un posto che si chiama næstved e in cui ci sono, a occhio e croce, più pub che non abitanti. il fatto poi che gli autoctoni vadano tutti a dormire alle 20:30 pone un sacco di domande sulla clientela dei locali, in effetti. io e pochi altri coraggiosi abbiamo attirato su di noi l’ira funesta della donna delle pulizie, perché alle 22:30 (!!!) stavamo ancora facendo delle chiacchiere nel salottino dell’albergo, e invece lei non vedeva l’ora di passare l’aspirapolvere e andare a dormire il sonno dei giusti.
comunque, l’apice del corso (obbligatorio e pagato dall’università, ma in fondo i danesi sono strani forte) è stato l’assaggio dei prodotti tipici danesi, vale a dire una sequenza di formaggi (e il formaggio ai gamberetti va oltre qualsiasi definizione, ve lo assicuro), aringhe, uova di non so bene che pesce, carne e liquirizia, il tutto innaffiato dalla birra tipica di un’isola in cui il dialetto è talmente dialetto che il danese nemmeno lo capiscono, da una bevanda gassata rossa che al primo sorso mi ha cariato metà dei denti e al secondo m’ha fatto venire il diabete, e dall’immancabile caffelatte. l’obiettivo era, of course, non vomitare, e però sia io che la collega tedesca abbiamo rischiato più di una volta di mancarlo. anche perché questo tour de force gastronomico ci è stato propinato all’inizio della lezione del pomeriggio, subito dopo pranzo.
la collega tedesca il primo giorno m’ha detto, strano che te che sei italiana ascolti i radiohead, pensavo che in italia ascoltaste tutti roba tipo enrique iglesias.

(ecco che vomito per davvero)

ascoltare è il verbo sbagliato, le ho detto io. la sottoscritta a-do-ra i radiohead, e per inciso nutre pure un’insana passione per quello stortone del loro cantante. e comunque a me dà l’orticaria anche la pausini, sappilo.
è così che abbiam fatto amicizia, io e la collega tedesca.

tra poco più di una settimana, a roskilde ci sarà il festival omonimo, che è assolutamente l’evento della stagione: orde di danesi che fanno tutto quello che la loro imperterrita danesità normalmente proibisce loro di fare, oltretutto coperti di fango fino alle orecchie (di solito piove, per il roskilde festival). la regola è: what happens in roskilde stays in roskilde, e io sto quasi pensando di andare, anche perché alla fine il programma è un signor programma (come sempre, del resto. l’anno scorso ci han suonato i radiohead, per dire, ma ovviamente la fortunata qui era già tornata in italia).

per quanto riguarda il lavoro, poi, tutto bene, grazie. pare che nel giro di un paio di settimane io debba spiegare a due studenti delle scuole superiori una cosa che non so bene neanche io, per convincerli a iscriversi al dtu. la catastrofe è imminente, lo sento. per il resto, le ultime giornate (lavorative) le ho passate a cercare di definire alla meno peggio il programma di un corso che pare mi vedrà coinvolta in qualità di inquisitrice spagnola italiana, vale a dire che agli studenti verrà assegnato di volta in volta del materiale da studiare, e la sottoscritta dovrà interrogare ‘sti poveri cristi, che spero non scoprano mai che il programma l’ho fatto io. nel caso, portatemi dei fiori al camposanto, di quando in quando.

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e così sono andata al concerto della torrini. la torrini ha un migliore amico che è pettinato come se avesse un albero tra i capelli, io non lo sapevo mica. alla torrini non gliel’ha detto nessuno che carnevale è passato da un pezzo, e infatti è salita sul palco vestita da heidi, e teneva in una mano una tisana e nell’altra un bicchiere di vino bianco. beveva un po’ di qua e un po’ di là. la torrini ha esagerato col whisky, una volta, e insieme col suo amico che ha un albero nei capelli ha scritto una canzone reggae che però poi il giorno dopo non se la ricordava proprio. gliel’ha dovuto dire il suo amico, alla torrini, che aveva scritto una canzone reggae. la torrini scrive delle canzoni belle anche quando è sbronza, pensa te. la torrini è scoppiata a ridere in mezzo a una canzone, a un certo punto. doveva dire, i will always love you, e invece è scoppiata a ridere. ho pensato che probabilmente è innamorata davvero, la torrini. la torrini una volta si è innamorata di un tipo e gli ha scritto una canzone, e lui si aspettava una roba alla leonard cohen e invece proprio no, e secondo me gli è piaciuta lo stesso. oppure è uno stupido, ma non credo. la torrini una volta ha scritto una canzone su un tipo che beveva troppo, e un sacco di amici suoi poi l’han chiamata per sapere se la canzone parlasse di loro, e in fondo la torrini è mezza islandese, e secondo me in islanda è una noia mortale e allora o bevono oppure cantano. in finlandia inventano i sistemi operativi, invece. anche dopo che il concerto è finito io non la smettevo di cantare my heart is beating like a jungle drum e allora i miei amici mi han portata a bere e dopo che abbiam fatto fuori otto birre in tre cantavano pure loro, e però io ero particolarmente contenta perché uno di loro, che è polacco, mi ha detto che la torrini è simpatica ma così simpatica che secondo lui dovrebbe essere italiana del tutto, e non solo per metà.


ps
i video son quelli del concerto di copenhagen, eh. però quello della canzone è armini, non armani.

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