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Archive for dicembre 2008

c’è questo verbo che usiamo noi romagnoli, sgavagnare, che significa districare, sciogliere, ma anche cavarsela. ecco, il migliore augurio che sento di poter fare -a voi e a me stessa- è di sgavagnarcela come meglio ci riesce, l’anno prossimo. amaracmand.
vi abbraccio forte.

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Mi sembra che tutto questo non farà più soffrire soltanto quando sarà un libro… Allora non sarà più niente. Cancellato.
[Marguerite Duras]

il nastro magnetico è danneggiato, le informazioni andate perdute non sono in alcun modo recuperabili. ho preso il corridoio, cominciava così, e non ricordo cosa abbiano visto gli occhi. se hanno visto oppure, ammesso che abbiano visto. ricordo: le ginocchia non ancora a terra, la lingua già costretta da indice e medio, il nero della gola giù fino a dove si arriva e indietro nel tempo fino all’ora di pranzo. pensieri: non pervenuti. la testa un nodo di circuiti aperti neuronali, la spina dorsale un cortocircuito fino alla pancia. unire i puntini. sento il sapore del mio sapore, un filo di bava cola sulla ceramica bianca, macro digitale, e però non sono capace di vomitarmi fuori dal mio corpo, ed è così che mi ritrovo quando riprendono le trasmissioni, un tutt’uno imbarazzante di testa e tazza, e lingua e palato e arcata dentaria. il cesso un’appendice eloquente della mia bocca, e dice fin troppo. mi tengo ancora, credevo di avere facoltà di perdere, e invece. di perdermi, almeno. non ricordo: una mano aggrappata alla ciambella, la fatica delle gambe che rialzano una persona sconfitta -le caviglie mi tremano, le ginocchia, dentro, hanno preso fuoco-, la saliva che si assottiglia piano e stacca le due gole, e adesso ho un sapore che non è più il mio sapore, è il risciacquo delle bocche che non sanno fallire fino in fondo. immagino, e in qualche modo in piedi davanti allo specchio mi ci sono portata. ricordo: lo specchio è impulsivo e lo specchio riflette -fermoimmagine di me malata per metà, malata intera-, e dentro allo specchio io mi prendo a schiaffi. mi dico puttana e mi chiedo lei chi è?, lei è il tetrapak che ti tiene a marcire dentro. capisco: io volevo marcire fuori, farmi in grumi come il latte dopo la scadenza, togliere la pelle e riscaldare le ossa col pelo grigio della muffa. io pago la mia assenza a tempo determinato un tanto al chilo, ma poi mi trovano sempre. puttana, dove vuoi andare? esattamente dove sto andando.

il nastro magnetico è danneggiato, le informazioni andate perdute non sono in alcun modo recuperabili. ho preso il corridoio, cominciava così, e non ricordo cosa abbiano visto gli occhi. se hanno visto oppure, ammesso che abbiano visto. ricordo: le ginocchia come tessere di un domino a tenere assieme il pavimento e il resto di me, la lingua affamata impastata di saliva -ho un sapore che sa di niente-, il nero della gola giù fino a dove si vede, giù fino all’ora di pranzo. pensieri: facilmente deducibili dal contesto. i vestiti e poi sotto pelle nuda di donna -donna per metà, donna intera- e poi ancora più sotto due ovaie inceppate, unire i puntini di sutura. ricordo: lo specchio è impulsivo lo specchio riflette -fermoimmagine delle ossa dalle quali mi affaccio-, e io mi ci lascio prendere a schiaffi dentro. mi dice puttana e mi chiede chi sei? sono il verde sulla crosta del formaggio asfissiato nel sacchetto di plastica, e ho una data di scadenza e costo un poco al chilo, ma non mi comprano mai. puttana, dove vuoi andare? inversione a u, per favore.

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eravamo io e sarah, soltanto. me ne stavo da sola con cate e ian e il soldato e la bambina viva e poi morta e mangiata, e il resto del mondo poteva anche essere esploso, nel frattempo, essere -avere- finito.
a mezzanotte meno qualcosa la campana, i rintocchi lapidari a catalizzare le felicità tutte. avrei potuto scrivere, ho freddo e mi sento sola -questo e nient’altro-, e invece ho usato centocinquantacinque caratteri per nascondermi, e quando la deflagrazione è tornata sotto l’occhio di bue io sono scesa a incendiarmi le labbra e le gote sui tizzoni del caminetto, per defibrillare la fiamma e guadagnare qualche punto in calore corporeo. avevo i capelli e i sentimenti più corti, mi somigliavo appena.

[25 dicembre 2008]

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lasciarmi cadere all’indietro, affondare nel bianco: questo solo avrei voluto.
affondare e sprofondare nel niente, la neve a ritagliarmi un contorno -la mia sagoma col gesso bianco-, il freddo come spilli ad arpionarmi le cosce, tirarmi verso il basso, il freddo sotto ai jeans e alle calze coprenti e dentro le scarpe, il freddo che mi sgocciola addosso dai capelli bagnati. tutto fa male, fa male sotto alle unghie e fa male sulle labbra, persino le lacrime fanno male, conficcate negli occhi come schegge di vetro. fanno male gli alluci che sembrano essersi gonfiati e strisciano sulle altre dita come carta vetrata, fa male il vento che insiste sulle gote come la fiamma di un accendino.
avrei voluto mangiare la neve, come facevo da bambina, masticarla fino a sentir male anche alle gengive, non solo nelle mani, ingoiarla fino a sentir male anche nel naso. addormentarmi, avrei voluto, man mano che il dolore perde forza e il corpo perde sensibilità -non sentire più male: non sentire più niente-, e farmi io stessa bianca e poi morta e poi neve.
ho pensato alla neve come a una menzogna, il silenziatore che nasconde il colpo e ritarda la verità, quella fanghiglia che scivola e si lascia spruzzare via dai pneumatici, e che comunque se ne va da un mondo più brutto di quello che aveva trovato.
ho pensato che tu e tu soltanto avresti lasciato raffreddarti la mano tenendo la mia, solo tu -tu sola- avresti potuto morirmi a fianco. ma tu muori correndo, lo hai sempre fatto, e io sono morta ogni singola volta col piede sul freno.
orizzontale di attesa, i pensieri che piano si assottigliano, e il resto è il lavoro della neve.

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x fake m plastic a trees s

le luci al neon mi danno i brividi.

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dicevo, a ogni curva un nome, il suo il suo il suo. il mio, quella notte che il sopra diventò sotto e la testa divenne piedi. la scarpa era incastrata, il vetro era rotto, ed era tutto uno strisciare -di pelle, di sportello- sull’asfalto. e il tuo cerchione era là e tu, e io sono qui, sì, in piedi su due gambe che spuntano di sangue e vergogna, da sotto la minigonna.

se ne stava in piedi, il bicchiere in mano. e se ne stava zitto, zitto, zitto, e dai suoi occhi orizzontali uscivano le grida e le sberle e tutto quello che le sue mani e la sua bocca di padre nascondevano, nascosto male. lei, la madre, lei, la bambina, l’altro bicchiere dalla mano alla mano, e giù nella gola e giù dentro al cuore: la prima volta, dicono, non si scorda mai, la prima volta fa male e non ti piace, ed erano vere entrambe. benzodiazepine, la prima volta, anche se lei che toglie il vetro dalle gambe non le chiama mai così. ma il suo dio la perdonerebbe, credo, se anche la smettesse di zuccherare il nome di ogni cosa.

e poi fu clara e poi fu chiara, e invece delle foto erano parole -ma sempre occhi ricopiati in bella copia-, ed era la prima volta e non si scorda mai, e fa male e non ti piace, ed era tutto vero. la ruota che non smette di girare, la musica che non smette di suonare, il mondo dritto poi il cielo -enorme e senza direzioni-, poi di nuovo il mondo, crepato e sconnesso e capovolto. e la ruota e la musica e una scarpa soltanto.

a ogni curva un nome, dicevo, come una mappa o la pisciata di un cane. il suo, il suo, il mio.

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lettera

capisco di avere mentito.
capisco: non avevo capito.

di ogni cosa questuante. pagante, altrettanto. costano le parole delle quali non vediamo la voce, né sentiamo le mani, e non costano poco. paghiamo di attese, paghiamo di dubbi e d’intuizioni. di fiducia, soprattutto, paghiamo: disattesa, il più delle volte.

della letteratura, poi, il più è quel che non si vede con gli occhi. graffiata sottopelle, prima che su carta, è già nata e spesso è già morta che ancora dentro è terremoto, non assestamento. ma la memoria è piatta come quello che resta, e solo le mani ricordano.

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