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Archive for novembre 2006

Io, in palestra, mi annoio.
In genere mi porto un libro da leggere e il lettore mp3 (detto per inciso la musica che danno in palestra da me fa davvero schifo), per passarmi un po’ il tempo mentro pedalo o arranco sullo step, e tra un addominale e l’altro. In realtà, il massimo è quando io e Nina riusciamo ad andare insieme (cosa tutt’altro che scontata, tra pigrizie e malanni vari), e allora il tempo va via che è un piacere sparlando un po’ di tutto e tutti (devo ammettere che Nina, se si impegna, riesce ad essere anche più massacrante di me, in quanto a cattiveria, nonostante sembri un pezzo di pane con la nutella…), e pare quasi di non faticare nemmeno (probabilmente perché alla fine il numero delle chiacchiere supera di gran lunga quello delle ripetizioni, ma questa è un’altra storia).
Comunque, oggi su una delle riviste messe sul termosifone ad uso e consumo dei pedalatori (nina era su un tapis-roulant lontanissimo, fuori dalla portata della mia voce da cattiveria), mi è capitato tra le mani un articolo a dir poco minatorio sull’igiene delle mani, che suonava più o meno così:

Tu, essere inferiore, non immagini nemmeno quali e quante creature infide e pericolossissime non aspettino altro che di accamparsi tra le dita delle tue mani: batteri, puffi (quelli cattivi, istigati da Gargamella contro di te), orchi di varie misure e dimensioni, draghi (solo quelli piccoli e verdi, però) e lucertole parecchio incazzate. Quindi, lavati le mani almeno ogni due ore altrimenti muori. E non toccare nulla, nelle due ore che intercorrono tra un lavaggio e l’altro, e se per disgrazia (sai, l’inverno…) ti starnutisci tra le mani (che, tra l’altro, sarebbe anche buona educazione…), hai tipo 30 secondi per tirare fuori dalla borsa l’apposito disinfettante comprato in farmacia, sennò muori.
E anche se non tocchi nulla, non fai nulla, non starnutisci, probabilmente muori lo stesso.

Comunque, la palestra voleva essere un piccolo palliativo all’alterazione delle mie percezioni, come la chiama in modo estremamente diplomatico la donna fidata citata più volte sopra. In questo periodo avrei dannatamente bisogno di vedermi un pochino bella, e invece mi sento sexy come l’orso Yogi.
Vado a dormire, mi sa che è meglio.

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ma è stata una notte pesante
e senza sogni,
interrotta solamente
dall’immancabile ritorno
delle otto di mattina,
dal canto senza note
della sveglia,
gemito opaco senza movimento.

Sarà una giornata entusiasmante?

(capita che si faccia l’una di notte a riordinare le proprie poesie, a volte…)

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Neve

So essere anche buona, alle volte. O, meglio, so essere un po’ meno crudele del solito, che non è proprio la stessa cosa, ma è tutto quel che passa il convento.
Non ti devo niente, d’accordo, e non ho capito ancora se ti voglio anche bene, o se semplicemente fai numero nel gruppo dei conoscenti. Eppure, eccoti la tua neve: tutta quella che vuoi.
Neve metaforica, è vero, ma ce n’è una marea. Perché a volte i desideri non si avverano, ma se uno s’impegna qualcosa di buono ne esce comunque.

and I wondered where you were, and realized
something’s painted in the snow that you’d like
Emiliana Torrini, Snow

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Non sono mai stata una patita di Lorenzo Cherubini, tuttavia questa canzone mi è sempre piaciuta molto, credo che sia una metafora meravigliosa; l’ho riascoltata ieri, dopo non so quanto tempo, per caso.

La linea d’ombra
la nebbia che io vedo a me davanti
per la prima volta nella vita mia mi trovo
a saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo
mi offrono un incarico di responsabilità
portare questa nave verso una rotta che nessuno sa
è la mia età a mezz’aria
in questa condizione di stabilità precaria
ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto
mi giro e mi rigiro sul mio letto
mi muovo col passo pesante in questa stanza umida
di un porto che non ricordo il nome
il fondo del caffè confonde il dove e il come
e per la prima volta so cos’è la nostalgia la commozione
nel mio bagaglio panni sporchi di navigazione
per ogni strappo un porto per ogni porto in testa una canzone
è dolce stare in mare quando son gli altri a far la direzione
senza preoccupazione
soltanto fare ciò che c’è da fare
e cullati dall’onda notturna sognare la mamma… il mare.
Mi offrono un incarico di responsabilità
mi hanno detto che una nave c’ha bisogno di un comandante
mi hanno detto che la paga è interessante
e che il carico è segreto ed importante
il pensiero della responsabilità si è fatto grosso
è come dover saltare al di là di un fosso
che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato
saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto
di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura
cosa sarò? dove mi condurrà la mia natura?
La faccia di mio padre prende forma sullo specchio
lui giovane io vecchio
le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio
“la vita non è facile ci vuole sacrificio
un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione”
arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione
e adesso è questo giorno di monsone
col vento che non ha una direzione
guardando il cielo un senso di oppressione
ma è la mia età
dove si guarda come si era
e non si sa dove si va, cosa si sarà
che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto
e attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera
dove ogni mossa che io faccio può cambiare la partita intera
ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare
mi perdo nelle letture, i libri dello zen ed il vangelo
l’astrologia che mi racconta il cielo
galleggio alla ricerca di un me stesso con il quale poter dialogare
ma questa linea d’ombra non me la fa incontrare.
Mi offrono un incarico di responsabilità
non so cos’è il coraggio se prendere e mollare tutto
se scegliere la fuga od affrontare questa realtà difficile da interpretare
ma bella da esplorare
provare a immaginare come sarò quando avrò attraversato il mare
portato questo carico importante a destinazione
dove sarò al riparo dal prossimo monsone
mi offrono un incarico di responsabilità
domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire
getterò i bagagli in mare studierò le carte
e aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte
e quando passerà il monsone dirò “levate l’ancora
diritta avanti tutta questa è la rotta questa è la direzione
questa è la decisione.”

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Quanto segue risulterà un po’ criptico a chi non sa di che parlo. Chi lo sa, ammesso e non concesso che legga questo post, capirà dalla prima all’ultima riga (mi auguro).

Mi han dato un consiglio. Allontanalo, mi han detto, allontanalo.
Ci ho pensato, e davvero non mi sembra una soluzione molto sensata.
C’è una persona che dice di aver bisogno di me, che, credo, si sente sola da morire; allontanarla adesso sarebbe come pugnalarla, significherebbe fargli male, ferirla, e io non voglio che soffra.
Chi mi ha dato questo consiglio, e ha parlato basandosi sulla propria esperienza, non conosce l’enormità del dolore che è riuscito a causare. Non l’immagina nemmeno.
Ecco perché voglio essere sincera, adesso. Ho taciuto, l’altra sera, e ho fatto male. Pur conoscendola molto bene, ho finto di ignorare la sofferenza di una persona a me cara e ho messo in tasca un consiglio in attesa di valutarlo a dovere in seguito. Ho sbagliato: di tutto quel che avrei potuto dire, il silenzio era l’unica risposta errata. Una risposta vigliacca, per giunta.
La lontananza, per come la vedo io, non è una soluzione, è una fuga, e i dolori dai quali fuggiamo, me lo hai detto tu, ricordi?, restano vivi dentro di noi.
Debiti impagati il cui interesse cresce di giorno in giorno.
Tagli sulla pelle che non si rimarginano.

Sono abbastanza convinta che tu mi reputi una stupida, una bambina incapace di stare al mondo. Eppure spreco il mio fiato, con colpevole ritardo, e mi permetto di farti notare che non sono d’accordo con te.
La sincerità è la soluzione, l’unica che vedo: fa male subito ma poi passa.
La lontananza. invece, si trasforma in rimorso e rancore e continua a bruciare per sempre.

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for every lie i unlearn
i learn something new
and i sing sometimes
for the war that i fight
cuz every tool is a weapon
if you hold it right.

[Per ogni menzogna che disimparo
imparo qualcosa di nuovo
e certe volte canto
per la guerra in cui sono impegnata
perché ogni strumento è un’arma
se lo impugni in maniera appropriata]

Ani DiFranco, My IQ
[Traduzione di Martina Testa, dal libro self evident – poesie e disegni di AniDiFranco, ed. minimum fax]

Dire quel che penso, quel che provo, quel che sento. Emozioni, sensazioni, riflessioni senza filtro, libere di gratificare, ferire i miei interlocutori. Libere di devastare totalmente una conversazione, di farle cambiare tono, ritmo, colore.
Da un po’ di tempo a questa parte sento la necessità di essere estremamente sincera, almeno con le persone a cui mi sento in un qualche modo legata, nel senso che mi scopro a dire cose che potrebbero tranquillamente morire così come sono nate, dentro di me. Non capisco il motivo di questo mio comportamento, o almeno non del tutto, ma lascio che sia: non cerco di frenare le parole, non mi mordo la lingua, non controllo il tono, non abbasso lo sguardo.
Vivo a mio agio nel disagio che creo, riordino un poco la mia confusione mentale, esternandone i picchi.
Qualcuno se ne approfitta, credo, di questa mia sincerità, fingendo di dimostrarne altrettanta, pretendendo che la propria sia, in qualche modo non ben chiaro, più vera, ancora più sconvolgente della mia.
Qualcuno non la capisce e si offende, prende le distanze, si lascia ferire.
Qualcuno non la capisce e si barrica dietro le colpe che mi attribuisce.
Qualcuno non la capisce e arrossisce, si imbarazza, si fa idee strane.

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Witchcraft was hung, in History,
but History and I
find all the Witchcraft that we need
Around us, every Day –

Emily Dickinson

Giornata persa in filmini mentali di ultima. Sto bene, e mi assumo consapevolmente le responsabilità che questa ritrovata singletudine mi addossa. Tipo come spiegare a casi umani mica da ridere che non hanno speranze, anche se mi sommergono di complimenti.
Son questi i problemi della vita, sì sì.
Abbozzando mentalmente una lista di requisiti per l’ipotetico futuro uomo della mia vita, vale a dire il prossimo ma non necessariamente quello definitivo, mi son resa conto di essere di essere piuttosto esigente. Occorre che io fissi una discreta tolleranza, altrimenti un futuro di zitellaggine non me lo toglie nessuno. Non è stare sola che mi preoccupa, è l’idea di stare sola con me stessa che mi distrugge (anche se ultimamente mi vado più a genio del solito, devo dire). Nessuna fretta, comunque: sto da sola e sto da Dio. Ma bisogna essere previdenti, si sa. In ogni caso, astenersi perditempo.

Alla fine, comunque, andrò a istinto, come al solito. E che Iddio me la mandi buona, o almeno non troppo incasinata.
Questa sera, per esempio, berrei volentieri un bicchiere di buon vino con Thom Yorke: rimane uno dei miei uomini preferiti, insieme con Woody Allen.

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