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Archive for maggio 2008

Mi divori, come un cancro che piano mi cresce dentro.

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Ho detto solo pronto, eppure hai capito. Ma sei stanca, e non era una domanda. Sono a pezzi, per la precisione. Io, come il sole, moltiplico le mie ore diurne, e di quelle notturne ricordo sogni strani.

you can try the best you can if you try the best you can the best you can is good enough

Radiohead, Optimistic

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(parte prima)

No, non andrà tutto per il meglio: tutto andrà, presto o tardi, in qualche modo. Ti posso stare accanto mentre cambi forma, mentre assumi lentamente le dimensioni della tua vita nuova e ti adatti al dilagare degli eventi, e lo farò volentieri, se me lo permetterai. È colpa mia, lo so, non riesco a mentire. Non chiedermi, ti prego, di dirti che domani starai meglio. Starai meglio, è certo, ma non sarà domani, e nemmeno il giorno dopo. Un domani, forse. Oppure un altro ancora. E quel giorno non avrai più bisogno di me, perché una persona felice basta a se stessa, e questo lo sappiamo entrambe. Sono qui, nel frattempo, la medicina cattiva nel mobiletto del bagno, semi-nascosta tra gli antidolorifici e gli sciroppi edulcorati, in caso i cerotti dovessero mai finire.

(parte seconda)
No, non ti dirò che non esiste altra alternativa: esiste sempre, un’alternativa. È complessa, è dolorosa, è umiliante, lo so, e non ti incolpo di nulla. Ma offrire il proprio cuore all’altrui masticazione può essere un’idea, alle volte. No, non necessariamente buona. E non credo, lo sai, che la reciprocità dei silenzi giustifichi alcunché, specie se dovuta a una vertigine emotiva. Ma nascosta dietro al quieto vivere un’alternativa la si trova sempre: fermarsi alle colonne d’Ercole è una mossa saggia al fine del buon riposo notturno, eppure può valer la pena di spingersi oltre, di quando in quando. Dovesse la corrente trascinarti via, sono qui: anche e soprattutto per te.

(parte terza)
Probabilmente hai ragione, nel biasimarmi. Ma ho il sospetto che alla fine non resti poi molto, oltre alla verità, e a dispetto di svariati tentativi non ho ancora trovato un’utilità concreta nel salvare le apparenze. Non sono per niente brava nell’equiparare i miei comportamenti con i rischi che corro, non credo tu te ne sia accorto. Possiedo però una spiccata attitudine alla rimarginazione silenziosa delle mie ferite. Del resto, sono brava a incolpare me stessa, e non sempre lo faccio a sproposito. Ti sono debitrice del tempo che hai speso a passare al setaccio le mie emozioni, cercando inutilmente di trovare loro una logica che non stonasse troppo col tuo modo di vedere le cose. E sono qui, pronta a fare altrettanto per te.

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Certo, si sta sul chi vive, si calcola, si osserva, ci si organizza, si evitano le abitudini ripetitive, si sta lontano dagli assembramenti e da qualsiasi situazione che non possa essere tenuta sotto controllo. Ma si acquista anche una buona dose di fatalismo; in fondo si muore per tanti motivi, un incidente stradale, un aereo che esplode in volo, una overdose, il cancro e anche per nessuna ragione in particolare.

dal prologo alla prima edizione di Cose di Cosa Nostra, di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani.

E oggi fanno sedici.

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Festa a casa di Lore.
Bologna, 22 maggio 2008.

La prima, vera, boccata d’ossigeno, dacché son tornata.
Bologna chiusa dietro la porta e oltre le finestre, dimenticata. Perché il grigio non ci appartiene e non abbiamo la minima fretta. È arrivata l’estate, finalmente.

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Femminismo a Sud >> Giocare allo stupro
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Ottanta è un numero enorme e non voglio nemmeno considerarlo. Prendiamo solo i 23 che sono sotto inchiesta. 23 sono tante persone. 23 sono così: I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I. Possibile che a nessuno di questi 23 sia venuto un barlume, un accenno, un aborto di pensiero che in quello che stavano facendo c’era qualcosa di sbagliato? 23 sono tanti, 80 è una cifra che non voglio nemmeno considerare

[Tostoini, il grassetto è mio]
***
Voglio credere che sia così, che il dubbio, quel dubbio, non sia venuto a nessuno di loro. A nessuno.
Perché se anche solo a uno di loro il dubbio è venuto, allora io davvero non so spiegarmi come possa aver continuato a fare quel che ha fatto.
Nel qual caso, abbiamo voglia di dare la colpa ai modelli sbagliati, all’educazione ricevuta o alla totale mancanza di educazione, alla declinazione polimorfa del chi ce l’ha più lungo e al vecchio adagio del tutte le donne sono puttane.
Nel qual caso, possiamo risparmiare il fiato.
Perché se sei convinto di prenderti una cosa che ti spetta di diritto, se credi che questo sia l’unico modo per dimostrare agli altri, ma soprattutto a te stesso, che non sei il perdente e lo stupido che in verità sei, se pensi che quello che fai è solo una bravata che finisce quando ti riallacci i pantaloni, se ritieni che un domani ne riderai con gli amici, se già adesso ne ridi con gli amici, allora sei un deficiente, nel senso letterale di carente di intelligenza e di buon senso, sei un povero inetto, un incapace, una persona che non possiede alcuna qualità sulla quale basare un’esistenza degna di questo nome. E non c’è niente che si possa fare. Niente. Ma se sai cosa stai facendo, se sei anche solo minimamente consapevole del fatto che le stai rovinando la vita, per sempre e in modo irreparabile, se hai anche solo il recondito sospetto che non passerà giorno senza che lei pensi a cosa le stai facendo, che non ci sarà uomo, mai più, capace di accarezzarla senza farle rivivere questo momento, senza far riemergere dai suoi occhi spaventati la tua espressione soddisfatta, senza far rispuntare dal suo naso il tuo odore, se lo sai e continui a fare quello che stai facendo, se lo sai e non ti viene da piangere, se sai cosa hai fatto e riesci a dormire la notte, e riesci ancora a guardarla negli occhi e riesci ancora a guardarti allo specchio, allora sei un mostro, sei la dimostrazione insindacabile che ogni guerra ci possa mai venire in mente di combattere l’abbiamo già persa in partenza, sei la chiara evidenza che non c’è più niente che si possa salvare.

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Mio padre è interista, uno di quegli interisti che sono interisti da sempre, uno di quelli che quasi ti viene il dubbio che ci siano nati, interisti.

Ho in mente una vecchia foto: una trentina d’anni in meno su quel volto arrossato dal freddo, un sigaro in bocca e un’orribile berretta di lana a righe orizzontali blu e nere, con scritto Inter. Poteva essere San Siro come il Dall’Ara, non so. Una volta mi ci ha anche portato, allo stadio: Bologna-Inter, e Dio quanto pioveva.

Mio padre è uno di quegli interisti che non s’incazzano mai con nessuno, quando prendono un gol su un rigore che non c’era; che non spaccano niente, neppure quando la squadra vince. Che non hanno problemi ad ammettere di aver fatto gol su un rigore che non c’era, e che comunque non alzano mai la voce, né al bar né davanti alla TV. Non fanno caroselli di auto, quando l’Inter vince lo scudetto, né si sentono più felici o sbeffeggiano gli altri.
Mio padre è uno di quegli interisti a cui il calcio piace, uno di quegli interisti che tifano Inter perché per una squadra bisogna pure tifare, e loro hanno scelto di tifare Inter, chissà poi per quale motivo, chissà poi se c’era, un motivo.
Mio padre è uno di quegli interisti talmente abituati a perdere che adesso nemmeno si capacitano di aver vinto lo scudetto. Papà, alla fine ce l’avete fatta!, gli ho detto oggi. Pare di sì, mi ha risposto, con quel suo sorriso a metà tra il timido e l’orgoglioso, mentre mia madre diceva che, sì, l’han vinto, ma han fatto di tutto per perderlo. È milanista, mia madre, ma in realtà del calcio non glien’è mai importato niente. Mio padre, invece, è interista. E, sospetto, è uno di quegli interisti che, dopo anni di patimenti silenziosi, dopo sconfitte ed eliminazioni e meline a centro campo, vorrebbe per una volta la grazia di una piccola e innocua soddisfazione senza troppe polemiche. Ma sa benissimo che questo non succederà mai.

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