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Archive for dicembre 2007

AnniKa ed Ephram

Io sembro anche bella, in questa foto. In realtà è tutto merito di Aurora e del suo innegabile talento.
Le altre sue foto, anch’esse meravigliose, le potete trovare qui.

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per altri settant’anni almeno. Lo fanno con estrema educazione, aggiungendo un per favore.
Io giro la richiesta a un qualche, tardivo, Santa Claus. Nel frattempo leggo con un’ingordigia adolescenziale, e rivisito le tradizioni natalizie per renderle un poco AnniKa-friendly: i cappelletti la notte di Natale fan bene alla salute, soprattutto se, nel frattempo, alla televisione passano un film meraviglioso (a ora tardissima, mi raccomando, ché non si corra il rischio che lo vedano in troppi). Peccato non avere avuto regali da scartare, sotto l’albero.

Scopro che Pitagora, quello del teorema, prima di darsi alla matematica ha vinto le olimpiadi nella specialità della boxe, e mi lascio innamorare di un importante matematico persiano conosciuto principalmente per le sue poesie.

And if the Wine you drink, the Lip you press
End in what All begins and ends in — Yes;
Think then you are To-day what Yesterday
You were — To-morrow You shall not be less.

[via wikiquote >> Omar Khayyam]

Prendetelo come un augurio per il nuovo anno, se vi va.

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Immagini che riempiono gli occhi, quasi traboccano. Colori, soprattutto colori.
Movimenti che sfocano le polaroid nella mia mente, che sfuggono al quadrato di spazio loro dedicato.
Colori che esplodono, che sfumano in altri colori.
Voci che addentano altre voci, parole che masticano altre parole, significati non sempre comprensibili per significanti appartenenti a lingue diverse.
Colori che gridano, colori che scalpitano e si divincolano e muoiono cercando di vincere altri colori.
Appuntamenti, più di quelli richiamati alla mente dalla biro nera biro blu biro rossa sulle pagine della moleskine.
Colori che sorprendono, che ingannano, che meravigliano, colori che aprono le labbra nel più infantile degli stupori.
Volti, sorrisi da fotografare, sorrisi abbozzati a matita sulle pareti della memoria, incessantemente schiarite dalla lenta maratona del tempo, da ripassare ancora una volta col pennarello, per poterle riportare con me nella terra dei merluzzi, nella valigia del pensiero che è l’unica non soggetta a vincoli di peso o dimensioni.
Colori, che sussurrano, che si nascondono, che cadono. Colori che strappano brandelli di universo al buio, colori che si trincerano dietro ai finestrini dei treni dietro ai finestrini delle macchine, per combattere il freddo per combattere la mancanza del caldo.
Il continuo, ostinato pulsare del cuore, il battito accelerato di questo muscolo sfinito dal perenne abuso dei sentimenti, e dal silenzio solitamente loro imposto.

In Italia, di nuovo.
Un bacio finalmente soddisfatto, un cappuccino e un muffin al mirtillo, lei è Anna Chiara, un treno da non perdere, l’abbraccio di mia madre e quello di mia sorella, il sorriso di mio padre e quello, incessante, della millinipote, allora, come ti trovi in Danimarca?, lavoro da sbrigare, sempre e comunque, voci distorte da conversazioni telefoniche, la prima pizza degna di questo nome e una serata tra amici di quelle che ti ricaricano le pile a oltranza, il nuovo taglio di capelli, gli autobus di Bologna, l’acquisto di quel regalo, un tramonto brianzolo che sfida quelli danesi, gli occhi arrossati dal trucco della sera precedente, un bianco e nero che non lascia adito a dubbi, ancora baci, ancora abbracci, ancora lei è Anna Chiara, ancora è stato un piacere, ancora sì, certo, anche per me.

E, soprattutto, la sua laurea. E tutto quel che significa.

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Stavo male, oggi, e forse era quello. Ma mi è sembrato, nell’improvvisa, inusuale assenza di vento, che il freddo fosse diventato d’un tratto solido, un cubo di vetro dentro al quale quell’unico uccello faceva una fatica disumana, nello sbattere le ali.

Gli alberi, spogli.
Le strade, deserte.

Mi dava quasi fastidio la musica, nelle orecchie.
Ma ho avuto paura del silenzio, e allora non l’ho spenta.

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[nota: io, mentre scrivevo, stavo ascoltando questa canzone; ora questo post ha anche una colonna sonora, e diamo un sonoro schiaffo alla miseria, suvvia]

the sky upon sigursgade

Perché forse è una cosa che mi porto dentro da sempre, questa, forse se non fossi stata in un certo qual modo predisposta non avrei mai trovato il coraggio per.

Andavano, le fermate, una dopo l’altra.
Andavano veloci anche le luci, a interrompere il buio dietro al finestrino.

Tagliava via una fetta della città, quel treno, portava con sé il ricordo sbiadito di esistenze monocromatiche, l’immagine sfocata di occhi vuoti, di orizzonti spenti, di movimenti interrotti. Masticava e sputava via, quel vagone, vecchie lacrime e sogni bidimensionali proiettati sui soffitti bianchi delle notti insonni.

La verità è che le ali non servono, per alzare la propria vita di qualche metro, e forse non serve nemmeno un’astronave.
La verità è che se il mondo te lo porti dentro, il volo prima o poi lo prendi comunque.

Però, ecco, un biscotto al cioccolato è sempre bene avercelo, con sé.

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Io, da grande, farò l’astronauta.

Avrò un’astronave tutta mia, quando sarò grande, una bella astronave tutta rossa che arriverà in alto, ma più in alto di ogni altra astronave che sia mai stata costruita fino a quel momento, e avrò anche una tuta, come quelle che si vedono in televisione, quelle che sembrano fatte di carta stagnola. E un casco, un bel casco tondo con la bandierina italiana di lato e il mio nome scritto sopra. Quando dovrò partire, di là dal casco non si vedrà mica che ho gli occhi lucidi, che un po’ mi dispiace di dovermene andare, e tutti mi saluteranno con la mano e penseranno che sto sorridendo, invece, e magari davvero starò sorridendo, solo che avrò una lacrima piccola piccola in equilibrio sulle ciglia.

Credo che il mio cuore batterà un pochino più forte, quando sentirò il conto alla rovescia, e forse tratterrò anche il respiro, al meno tre. Mi sembreranno tutti tanto piccoli, e poi non li vedrò più, e secondo me mi sentirò anche un pochino sola a un certo punto, ma dopo infilerò una mano nella tasca della tuta e tirerò fuori il biscotto al cioccolato che mi sono portata per il viaggio, quello dei momenti difficili, e gli darò un morso. Il resto lo terrò da parte, perché il viaggio sarà lungo.

La mia missione sarà scoprire un pianeta nuovo, un pianeta abitato solo da camaleonti che a forza di stare l’uno vicino all’altro non sanno più di che colore diventare, e saranno confusi, poverini!, perché non sapranno più chi sta facendo il verso a chi. E ci saranno anche tanti fiori, e nel cielo – anche di giorno – si vedranno sempre un sacco di stelle, ma così tante che per dare un nome a tutte quante dovresti stenderti lì su un prato, tra un camaleonte e l’altro, e passare tutte le tue giornate a contarle e a inventare dei nomi, e forse non dovresti neanche dormire, la notte, ma poi magari ti stanchi troppo, e invece gli astronauti mica si stancano. Sarà strano, questo pianeta, ma io dopo un pochino mi sentirò bene, e forse non mi dispiacerebbe che fosse la mia casa, ma poi bisogna vedere se anche i camaleonti son d’accordo, ché i fiori non credo abbiano grossi problemi.

Nel mio nuovo pianeta farò anche delle leggi, se decido che mi piace starci, perché altrimenti, se non ci sono delle regole, non ci posso mica portare altre persone. Dovremmo deciderle tutti insieme, queste leggi, ma fino a che ci sarò solo io non è che posso telefonare a casa e dire mamma, sto bene, facciamo delle regole, perché il mio pianeta sarà così tanto lontano che il mio telefono non prenderà mica, lassù.

Quindi farò qualche regola facile, che valga per me, poi dopo magari le cambiamo, se arrivano i miei amici e decidono che anche loro stanno bene, sul mio pianeta, e magari portano anche altri biscotti al cioccolato, perché il mio biscotto l’avrò già mangiato tutto, quel giorno.

Nel mio pianeta non sarò mai triste, anche quando avrò finito i biscotti. Non mi arrabbierò mica quando mi succedono cose che non sono mica tanto d’accordo, e saprò risolvere tutti i problemi, magari con l’aiuto di un paio di camaleonti confusi, e magari risintonizzo anche il colore di quelle povere bestiole, che mi fanno ridere sì, ma pensa loro che vita stressante, Anzi, non succederà mai che le cose per cui ho lavorato tanto non funzionano, o fanno quello che pare a loro. Vietato, assolutissimamente. Nel mio pianeta quando faccio una cosa e la faccio bene mi diranno brava!, e non sì però potevi farla meglio, e quando manderò un messaggio ai miei amici per dire loro che torno a casa, se decido di tornare, e che faremo una bella festa con i palloncini colorati e tanti, tantissimi biscotti al cioccolato, almeno la metà di loro mi risponderà per dirmi, almeno, ciao, che bello sentirti dopo tanto tempo.
Dirò sempre la cosa giusta, sul mio pianeta, e non avrò nessun problema, se il mio super bellissimo telefono funziona, a chiamare a casa e dire ai miei genitori anche solo vi voglio bene. Saranno orgogliosi di me, loro, perché sarò un’astronauta molto famosa, e forse mi daranno anche un premio e anche il nome di una via, ma per ora mi accontento dei biscotti al cioccolato, poi ne riparliamo.

Magari ci tornerò anche, sulla terra, un giorno.
Se finisco i biscotti e nessuno me li può portare su, per esempio.

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– where are you from?
– Italy.
– Italy? Davvero?

E così ho conosciuto Simone, tedesca laureanda in economia che ha studiato tre anni a Bolzano.
Non le piace, Bolzano, perché tutti lì parlano un tedesco orribile e un italiano se possibile anche peggiore, e io son venuta in Italia perché volevo imparare l’italiano, e in Italia tutti dovreste parlare italiano. Lei lo parla benissimo, per inciso.

Come non volerle bene, a ‘sta figliola?

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