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Archive for the ‘cinesità in trasferta’ Category

[disclaimer: questo post è anche un po’ colpa della fede, siatene consapevoli]

praticamente ventotto anni per capire che:
la vita è tutta una questione di saper trovare il giusto equilibrio tra l’améliepoulainismo e il pippicalzelunghismo.

(mamma, babbo, scusate: so che speravate in una figlia intelligente)

per quanto mi riguarda, ho notato una certa attrazione di gravità verso l’améliepoulainismo, che poi sarebbe la tendenza a cercare di sorprendere le persone che, loro malgrado, ci garbano, senza aver mai the guts per andar lì da loro e dire, Senti, pollo, se ti ho riempito la buchetta delle lettere di cioccolatini non è perché temevo che le tue bollette avessero una crisi ipoglicemica, non credi?, tendenza che, credete a me, comporta un notevole dispendio energetico, e in generale non porta mai a niente di buono. ho le prove. quindi, bona, onde evitare possibili ricadute (di stile), mi sono data al pippicalzelunghismo, vale a dire che i cioccolatini a ‘sto giro me li mangio io, e l’amélie poulain che, pare, si nasconde dentro ogni donna adulta la tengo lì bella stirata in un cassetto, sai mai che un giorno possa servire di nuovo.

comunque. tutto ‘sto cappello introduttivo (che non è colpa della fede) non c’azzecca poi molto con quello che vi voglio dire, e cioè che mi sono trasferita a stoccolma, però siccome pippi långstrump è svedese (all’anagrafe pippilotta viktualia rullgardina krusmynta efraimsdotter långstrump – scommetto che non lo sapevate), e siccome per preparami pisssicologicamente alla svezia su facebook mi son messa la faccia e il cognome di pippi (e un mio collega il giorno dopo mi ha chiesto se avessi sposato uno svedese), e siccome per il mio farewell party mi hanno regalato il dvd di pippi che fa il farewell party, e siccome un mio amico mi ha detto che pippi, in fondo, sono io (muori-amélie-muori), ecco spiegato il perché io continui a perdere il vostro tempo raccontando di tutto tranne che della svezia.

che poi, a ragion di logica, io dovrei fare annika settergren, mica pippi.

stoccolma, dicevamo. a stoccolma parlano una lingua che pare la versione sarda del danese (senza rospo in bocca, sia lodato il cielo), e però almeno pronunciano tutte le lettere, più o meno come si scrivono (sia lodato il cielo, again). oggi parlavo con un turco che vive qua da trent’anni e praticamente non parla inglese, e alla fine per farmi capire ho dovuto azzardare un danese pronunciato male (cioè peggio di quando cerco di pronunciarlo bene). pare abbia funzionato.
per ora la parte migliore della prima settimana svedese è la mia padrona di casa nonché coinquilina, una donna che sarebbe davvero squisita se mi permettesse di fare la doccia la mattina, di usare il bidone della spazzatura in cucina senza dover tenere i rifiuti in camera (!!!) e se non mi avesse da poco comunicato di voler vendere la casa il prima possibile (notare che mi ha fatto un contratto di affitto fino a settembre, ma vabbe’). mi ha messo in camera tre piatti, una forchetta, un cucchiaio, un coltello, due bicchieri e uno strofinaccio, e poi mi ha informata del fatto che naturalmente ho il diritto di usare tutto quello che c’è in cucina, purché prima le io le chieda il permesso. devo chiedere il permesso anche per fare la doccia la sera, e comunque se dopo una certa ora voglio bere un bicchiere d’acqua la devo prendere dal bagno, perché i pennuti che tiene in cucina (qualunque cosa siano. sono uccelli e sono bianchi, e uno non sta mai zitto. vi basta?), se accendo la luce, si svegliano. poverini. ora, io ero partita con le migliori intenzioni, sono solo sei mesi e vuoi mettere che sbattimento trovare un’altra casa e basta portare un po’ di pazienza eccetera eccetera, ma dopo otto-giorni-otto sto già cercando un altro posto (e progettando di affogare i volatili di cui sopra). credo di aver battuto tutti i record.

che poi, questo gggenio di donna ha la lavatrice e l’asciugatrice in bagno ma ovviamente non le usa perché l’elettricità costa e tanto abbiamo la lavanderia condominiale aggrratis a piano terra e quindi perché pagare per farsi il bucato comodo comodo in casa quando puoi lavare i tuoi panni nella stessa lavatrice in cui li lavano tutti gli inquilini del condominio, prenotando il turno con una settimana di anticipo?

(ho ucciso per molto meno)

sto pensando di seguire il suggerimento di un mio amico e vendergliele, per poi sostituirle con delle repliche in cartone. pippi style, oh yeah.

per la cronaca, il suddetto essere umano di sesso femminile mi ha accolta raccontandomi di tutte le donne che conosce che sono state drogate e violentate nelle vicinanze, e lasciate o a) agonizzanti al freddo e al gelo senza vestiti, o b) a seminare saliva fuori dalla sua porta di casa. incoraggiante.

a proposito di cose brutte: in svezia le bevande con contenuto alcolico superiore al 3,5% si possono comprare esclusivamente nei systembolaget, vale a dire nei negozi del monopolio di stato. il che mi fa intuire cosa chiederò in dono ai miei visitatori di provenienza danese, quando sarà il momento (alla fede invece chiederò le gocciole, ché ormai è una tradizione).

al lavoro tutto bene, grazie. ho un it supporter che soffia sul computer per raffreddarlo, però è tanto caruccio e allora gli voglio bene lo stesso. anche quando le menate informatiche poi me le devo risolvere da sola, sì (fortuna che mi aiuta michele, va’, altrimenti non se ne esce). oggi tipo ho scoperto che (occhio che parte il momento un nerd per amico) esiste un’applicazione apple che viene installata di default dai software della creative suite adobe e che quando gli prendono i cinque minuti comincia a buttare per aria i dns e gli indirizzi ip e in conclusione la tabella di routing non assomiglia più a niente. son cose.

(fine del momento nerd. promesso)

come temperature non stiamo messi malissimo, dai. oggi tipo stavamo sui dieci gradi (sopra lo zero, sì. non male, dai, specie se pensate che un mese e mezzo fa faceva meno venticinque), e mi han detto che in settimana arriveremo addirittura a quindici.
poi ricomincerà l’autunno.

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In principio era il verbo.
Il verbo andare, per la precisione, seguito a ruota dal complemento di moto a luogo, in questo caso: in Nuova Zelanda. E insomma, questo upgrade della Zelanda rappresentava il mio personalissimo piano criminale per il periodo di ricerca all’estero (che per la sottoscritta è un po’ come dire estero al quadrato) che dovrò svolgere il prossimo anno, piano ostacolato fin da subito dalle forze oscure del male, del malissimo e anche del peggio. Dal momento però che le mie abilità contrattuali sono a dir poco impareggiabili, nel giro dell’ultimo anno e mezzo la destinazione finale è stata modificata dapprima in Rochester, NY, poi in Ottawa, e infine in Stoccolma (le forze oscure del peggio, dicevamo, ché in Svezia in inverno le ore di luce solare son meno che in Danimarca, e fa pure più freddo. Mira, si chiama questa, altroché). Fortuna vuole che la partenza sia imminente: di questo passo tra un paio di mesi mi sarei ritrovata a dover andare a Roskilde, o a Århus. Bei posti, dico mica, però, insomma, anche no. E quindi, bòn, da marzo in poi mi trovate sulle isole di là, pallida forse un po’ più del solito ma di sicuro ben conservata.

Una volta eliminata la Nuova Zelanda dalla lista delle possibili destinazioni per il mio estero^2 (pare non facciano NIENTE di quello che serve a me, ‘sti kiwi, e il mio capo purtroppo non ha appoggiato la mia idea di chiamare un’università neozelandese a caso e dare loro un anno e mezzo di tempo per diventare i migliori al mondo nel mio campo, così da fornire alla sottoscritta un’ottima scusa per andare a lavorare presso di loro), ho quindi inserito la NZ in cima alla lista delle destinazioni per le mie vacanze di Natale (no, infatti non sono una persona testarda e zuccona, io) . Manco a dirlo, il mio personalissimo piano criminale è stato ostacolato fin da subito dalle forze del male, del malissimo e del peggio (nella fattispecie, mio padre con l’elenco delle figlie in una mano e il bianchetto nell’altra, in caso non mi fossi presentata a tavola con loro il giorno di Natale), ma almeno questa volta il ripiego era l’Australia, dal ventisette dicembre fino a scongelamento osseo ultimato. Per la cronaca (e dal momento che, si sa, io sono una donna dalle infinite risorse), il piano C era Barcellona, il piano D Atene, e i piani E, F e G erano Madeira, Malta e Istanbul. Inutile dire che ha vinto il piano H: Copenhagen.

Posso elencarvi almeno cinque ottime scuse per aver abbandonato il corso (ufficiale) di danese, nessuna delle quali contiene la parola pigrizia. I corsi ufficiosi continuano, con gli unici due danesi che ancora hanno la pazienza di starmi a sentire mentre massacro senza pudore alcuno la pronuncia della loro amata lingua. Uno di loro insiste nel dire che parlo bene il danese, e questo nonostante fosse con me il pomeriggio in cui per tre volte ho ordinato una fetta di torta di mele, e per tre volte la tizia del bar mi ha risposto che, no, non era una torta al cioccolato, quella: era una torta di mele. Lige præcis.
(Lo stesso danese sostiene che il tartufo sappia di aglio e le caldarroste di pop-corn. Ci siamo capiti)

Dopo secoli, ho ricominciato a giocare a pallamano. Il primo allenamento è andato benissimo: l’allenatrice mi ha letteralmente ignorata per i primi venti minuti, presentando alla squadra le altre nuove giocatrici e parlando solo ed esclusivamente danese per tutto il tempo, salvo poi ricordarsi della mia esistenza e venirmi a chiedere se ho anche un nome, oltre a un’espressione completamente spaesata (a tratti terrorizzata, oserei dire), e chiarire fin da subito che lei, quando allena, lo fa in danese, e se non mi va bene sono anche cavoli miei. Perfetto!, ho pensato: quale modo migliore per imparare una buona volta ‘sta benedetta lingua?! Del resto, nella vita di tutti i giorni a che ti serve saper ordinare una fetta di torta quando puoi dire portiere, pivot o rigore?

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e così alla casa sul lago è arrivata y.
y. viene dalla russia, ma non dalla russia e basta: dalla siberia, proprio. ci tiene a farmi sapere, y., che in siberia non ci sono solo gli orsi, ma anche le foreste, le zanzare e le ragazze che poi vengono a studiare in merluzzistan. e c’è il ghiaccio sotto la terra, anche. perenne.

un bel posticino, la siberia.

ieri sera io e y. siamo andate a bere una birra, che poi sono diventate due perché tanto lei aveva fatto una cena abbondante. io non avevo cenato, invece, e prima ancora di non cenare avevo corso per più di sei km (sì, lo so: mi sto lentamente trasformando in una danese. tra un po’ mi crescerà un rospo in gola e poi dopo, quando non si capirà più un accidente di quello che dico, la mutazione sarà completa), e prima ancora di correre per più di sei km avevo fatto un corso di due giorni sugli usi e costumi danesi (“meet denmark”, il nome del corso), in un posto che si chiama næstved e in cui ci sono, a occhio e croce, più pub che non abitanti. il fatto poi che gli autoctoni vadano tutti a dormire alle 20:30 pone un sacco di domande sulla clientela dei locali, in effetti. io e pochi altri coraggiosi abbiamo attirato su di noi l’ira funesta della donna delle pulizie, perché alle 22:30 (!!!) stavamo ancora facendo delle chiacchiere nel salottino dell’albergo, e invece lei non vedeva l’ora di passare l’aspirapolvere e andare a dormire il sonno dei giusti.
comunque, l’apice del corso (obbligatorio e pagato dall’università, ma in fondo i danesi sono strani forte) è stato l’assaggio dei prodotti tipici danesi, vale a dire una sequenza di formaggi (e il formaggio ai gamberetti va oltre qualsiasi definizione, ve lo assicuro), aringhe, uova di non so bene che pesce, carne e liquirizia, il tutto innaffiato dalla birra tipica di un’isola in cui il dialetto è talmente dialetto che il danese nemmeno lo capiscono, da una bevanda gassata rossa che al primo sorso mi ha cariato metà dei denti e al secondo m’ha fatto venire il diabete, e dall’immancabile caffelatte. l’obiettivo era, of course, non vomitare, e però sia io che la collega tedesca abbiamo rischiato più di una volta di mancarlo. anche perché questo tour de force gastronomico ci è stato propinato all’inizio della lezione del pomeriggio, subito dopo pranzo.
la collega tedesca il primo giorno m’ha detto, strano che te che sei italiana ascolti i radiohead, pensavo che in italia ascoltaste tutti roba tipo enrique iglesias.

(ecco che vomito per davvero)

ascoltare è il verbo sbagliato, le ho detto io. la sottoscritta a-do-ra i radiohead, e per inciso nutre pure un’insana passione per quello stortone del loro cantante. e comunque a me dà l’orticaria anche la pausini, sappilo.
è così che abbiam fatto amicizia, io e la collega tedesca.

tra poco più di una settimana, a roskilde ci sarà il festival omonimo, che è assolutamente l’evento della stagione: orde di danesi che fanno tutto quello che la loro imperterrita danesità normalmente proibisce loro di fare, oltretutto coperti di fango fino alle orecchie (di solito piove, per il roskilde festival). la regola è: what happens in roskilde stays in roskilde, e io sto quasi pensando di andare, anche perché alla fine il programma è un signor programma (come sempre, del resto. l’anno scorso ci han suonato i radiohead, per dire, ma ovviamente la fortunata qui era già tornata in italia).

per quanto riguarda il lavoro, poi, tutto bene, grazie. pare che nel giro di un paio di settimane io debba spiegare a due studenti delle scuole superiori una cosa che non so bene neanche io, per convincerli a iscriversi al dtu. la catastrofe è imminente, lo sento. per il resto, le ultime giornate (lavorative) le ho passate a cercare di definire alla meno peggio il programma di un corso che pare mi vedrà coinvolta in qualità di inquisitrice spagnola italiana, vale a dire che agli studenti verrà assegnato di volta in volta del materiale da studiare, e la sottoscritta dovrà interrogare ‘sti poveri cristi, che spero non scoprano mai che il programma l’ho fatto io. nel caso, portatemi dei fiori al camposanto, di quando in quando.

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no, be’, vivere attaccata all’ospedale è bellissimo. vuoi mettere l’emozione di svegliarti a metà della notte con quella vaga sensazione di bombardamento imminente, ogni volta che l’elimedica praticamente ti atterra in testa? yuk yuk, uno spasso senza eguali.
oltretutto, non è nemmeno un ospedale qualsiasi: bisogna portargli rispetto.

comunque. in caso sentiate i miei urli fino in italia, è perché i miei genitori mi hanno telefonato — ancora una volta — per comunicarmi che da voi si muore di caldo. qui piove, grazie per l’interessamento, e tira un cacchio di stracacchio di vento. il risultato è che da una settimana almeno la mattina sono già fradicia che ancora non sono uscita di casa. pensate in che condizione posso essere, quando arrivo in ufficio.
oggi, poi, il colmo dei colmi: mi si era appena distrutto l’ombrello, cosa questa che contribuiva al mio stato d’animo per così dire entusiasta, e insomma ero lì bella inzuppata che aspettavo che il semaforo si degnasse di diventare verde, imp(r)egnata più che altro a tirare giù dal cielo quanti più santi possibile — con precisione chirurgica, i must say —, quando, di punto in bianco, smette di diluviarmi in testa. non faccio nemmeno in tempo a girarmi che mi trovo davanti un ragazzo che è tutto un sorriso, il quale mi sta riparando col suo ombrello (voi non avete idea di quale e quanta audacia sociale sia richiesta a un danese, riservato per definizione, per arrivare a tanto). ora, confesso che il passaggio in cui la sottoscritta diventa parte integrante del video di daniel powter me lo sono persa, però vorrei mettere a verbale che amo la danimarca, in caso non si fosse capito.

(per la rubrica la posta del cuore, ci tengo a far sapere alle amiche adelina e guendalina che a) sì, lui era bello, b) no, non so come si chiami, e c) no, non c’è stato alcuno scambio di numeri di telefono)

a parte questa breve parentesi cinematografica, la giornata è stata relativamente tranquilla, con picchi di esaltazione in corrispondenza di un seminario che traboccava chimica da tutte le parti e di una mail in cui un collega mi segnalava tutta una serie di modi in cui l’ottica può essere applicata alla produzione e al controllo di qualità dei vini (al solo scopo, sia detto, di fornirmi validi aneddoti con cui deliziare parenti e amici), e picchi di angoscia profondissima e dolore intenso in corrispondenza di un seminario che grondava chimica da tutte le parti e dell’atroce scoperta che oggi non ci sarebbe stato il friday bar.
dunque, il friday bar. il friday bar consiste in uno degli it supporter (o affiliato agli it supporter, non ho ben capito), che tutti i venerdì alle 15:00 arriva in facoltà con due/tre tipi diversi di birra alla spina (rigorosamente home made, la produce non so bene chi da qualche parte dentro al campus universitario), e la prima birra è sempre offerta dal dipartimento.
ripetete insieme a me: il friday bar è il bene.

a tempo perso, sto cercando di organizzare un’uscita spiaggistica coi colleghi per la sera della vigilia di sankt hans, che poi è una scusa per bere, e oggi un danese ha pensato bene di fare il simpatico e mi ha detto, io fossi in te starei attenta, eh, che quella notte lì le streghe le bruciano. qualcuno per favore può mica ricordarmi perché vado in giro a dire che amo tanto i miei colleghi?

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parte prima

Se non altro, la mia prima conferenza internazionale ha messo in luce tutta una serie di errori grossolani che, spero, saprò evitare accuratamente in un futuro (mi auguro) neanche troppo lontano: estrarre dalla borsa un pacchetto di fazzoletti con sopra disegnati i Looney Tunes, proprio di fronte a un famoso professore straniero, per esempio, direi che non è stato esattamente il modo migliore per inaugurare la mia carriera da ricercatrice. Nemmeno “zittire” il telefono mettendo bene in mostra il Tigro stampato sul calzino porta-cellulare, a pensarci bene. Rivolgere poi al famoso professore straniero di cui sopra – nel momento in cui ha finto un moderato interesse nel mio lavoro – la mia migliore espressione da morte-per-attacco-cardiaco, dev’essere stata la ciliegina sulla torta. Per esperienza personale, posso dire che la faccia da holy shit he’s talking to me non fa fare bella figura. Affatto. Doveste trovarvi mai al mio posto, sconsiglio caldamente un qualsivoglia tipo di slalom, per quanto atletico, tra i piedi dei conferenzieri comodamente seduti al bar della piscina, specie se accompagnato da un quanto mai professionale Espera! Espera! Caipirinha! Caipirinha!, urlato al ragazzo dietro al bancone, in procinto di abbassare la serranda; sedermi alla tavola della professoressa australiana che si è detta interessata a ospitarmi nel suo gruppo di ricerca per qualche mese, decisamente allegra a seguito della caipirinha precedentemente scolata, manco a dirlo con nello stomaco il vuoto cosmico, è stata un’altra mossa vincente. Uno dei miei errori più grandi, tuttavia, è stato ritenere che l’inglese spalanchi le porte dell’intero pianeta: in Brasile si parla portoghese, e chi non lo conosce (io, per esempio) ha più speranze nell’azzardare un’avventurosa commistione di italiano, spagnolo e gestualità, piuttosto che nell’incaponirsi su un do you speak english che, nella migliore delle ipotesi, porta al più innocente dei no. In tutti gli altri casi, una pittoresca espressione del mio interlocutore mi ha fatto capire che non aveva la benché minima idea di quel che gli stavo dicendo. Certo, mostrare al tizio del baggage claim la mia valigia devastata dal viaggio aereo, con rotella penzolante a corredo, ha rappresentato una modalità di dialogo piuttosto eloquente; tuttavia cercare di interpretare la sua risposta non è stato altrettanto semplice. Regola fondamentale dell’America tutta, poi: l’aria condizionata se c’è si usa, e se la si usa, la si mette al massimo. Sempre. Mai partire dal presupposto che l’inverno brasiliano, una ventina di gradi Celsius, permetta l’utilizzo delle mezze maniche indoor: prego notare la foca Sibert che mi sedeva accanto nella sala conferenze, anch’essa un poco infreddolita (mai quanto me, comunque). Ho guardato di traverso il docente statunitense che, camicia e pantalone grigio elegante, ha tenuto il proprio talk con ai piedi le crocs blu, e ho fatto decisamente male: alla fine la sua presentazione si è rivelata una delle più interessanti dell’intero workshop. Da ultimo, dovesse mai capitarvi di venire disimbarcati da un aereo dopo poco meno di quattro ore di attesa (col velivolo fermo in pista) e a seguito di un’ispezione tecnica a uno dei motori, evitate, se potete, di mandare mentalmente a quel paese – più e più volte- l’intero equipaggio; in particolare risparmiatevi gli improperi indirizzati al pilota, il quale ritiene sia più sicuro per tutti cambiare aereo piuttosto che partire lo stesso: il giorno seguente un altro pilota su un altro velivolo in un’altra nazione potrebbe fare una scelta differente, e non sempre va a finire bene.

parte seconda

Dice che è la migliore caipirinha di tutto il Brasile. Di certo, la migliore che abbia mai bevuto. Afferrare per le spalle il mio naturale senso di inadeguatezza e tuffarcelo dentro, fino a sentirlo morire, piano, tra le mani: ben fatto, e me lo dico da sola. Leggeri, i giorni, come i nomi delle tue stelle, quelle che mi indichi, quelle che il mio emisfero non conosce, leggeri come le luci di São Pedro poco dopo il tramonto, mentre il respiro affannato dalla corsa piano torna regolare. Dimenticarsi di non essersi mai incontrati prima e raccontarsi un futuro e un passato, i miei genitori, i tuoi figli, e poi promettersi altre parole ancora, e un qualsiasi posto nel mondo va più che bene. Ero preparata a spalancare gli occhi, sì, quegli occhi strani che hanno ingannato anche te, a renderli i più grandi possibili al fine di stiparli di immagini; mai avrei immaginato di dover procacciare altro spazio al mio cuore, né di riuscire a esaurirlo nel giro di qualche giorno soltanto. Incredibile quanto della propria vita si riesca a capire quando si smette di inchiodarsi alle stesse domande, quando si indietreggia un poco e si volge lo sguardo altrove. Tra il grigio dei palazzi e i colori impolverati delle baracche addossate le une alle altre, tra le insegne dipinte sui muri e sui chioschi, qui salame e vino rosso, e il prezzo di favore del taxi concordato per te dal dipendente di un albergo che non è il tuo albergo, lungo le salite e le discese delle strade dello stato di São Paulo, le salite e le discese del portoghese cantilenante che parlano qui, la mia esistenza ha sterzato bruscamente verso un’ennesima strada sterrata. Eppure mi è sembrata, eppure ancora mi sembra, una delle migliori direzioni possibili, e forse è per via di quel tuo sorriso, di quel tuo abbraccio, forse è per via di quegli indirizzi scarabocchiati sul pezzo di carta che tuttora mi aspetta nella borsa. Oppure, credo, è solo grazie a quella porzione di pensieri che il tuo apparato cardio-sentimentale ha già passato al setaccio, un paio di anni fa e prima ancora che diventassero miei, se ora ho capito di non saper fare certe scelte o di non volerne non fare altre. Tiro a indovinare le parole nello schema del cruciverba, e lo so che avresti qualcosa da ridire sui miei incroci.

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Per essere bravo è bravo, mai messo in dubbio.
Il problema è quando parla.

Questa è una composizione che ho scritto quando avevo quindici anni e nessuno credeva in me, e io quel giorno inciampai in una pozzanghera e mentre ero lì, nella pozzaghera, mi sono guardato intorno, e ho capito che non ero solo, nella pozzanghera, e allora ho provato un enorme affetto, per tutti quelli che, come me, erano caduti nella pozzanghera, ché anche il grande filosofo Hegel una volta ha detto “la pozzanghera esiste”, e a me m’è parsa una cosa così bella, e allora mi son sentito avvolto da una musica dolcissima, che ho trascritto poi in questa polaroid musicale, che solo chi è caduto, almeno una volta nella vita, in una pozzanghera, può capire. Si chiama “pozzanghera, sabato pomeriggio”.

Però, ecco, poi se si mette al piano non ce n’è (quasi) per nessuno.

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vi posso dire che procede a gonfie vele, sul serio.

Quella che sta dall’altro lato della cattedra e che parla quasi esclusivamente danese (non si sa bene con chi parli, ma forse ha degli amici immaginari che la accompagnano a lezione) non sembra più così antipatica, anche se ieri ha cercato di convincermi che lo scambio di battute

– Ehi, Jytte, non sono tuoi questi guanti?
– Oh sì, per Søren!

è un esempio di eufemismo. Dove stia, questo eufemismo, io proprio non lo capisco. Però, dicevo, lei lì sorride anche, alle volte.

In tre settimane ho capito quale accezione diano i Merluzzi all’aggettivo intensivo posto a seguito della parola corso nei depliant informativi: sei lezioni, e siamo praticamente a metà del libro.

Ad ora sono in grado di contare fino a novemilanovecentonovantanove, e vi posso assicurare che da zero a venti sono una scheggia; sto cercando di imparare anche gli ordinali, ma ho qualche problema con terzo, quarto, quinto e sesto, e ancora quando quella che sta dall’altro lato della cattedra me li chiede (perché ci interroga anche, lei lì, e ci dà pure i compiti!), io accodo alla radice del cardinale un suffisso tirato a caso. Sbaglio sempre, manco a dirlo.
La data non ve la so ancora dire, perché la settimana scorsa la profe ci ha minacciato di insegnarci i nomi dei mesi ma poi grazie al cielo si è scordata. Comunque, per dire le date si usano gli ordinali, e se per disgrazia vi capita di perdere la cognizione del tempo il tre, il quattro, il cinque o il sei del mese non contate su di me. L’ora la so dire, però perdo un po’ di tempo per fare i calcoli algebrici necessari, e quindi se avete fretta è meglio che chiediate a qualcun altro. In compenso, i giorni della settimana sono una delle mie specialità, con tanto di albero genealogico delle divinità nordiche da cui deriva il loro nome.

Ho imparato la versione danese della canzoncina con le lettere dell’alfabeto (prossimamente nei migliori ipod), e se volete vi posso fare pure lo spelling delle parole. Però bisogna che me lo chiediate in italiano, o al massimo in inglese, perché io come si dice in danese “puoi fare lo spelling?” non me lo ricordo mai, e quindi potrei non capire che cavolo volete da me.

Il mio quaderno di danese non ha nulla da invidiare ai miei quaderni di prima elementare: è pieno zeppo di frasi del tipo “mi chiamo Anna Chiara”, “sono italiana”, “qui a Copenhagen abito a Nørrebro”, “ho dimenticato a casa la matita mi puoi prestare la tua per favore?” e via dicendo. Spero di non dover scrivere mai “la mia mamma è molto bella”. Dovesse capitare, leggerete in qualche trafiletto minuscolo di un qualche giornale insulso di un’italiana che si è sparata in bocca a Copenhagen.

Durante ogni lezione quella che sta dall’altro lato della cattedra ci fa ascoltare un dialogo, e noi dopo il secondo ascolto consecutivo dovremmo saper dire se le affermazioni riportate sotto sono vere o false. Il condizionale è quanto mai d’obbligo, dato che io di quei dialoghi non capisco mai una fava. È anche vero che se i tizi che parlano non avessero sempre o quattro anni, o la bocca piena, o un forte accento di questa o quella regione, o non fossero intubati, o non stessero arando un campo con un trattore super rumoroso, magari io potrei anche comprendere qualcosa di quel che blaterano. Ieri, comunque, ho stupito tutti: sono stata l’unica a capire che era vero che la bicicletta della piccola Pernilla era punkteret. Questo perché gli altri non si erano accorti che in cima alla pagina c’era il disegno di una bici con un chiodo piantato in un copertone, e io mica lo sapevo che cavolo significasse punkteret, ma sono andata a intuito.

Un mio compagno di classe ha avuto la geniale idea di raccogliere tutti i nostri indirizzi email e di creare una mailing list, allo scopo di permettere a chiunque rimanga assente di informarsi su quanto è stato fatto e sui compiti assegnati. Idea geniale, ribadisco, perché detta ML è stata utilizzata fin da subito per organizzare le sbevazzate di gruppo.

L’altro giorno il tabaccaio quasi-sotto-casa ha cominciato ha parlarmi in danese, al che io gli ho risposto “i’m sorry, i don’t speak danish”. E lui, subito,

– hvor kommer du fra?
– jeg kommer fra Italien

Entusiasmato dalla mia uscita felice, ha ricominciato (come se avesse mai smesso…) a parlarmi in danese, e così la prossima volta ci penso due volte prima di fare la figa in giro.

In cima alla hit parade delle mie parole preferite campeggia incontrastata, dal primo giorno di lezione, selvfølgelig, che vuol dire ovviamente, naturalmente, e che si legge sefoulli. Al secondo posto, direi, chokoladekage, torta al cioccolato, che si pronuncia sciucoleelkel, o qualcosa di simile. Peccato che a me le torte al cioccolato non piacciano, ci sarebbe da divertirsi nel chiederne una fetta.

Infine, se andremo mai al bar assieme e vorrete che io ordini anche per voi, potrete scegliere tra tè (tazza o caraffa), caffè (tazza grande o piccola – ma tanto sempre brodaglia è), cappuccino, birra (in bottiglia o alla spina), vino (rosso o bianco), soda, acqua, un croissant, una fetta di torta al cioccolato o un panino (al pollo, al prosciutto o al formaggio). Altro non so dire.

Però saprò omaggiarvi con un perfetto tusind tak, grazie mille, nel caso offriate voi.

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Oggi sono andata a cercare Søren Aabye all’Assistens Kirkegård. E, come promesso, gli ho portato un mazzo di fiori.

Marco, missione compiuta.

Kierkegaard’s grave

Nel cercare di capire chi fosse l’altra gente sepolta con lui, sono letteralmente inciampata nella storia, a dir poco surreale, della sua famiglia.

La madre, tanto per cominciare. Ane Sørensdatter Lund (ovvero Ane figlia di Søren Lund) aveva due fratelli e tre sorelle, le quali si chiamavano Mette (la maggiore), Ane e Ane. Lei era l’ultima delle Ane, e in casa la chiamavano la piccola Ane per distinguerla dalle altre due. Ha fatto la serva in casa di uno dei fratelli, Lars Sørensen Lund (vale a dire Lars figlio di Søren Lund, e avete capito già com’è la storia del secondo nome), poi è passata a lavorare per Michael Pedersen Kierkeggard, il quale ha pensato bene di lasciar passare nove mesi dopo la morte della moglie (Kirstine Nielsdatter Røyen) prima di metterla incinta, e quindi sposarla. A dire il vero non è che morisse dalla voglia di sposarla, ma aveva le mani abbastanza legate. Di necessità, eccetera.
Søren Aabye era l’ultimo dei sette figli avuti dalla coppia (nell’ordine, Maren Kirstine, Nicoline Christine, Petrea Severine, Peter Christian, Søren Michael, Niels Andreas e, appunto, Søren Aabye); il padre, tra l’altro parecchio bigotto, era convinto che Dio ce l’avesse con lui per via dei suoi peccati, e che quindi per punizione i suoi figli non avrebbero superato i trentatrè anni. Søren Aabye e Michael Peter gli han fatto, come si suol dire, il gesto dell’ombrello e hanno superato la fatidica età di Cristo, anche se il filosofo, morto a quarantadue anni, è stato quasi doppiato dal fratello, passato a miglior vita alla veneranda età di ottantadue anni.

Søren Michael è morto a dodici anni per un’emorragia cerebrale conseguente all’aver sbattuto la testa contro quella di un compagno nel cortile della scuola.
Maren Kirstine è morta non si sa bene di cosa a ventiquattro anni, dopo quattordici anni di sofferenze; causa della morte: convulsioni.
Niels Andreas è morto negli Stati Uniti, anche lui a poco più di ventiquattro anni.
Petrea Severine, e detto tra noi una con un nome così è tanto se non si è suicidata da piccola, è morta poco dopo aver messo al mondo il suo quarto figlio (chiamato poi Peter Severin), all’età di – ma tu guarda! – trentatrè anni. Si è ammalata tre giorni dopo il parto e i medici han cominciato ad imbottirla di emetici perché temevano che, attenzione prego, il latte le andasse al cervello e la facesse impazzire; così facendo, le hanno garantito una morte agitata dalle convulsioni.
Nicoline Christine è morta pochi giorni dopo aver partorito un bambino nato morto. Allegria.

Søren Aabye, per non essere da meno, è morto dopo aver passato qualche mese in ospedale, “possibly from complications from a fall he had taken from a tree when he was a boy” (wikipedia). Il giorno del suo funerale, un nipote ha fatto una gran caciara dicendo che non lo si doveva seppellire in terra consacrata, viste le sue pubblicazioni. Alla fine l’han seppellito lo stesso all’Assistens, con buona pace del parente inviperito.

Una curiosità: la somiglianza tra Kierkegaard e kirkegaard, o kirkegård che dir si voglia (å si traslittera in aa), non è casuale; il nonno di
Søren Aabye possedeva due terreni nel villaggio di Sædding, nello Jutland, chiamati kirkegaard (letteralmente “cimitero”, come churchyard in inglese, ma qui intesi nel senso letterale di “terra della chiesa”) per via della vicinanza con una chiesa. Orgoglioso di questa sua proprietà, e spinto da un forte senso di appartenenza, decise di usare il nome di questi terreni come il suo cognome.

Ora io mi chiedo: ma una famiglia che fa di cognome “cimitero”, poteva avercela una storia felice?

[Fonti: Søren Kierkegaard: a biography, wikipedia]

Ah, quasi dimenticavo!, il titolo del post è lo stesso di un’opera di Søren (Aabye) Kierkegaard, Dalle carte di uno ancora in vita. Mi pareva appropriato, ecco.

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Mi dice good that you’re already here, so you can have a look at what we did on Monday.
Mi dice here’s your textbook.
Mi dice.
You can study the first chapter.
And learn to count to twenty.

Apro il libro, la prima frase è det er mandag morgen.
La seconda, klokken er kvart over ni, og første time i dansk for udlændinge begynder.
Andiamo bene.
Ora, dovete sapere che ai merluzzi gli fa immensamente, gigantemente e ciclopicamente schifo mettere una cacchio di mezza frase non in danese in un libro di grammatica danese. Sono patriottici, loro, che vogliamo farci.

Segno della croce, cominciamo la lezione.

Today we have two new students, dice; disegna un rettangolo alla lavagna e scrive

Mikal

– Is it right?

Mi guarda.

– Emm… no. My name’s Anna Chiara.
– Oh, Anna! I’m sorry, i thought that you were a girl.
– Actually i am a girl.
– Uh?
– Listen, i can assure you that i am a girl.

Tutti ridono, tranne lei.
Non è affatto facile fare una figura del piffero con i compagni di classe prima ancora di iniziare le lezioni: tanto di cappello, Chiara.

Blablablaqualcosa, seguito da otte.
Tutti immobili, concentrati, pronti all’attacco.
Blablablaqualcosa, seguito da otte.
Qualche espressione un poco dubbiosa, ma non rompiamo le righe.
Ci guarda schifata, capisce che blablablaqualcosa seguito da otte non ci dice proprio niente, a noi branco di capre ignoranti del merluzzese idioma, e traduce.

Go to page eight.

Ah, ma pensa te. E io che credevo parlasse del disboscamento della foresta amazzonica.

Numeri, at first. Entotrefirefemsekssyvottenitieccetera. Poi, aspetta, mica finito: al venti (tyve) giro di boa, dopo si dice uno-e-venti (enogtyve), due-e-venti (toogtyve), tre-e-venti (treogtyve) e così via.
Sessanta si dice tres, come tre-volte-venti (e qualche accidente, di striscio, colpisce pure il popolo di Francia), ottanta si dice firs, quattro-volte-venti. E poi, il bello: cinquanta e settanta, rispettivamente halvtreds e halvfjerds, ovvero tre-volte-venti-meno-dieci(cheèlametàdiventi) e quattro-volte-venti-meno-dieci(cheèlametàdiventi).
Capite la logica?, dice lei.

Logica?!

E mica per niente il buon Guglielmino l’ha fatto dire a un danese “c’è del metodo in questa pazzia”. Il più è trovarlo, questo metodo.

Poi ci fa ascoltare un dialogo, e pretende che rispondiamo anche a delle domande.
Primo ascolto.
Secondo ascolto.

Fa le domande. Aspetta le risposte.
Si risponde da sola.

Gentilmente ci spiega che il dialogo parla di questo tipa che si deve incontrare con l’amico Paul che parla tutte le lingue del globo terracqueo più qualche altro idioma di prossima invenzione, e che questo Paul abita ad amager (che si legge amàa e che è la zona di Copenhagen in cui si trova l’aeroporto) e si sposta solo in bici, non ho ben capito se è per via della sua danesità teo-con o perché non sa guidare, ma ho il sospetto che la cosa non fosse poi così rilevante, ai fini dell’esercizio.

Per la cronaca: per quel che avevo capito io, i due tizi avrebbero anche potuto parlare di una guerriglia urbana tra orsacchiotti di pezza equipaggiati con le armi chimiche mai trovate in Iraq e gli omini gialli dei lego a cavallo di temibilissimi draghi a pedali, armati di balestre arrugginite.

Detto questo, per la prossima lezione ho anche dei compiti. Il problema è che non sono sicura di aver capito cosa devo fare.

SMS di Ephram [19:57]: Com’è andata la lezione di merluzzese?
SMS di AnniKa [20:16]: Guarda, lasciamo stare. Altro che velo pietoso, ‘na trapunta ci vuole qui.

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Comunicazioni di servizio (brevi ma intense):

#1 alla danese che da ieri sera mi sbriciola le balle su skype: No, non ho la minima intenzione di fare sesso con i tuoi amici, nemmeno per divertimento. Piantala.

#2 al tizio che, tutti i santi giorni da qualche mese a questa parte, arriva su Strepitupido! cercando “la lavatrice non fa la centrifuga”: cambiala, quella cazzo di lavatrice.

#3 alla tipa che mi ha mandato una mail oggi pomeriggio: “se per caso possiedi il libro tal-dei-tali”… come ti viene in mente che io possa avere una grammatica danese, prima ancora di cominciare il corso?!?

#4 oggi mi hanno lasciata da sola in laboratorio a giocare con cento-e-passa mila euro di strumentazione. Per inciso, era il primo giorno che ci mettevo piede, in quel laboratorio. Detto questo, posso confessare quale e quanto piacere sadico si provi nel denudare le fibre ottiche e nell’infliggere loro atroci sofferenze mediante una punta di diamante.

#5 essere il fidanzato di una danese non deve essere facile, tutto sommato. La mia coinquilina stasera ha cenato a base di salsiccia, fagioli e cipolla. De gustibus.

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