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Posts Tagged ‘danish course’

dopo il corso di danese ufficiale e il corso di danese ufficioso (il collega dirimpettaio che m’insegna una parola nuova tutti i giorni), ci mancava solo il corso di danese diversamente ufficioso, col commesso del supermercato accanto a casa che mi dà lezioni di everyday danish tra un codice a barre e l’altro.

– donna, devi impararlo ‘sto benedetto danese.
– eh, la fai facile tu. mica son nata con un rospo in gola come voialtri, io.
– ‘spetta mo’ che t’insegno io.

proprio vero che gli uomini non ci accettano mai per quello che siamo.

comunque. ieri ho ricevuto due mail di complimenti per aver fatto funzionare uno strumento che ancora non ho nemmeno iniziato a costruire. non ho capito se fossero mail di incoraggiamento oppure una demo dell’amore incondizionato che l’umanità tiene in serbo per me, nascosto bene da qualche parte (molto bene). nel dubbio, mi son fatta i complimenti anch’io.

mi han mandato una presentazione da sistemare (aggiungere un po’ di folklore qua e là, sterminare le animazioni powerpoint, che sono un castigo divino, raddoppiare la dimensione del file scegliendo accuratamente immagini con risoluzione abnorme, e via dicendo), per una lezione che devo fare a degli studenti delle scuole superiori. ora, son davvero poche le cose che mi danno fastidio sul serio. oltre alle animazioni ppt, dico. mi dà fastidio, per esempio, il fatto che la rapa rossa sia uno degli alimenti alla base della cucina tradizionale danese. le catene di sant’antonio mi danno fastidio, specie se con annesso file ppt in cui un’ampia gamma di gatti e cani e altre bestie di piccola taglia pretende di ricordarmi che amico è bello o amore è per sempre (ah, no, però. aspetta: solo il vero amore è per sempre, altrimenti non è amore. ah, ecco. certo. un po’ come dire che il latte è finito solo quando il cartone è vuoto, altrimenti non è finito. ci voleva un gatto, per capirlo). il comic sans (aka volevo essere divertente, giovane, accattivante), a maggior ragione se il testo è colorato, mi dà un fastidio che la metà basta. il mondo non ha alcun bisogno del comic sans: è ora che se ne renda conto.

come se tutto questo non bastasse, un professore ha cercato di vendermi suo figlio. no, anzi: me lo regalava proprio.

– ma tu finito il dottorato vuoi rimanere in danimarca per sempre?
(grazie per la fiducia, uomo, ma temo che prima o poi mi toccherà stendere gli zampetti, come si suol dire)
– non lo so ancora cosa farò, dopo.
– no perché potresti anche conoscere un danese e innamorarti e non volertene più andare.
– …
– ci sono tanti danesi che meritano, e magari sono ancora giovani e non sono sposati.
(e poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata)
– …
– per esempio, mio figlio è un neuroscienziato che ha fatto il dottorato in california, mica una roba da niente, e io gli dico sempre che si deve trovare una donna e sposarsi, ma lui mica mi dà retta. non ne vuole proprio sapere.

il peggio è che il mio primo pensiero non è stato, bevi di meno. no, il mio primissimo pensiero è stato: almeno questo non è un ingegnere.
sopprimetemi.

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come la sottoscritta sia finita a posare per una foto ufficiale, sdraiata sul pavimento dello spogliatoio maschile del dipartimento e con la testa appoggiata su una lampada, è una di quelle domande che ho imparato a non farmi. un’altra è come sia possibile che, dopo anni e anni passati a evitare la chimica come fosse la peste bubbonica, io sia finita a lavorare in un progetto impregnato di chimica organica fino al midollo osseo.

comunque. ieri un danese ha cercato di convincermi che le torri di bologna sono quattro. mi sa che non ti ricordi bene, mi ha detto, io ci sono anche salito, su una delle quattro. era storta. ho tuttavia deciso di ignorare questa sua affermazione, avendolo precedentemente visto prendere a nomi lo schermo di un computer spento per un paio di minuti buono, perché non gli visualizzava niente. per inciso, quest’uomo sente la necessità di dar voce alla barra di avanzamento delle applicazioni windows, emettendo ogni volta versi non ben definibili (ma a volume crescente) fino al completamento dell’operazione. quando non sono impegnata a immaginare la sua testa che colpisce ripetutamente lo spigolo del tavolo, con tarantiniano spargimento di sangue, lo adoro.

non fosse altro, questi cinque mesi di ph.d. hanno finalmente chiarito il mio ruolo all’interno della società civile, eleggendomi a sbriga menate dell’ultimissimo minuto et scribacchina dell’inverosimile. pur nutrendo qualche serio dubbio sull’intelligenza del brevettare un’idea giustificata da numero zero risultati sperimentali — che è un po’ come cercare di vendere una casa su un pianeta superfico che non sappiamo ancora se esiste —, riconosco che essere del tutto inutile (alla società civile) poteva essere molto ma molto peggio.

(per la prima volta nella mia vita ho trovato un mio personalissimo posto nel mondo. se continuo a mangiare pane e maionese a questo ritmo, prevedo di quadruplicarlo entro breve tempo)

nel corso dell’ultimo mese, poi, ho appurato che se metti una fanatica di letteratura americana contemporanea a parlare di libri con uno statunitense, essa non troverà un solo libro, tra i suoi preferiti, che l’altro abbia anche solo sentito nominare. ah, un’altra cosa che ho imparato è che quando uno statunitense ti telefona e ti chiede what’s up?, la risposta esatta è: nothing. non escludo però che anche forty-two sia legalmente valida, magari la prossima volta provo e vedo che succede (douglas adams era britannico, in fondo. ho qualche speranza).

il corso di danese pare vada bene, almeno per quanto riguarda le uscite a elevato tasso alcoolico con i miei compagni di classe. la regola empirica è che dopo una birra si diventa più fluenti in inglese, dopo due viene abbastanza bene anche il danese, e se poi si fa il pari con un paio di mojito si può pure tentare la sorte con una terza lingua europea a scelta. in caso il secondo di questi mojito venga ingerito nel giro di quattro minuti — ecco il tuo mojito, cara cliente. ah, già che siam qui ti dico anche, cara cliente, che tra cinque minuti chiudiamo baracca e burattini e andiamo a dormire il sonno dei giusti, cosa che mi sento di raccomandarti caldamente, cara cliente, specie dopo che ti sarai trangugiata cotanto mojito in, fammi vedere, quattro minuti adesso. ti ringraziamo per la preferenza accordataci, torna presto a trovarci, adieu —, a distanza di minuti quindici dal precedente, non c’è lingua dell’universo conosciuto che non si riesca a padroneggiare con abilità.
e comunque, no, quella che parlava con un cane non ero io.

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la figlia illegittima di star trek è impanicata persa perché y. le ha detto che il suo pc fa rumore per via dello sporco che c’è dentro, anche se in realtà lei ha capito che il problema è che il computer è lento, per via dello sporco che c’è dentro. ora, il computer non è né lento né rumoroso (né tantomeno sporco), però attualmente convivo con due donne intenzionate a pulirlo con l’aspirapolvere. questo per farvi un sunto veloce dell’aria che tira alla casa sul lago. un sunto un po’ meno veloce prevedrebbe la mia entrata in scena in quanto ripara-menate-informatiche di fiducia (altrimenti detta “colei che conosce posti nel computer che io mai avrei immaginato”, laddove il task manager è uno dei sopracitati posti del computer) alle prese con un dizionario, un sistema operativo in danese e una coinquilina/padrona di casa (la figlia illegittima di star trek, appunto) che manda mail a se stessa, ma siccome a natale non manca poi molto (qua piove da due settimane, dev’essere come minimo novembre) per questa volta sarò buona e ve lo risparmierò.

al lavoro, anche, tutto bene. la settimana con gli studenti delle scuole superiori è filata via liscia come l’olio, perlomeno se si escludono lo svenimento di uno dei ragazzi durante una delle esperienze di laboratorio, il fallimento totale della stessa e il fatto che per cinque giorni tutti attorno a me abbiano parlato solo ed esclusivamente danese (con me, pure, e a questo punto comincio ad avere dei seri dubbi sull’efficacia della mia famosa espressione da “sono certa che quello che mi stai dicendo è tutto estremamente interessante, peccato solo che io non stia capendo un’emerita fava”). però almeno ho evitato la foto di gruppo, e poi una sera siamo andati al parco divertimenti tutti assieme, e sono anche salita — incredibile ma vero! — su una di quelle giostre paurosissime in cui ti rendi conto che se l’essere umano è fatto per stare con la testa su e i piedi giù, be’, probabilmente esiste un motivo valido. passerà alla storia il mega spavento preso da me, collega e capo sulla giostra dei bambini (tipo castello dell’orrore, con finti mostri che sbucano fuori da tutte le parti, insomma), mentre appunto i bambini (quelli veri) ci guardavano con commiserazione.

siccome poi non sono del tutto sana di mente — tell me something i didn’t know already — ho accettato di correre la dhl, vale a dire una staffetta 5×5 da disputarsi all’inizio di settembre. in attesa di trovare un’anima pia disposta a spararmi in fronte al terzo chilometro, ponendo così fine al mio dolore e alle mie atroci sofferenze, mi alleno con i colleghi, che sono praticamente tutti uomini e che quindi corrono come neanche speedy gonzales ai tempi d’oro, e questo spiega perché a fine allenamento (quando sono arrivata anch’io, cioè, e loro han già fatto anche la doccia) io non sia più in grado d’intendere, né tantomeno di volere alcunché. il trucco per andare veloce, comunque, è renderti conto che sta per piovere e che hai lasciato a casa l’asciugacapelli (us women, we’re all so, uh-uh, barbieinside).

ad agosto riprendo le lezioni di danese, con un’insegnante che quando la segretaria della scuola di lingue mi ha detto come si chiama, nome e cognome, io ho capito solo gt. tutto attaccato. cominciamo bene. un collega, d’altro canto, s’è messo in testa che vuole imparare l’italiano, e in macchina tiene un audiocorso che gli insegna a dare del lei a chiunque. inevitabile, quando si presenta in ufficio da me all’ora di pranzo (dopo la triplice bussata con triplice ripetizione del mio nome, alla sheldon cooper) e chiede, lei vorrebbe mangiare?, che io mi guardi attorno e gli risponda, lei chi?

studiare ottica, ho scoperto, toglie un po’ di poesia alla vita. è che gli arcobaleni, per esempio, o anche i miraggi nel deserto, sono cose magiche che in fondo non lo vuoi davvero sapere, com’è che nascono, e anche il colore del cielo all’alba o al tramonto, o il fatto che se metti una cannuccia nell’acqua (o un piede nel mare) ti sembra che sia interrotta, spezzata in due, be’, son cose che quando le guardi preferiresti di gran lunga rimanere con la bocca aperta e la faccia da idiota, piuttosto che farti venire in mente delle equazioni differenziali. l’ingegneria lavora dentro di te, mi disse una volta un docente. è vero, porca miseria, e infatti da qualche mese a questa parte anche la copertina di the dark side of the moon non è più la stessa.

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Il velo pietoso ha lasciato il posto alla trapunta pietosa: è ufficiale.

Io non ho votato, quest’anno.
Avrei voluto, adesso più che due anni fa, lo ammetto.
Non ho potuto, perché cinque mesi all’estero sono oggettivamente meno di sei mesi all’estero, e per chiedere di votare non sono sufficienti.
Potevo tornare, è vero, ma aggiungere al danno probabile la beffa – economicamente parecchio onerosa – del biglietto aereo mi pareva troppo.

Ha tutta la ragione del mondo, Fra, quando mi fa notare che chi sta all’estero da decine di anni e in Italia, se è un minimo furbo, non ci metterà mai più piede, può scegliere sotto a quale culo mettere la poltrona, mentre invece io che torno in patria tra quindici giorni e, almeno sulla carta, potrei restarci per il resto della mia esistenza, non posso esprimere la mia preferenza.
Dura lex, al solito, e così sia.

Are you dead or are you sleepin’?
God, I sure hope you are dead.

[Modest Mouse, Satin in a coffin]

Se non altro, oggi ho passato lo scritto di danese.

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Girata l’ultima pagina del libro di testo di danese, l’insegnante se l’è ripreso.

– E l’esame, scusa? Non possiamo tenerlo fino all’esame?
– Certo che no. Vorresti forse dirmi che fino a qui non avete studiato?

[nove persone abbassano di colpo lo sguardo, fingendo di fare altro]

E ci ha schiaffato davanti al naso un nuovo mattone.

Mai successo di voler studiare per un esame e non poterlo fare.
Per fortuna che il danese è una lingua facile.

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Il lato umano di quella che sta dall’altra parte della cattedra: svestiti i panni da arbeit-macht-frei, eccola immedesimarsi nella perfetta mamma-per-amica. Anche i merluzzi hanno un cuore.

Anche quelli che insegnano il merluzzese idioma, dico.

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vi posso dire che procede a gonfie vele, sul serio.

Quella che sta dall’altro lato della cattedra e che parla quasi esclusivamente danese (non si sa bene con chi parli, ma forse ha degli amici immaginari che la accompagnano a lezione) non sembra più così antipatica, anche se ieri ha cercato di convincermi che lo scambio di battute

– Ehi, Jytte, non sono tuoi questi guanti?
– Oh sì, per Søren!

è un esempio di eufemismo. Dove stia, questo eufemismo, io proprio non lo capisco. Però, dicevo, lei lì sorride anche, alle volte.

In tre settimane ho capito quale accezione diano i Merluzzi all’aggettivo intensivo posto a seguito della parola corso nei depliant informativi: sei lezioni, e siamo praticamente a metà del libro.

Ad ora sono in grado di contare fino a novemilanovecentonovantanove, e vi posso assicurare che da zero a venti sono una scheggia; sto cercando di imparare anche gli ordinali, ma ho qualche problema con terzo, quarto, quinto e sesto, e ancora quando quella che sta dall’altro lato della cattedra me li chiede (perché ci interroga anche, lei lì, e ci dà pure i compiti!), io accodo alla radice del cardinale un suffisso tirato a caso. Sbaglio sempre, manco a dirlo.
La data non ve la so ancora dire, perché la settimana scorsa la profe ci ha minacciato di insegnarci i nomi dei mesi ma poi grazie al cielo si è scordata. Comunque, per dire le date si usano gli ordinali, e se per disgrazia vi capita di perdere la cognizione del tempo il tre, il quattro, il cinque o il sei del mese non contate su di me. L’ora la so dire, però perdo un po’ di tempo per fare i calcoli algebrici necessari, e quindi se avete fretta è meglio che chiediate a qualcun altro. In compenso, i giorni della settimana sono una delle mie specialità, con tanto di albero genealogico delle divinità nordiche da cui deriva il loro nome.

Ho imparato la versione danese della canzoncina con le lettere dell’alfabeto (prossimamente nei migliori ipod), e se volete vi posso fare pure lo spelling delle parole. Però bisogna che me lo chiediate in italiano, o al massimo in inglese, perché io come si dice in danese “puoi fare lo spelling?” non me lo ricordo mai, e quindi potrei non capire che cavolo volete da me.

Il mio quaderno di danese non ha nulla da invidiare ai miei quaderni di prima elementare: è pieno zeppo di frasi del tipo “mi chiamo Anna Chiara”, “sono italiana”, “qui a Copenhagen abito a Nørrebro”, “ho dimenticato a casa la matita mi puoi prestare la tua per favore?” e via dicendo. Spero di non dover scrivere mai “la mia mamma è molto bella”. Dovesse capitare, leggerete in qualche trafiletto minuscolo di un qualche giornale insulso di un’italiana che si è sparata in bocca a Copenhagen.

Durante ogni lezione quella che sta dall’altro lato della cattedra ci fa ascoltare un dialogo, e noi dopo il secondo ascolto consecutivo dovremmo saper dire se le affermazioni riportate sotto sono vere o false. Il condizionale è quanto mai d’obbligo, dato che io di quei dialoghi non capisco mai una fava. È anche vero che se i tizi che parlano non avessero sempre o quattro anni, o la bocca piena, o un forte accento di questa o quella regione, o non fossero intubati, o non stessero arando un campo con un trattore super rumoroso, magari io potrei anche comprendere qualcosa di quel che blaterano. Ieri, comunque, ho stupito tutti: sono stata l’unica a capire che era vero che la bicicletta della piccola Pernilla era punkteret. Questo perché gli altri non si erano accorti che in cima alla pagina c’era il disegno di una bici con un chiodo piantato in un copertone, e io mica lo sapevo che cavolo significasse punkteret, ma sono andata a intuito.

Un mio compagno di classe ha avuto la geniale idea di raccogliere tutti i nostri indirizzi email e di creare una mailing list, allo scopo di permettere a chiunque rimanga assente di informarsi su quanto è stato fatto e sui compiti assegnati. Idea geniale, ribadisco, perché detta ML è stata utilizzata fin da subito per organizzare le sbevazzate di gruppo.

L’altro giorno il tabaccaio quasi-sotto-casa ha cominciato ha parlarmi in danese, al che io gli ho risposto “i’m sorry, i don’t speak danish”. E lui, subito,

– hvor kommer du fra?
– jeg kommer fra Italien

Entusiasmato dalla mia uscita felice, ha ricominciato (come se avesse mai smesso…) a parlarmi in danese, e così la prossima volta ci penso due volte prima di fare la figa in giro.

In cima alla hit parade delle mie parole preferite campeggia incontrastata, dal primo giorno di lezione, selvfølgelig, che vuol dire ovviamente, naturalmente, e che si legge sefoulli. Al secondo posto, direi, chokoladekage, torta al cioccolato, che si pronuncia sciucoleelkel, o qualcosa di simile. Peccato che a me le torte al cioccolato non piacciano, ci sarebbe da divertirsi nel chiederne una fetta.

Infine, se andremo mai al bar assieme e vorrete che io ordini anche per voi, potrete scegliere tra tè (tazza o caraffa), caffè (tazza grande o piccola – ma tanto sempre brodaglia è), cappuccino, birra (in bottiglia o alla spina), vino (rosso o bianco), soda, acqua, un croissant, una fetta di torta al cioccolato o un panino (al pollo, al prosciutto o al formaggio). Altro non so dire.

Però saprò omaggiarvi con un perfetto tusind tak, grazie mille, nel caso offriate voi.

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