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Archive for dicembre 2006

Adesso, ditemi voi se una persona può tornare a casa alle quattroequaranta del mattino, stanca morta e pure un bel po’ rincoglionita, entrare in casa e trovare sul tavolo un settimanale inutile, casualmente* aperto su questa pagina:

immagine_pubblicitaria

È una persecuzione.

I numeri di LOST.

Ora sarei curiosa di sapere se quello che compare nella foto è esattamente l’ordine con cui vengono estratti nella serie, che ci starebbe anche, visto che la domandina è inerente alle estrazioni della lotteria. Controllerò.

(*Il casualmente è d’obbligo: i parents non hanno la più pallida idea di cosa sia LOST, e dubito che siano rimasti impressionati dalla bellezza della pubblicità a tal punto da lasciare aperto il giornale alla sopracitata pagina, per farmela vedere al mio rientro)

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Voi non lo sapete ma io, in realtà, sono Thom Yorke.

Scrivo i testi delle canzoni e, quando capita dalle mie parti, gli do anche qualche lezioncina di canto.

(Ovviamente sto scherzando. Però queste son soddisfazioni, mio caro Timo.)

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Prima premessa:

Architettonicamente parlando, la facoltà di Ingegneria di Bologna sembra un incrocio mal riuscito tra un ospedale psichiatrico e un carcere.
Nonostante la recente introduzione di una fontana e di qualche ciuffo d’erba e la costruzione del bagno delle donne al secondo piano (nel rigoroso rispetto della legge non scritta che prevede che l’area adibita al più grande bagno delle donne non possa e non debba superare la metà dell’area adibita al più piccolo bagno degli uomini), continua a non essere un bel posto in cui passare la maggior parte del proprio tempo.

Seconda premessa:
Matematica applicata è il nome tutto sommato elegante dietro al quale si nasconde una (parecchio) brutta e inaffrontabile materia, ovvero lo studio della probabilità.

Aneddoto:

Bologna, secondo anno di Ingegneria.
Sollevazione generale della (poco numerosa ma molto agguerrita) componente femminile dell’aula in seguito alle ingiuriose dichiarazioni del docente di matematica applicata; costui sosteneva infatti che il verificarsi dell’evento “donna” altro non era che il non verificarsi dell’evento “uomo”, vale a dire il verificarsi dell’evento “uomo negato”.

Uomo negato a chi, scusa?

Già che devo passare lì dentro buona parte della mia giovinezza (me misera, me tapina), già che il solo pensare di chiudermi dentro quell’edificio mi angoscia, mi dai anche dell’uomo negato?

Ora, ieri sera mi han detto che ragiono come un uomo (già il fatto che io ragioni, mi han detto, è piuttosto strano per una ragazza)… ma io che ho fatto di male?!
😛

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Finisco di leggere Q e riprendo in mano il mio vecchio libro di storia, per capire quanto di vero c’è nel romanzo.

Leggo:
“Il padre lo avrebbe voluto giurista, ma altra era l’inclinazione di Martin. Pio, incline alla meditazione, scrupoloso nei costumi, si sentiva attratto dagli studi teologici e dalla vita religiosa. Un giorno, di ritorno da una visita alla famiglia, lo sorprese un temporale e poco mancò che fosse colpito da un fulmine. Fece allora voto, come se avesse ricevuto un ammmonimento divino, di farsi monaco.
(…)
Lutero fu un monaco in ogni senso esemplare e cercò di meritarsi la misericordia divina sottoponendosi a intensi esercizi ascetici. Ma la sua sensibilità, forse anche esasperata dai digiuni e dalle penitenze, si acquietava solo parzialmente nella pratica dei sacramenti e delle devozioni. Egli avrebbe voluto sentire e sperimentare la serenità del santo e, invece, esaminandosi, non riusciva a raggiungere la persuasione di essere degno di grazia.”
(Da “Lezioni di storia”, vol.1, a cura di Francesco Traniello, ed. SEI)

Ma cos’è, un servizio di STUDIO APERTO questo?
Voglio dire, macchiccavolosenefrega dei complessi esistenziali di Martin Lutero?! Ci manca solo l’intervista alla madre in lacrime, e quella alla vicina che dice che “In fondo, il piccolo Martino è sempre stato un bravo ragazzino e non si capisce proprio perché voglia dare al padre un siffatto dispiacere” (e un qualche animale abbandonato a fare da cornice al tutto).

E io che mi chiedo anche perché non ho mai studiato la storia per il verso, quando avrei dovuto, e perché adesso sono un’ignorante in materia. Forse non era la storia in sé, il vero problema, quanto piuttosto il libro di testo… è un’ipotesi interessante, devo ammetterlo.

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Tranquillità.
Il mio computer, un po’ di musica nuova da ascoltare; qualche bicchiere di buon vino rosso in pancia: quel che resta dell’aperitivo.
Tempo per leggere, per scrivere, nessun impegno di nessun tipo.
Buon Natale, pianeta terra. Il primo, da un po’ di tempo a questa parte, a mia totale e completa disposizione.
Il primo, da che mi ricordo, che mi trova così forte, determinata, serena.

Sono sopravvissuta a tanti temporali, a tante scivolate, a tante piccole morti silenziose, molte volte ho parlato a sproposito, molte di più mi sono morsa la lingua; ho abbassato lo sguardo quando avrei dovuto camminare a testa alta, ho creduto di essere forte all’apice della mia debolezza; ho annullato me stessa in un abbraccio, ritrovandomi dentro solitudini che pensavo incurabili.
Ho pianto, tanto.

A quante lacrime si sopravvive? Tante, veramente tante.

Sono ancora qui, adesso, lontana anni luce dalla persona che pensavo, speravo, sognavo di diventare anni fa, quanto mai lontana da quella briciola di perfezione assoluta che avrei voluto essere, eppure sono serena.
Eppure sono decisa, entusiasta, combattiva, eppure sono ottimista, allegra, soddisfatta.

Buon Natale, pianeta terra. Un altro giorno, un’altra possibilità: altri errori, altri silenzi sbagliati, altre parole a sproposito; altri sorrisi, dati e ricevuti, altro calore da scambiare con altre persone. Altre emozioni, forse altre tristezze, altre speranze, altri sogni.
Non vedo l’ora di cominciare.

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Il viaggio è relativamente breve: Bologna-Faenza, quarantacinque minuti scarsi; un interregionale chiamato, non si sa per quale motivo, regionale veloce.
La donna di fronte a me ripone in borsa il giornaletto con gli schemi del sudoku e comincia a parlare: non aspettava altro.
Spettinata e con la ricrescita, smalto rovinato, abbigliamento piuttosto tamarro che sottolinea i suoi ormai sessant’anni con la matita del ridicolo, occhiali troppo grandi.
Rimetto in borsa il mio libro, e in fondo fare un po’ di conversazione non mi dispiace.

Non so perché le persone, quando sorridono, diventano bellissime.

Ci sono sorrisi che riscaldano, sorrisi che cancellano quanto di antiestetico, di ridicolo, di grottesco c’è in un essere umano.

Sono scesa dal treno sentendomi serena.

PS
Bago, faccio un sacco di modifiche ai post così quel figo del tuo programma si passa un po’ il tempo…
😛

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dalle feste, dopo un’intera giornata passata in giro per spese varie.

Per fortuna tra un’oretta si comincia a bere.

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Caro Babbo Natale,
ti scrivo giusto qualche appunto rapido, che immagino tu stia facendo spese, in questi giorni, e non vorrei che che tu ti dimenticassi qualcosa di importante (fai tanto il giovanottone gaudente ma sai meglio di me che hai una bella età).
E non provare nemmeno a dire che questa lettera ti arriva fuori tempo massimo: non sono come te, io, non lavoro mica un solo giorno all’anno; ho avuto da fare, punto.
Allora, se sei d’accordo sorvolerei sulla questione pace nel mondo, che tanto è inclusa nell’appendice A (“Cose che sono moralmente obbligata a desiderare anche se è un po’ che non porto la mia morale a fare il tagliando”) e passerei direttamente ai punti salienti.
Hai tutto il prossimo anno di tempo, sia chiaro, non è fondamentale che tu mi faccia trovare tutto sotto l’albero la mattina del venticinque, anche perché tanto, per l’ora in cui mi alzerò io, mia nipote avrà già tirato giù tutto l’inimmaginabile, facendo una frittata dei pacchettini e pacchettucci vari.

Sarò breve: vorrei

  1. che Thom Yorke suonasse alla mia porta;
  2. essere in casa, quando Thom Yorke suonerà alla mia porta;
  3. essere presentabile, quando Thom Yorke suonerà alla mia porta e io sarò in casa (tipo: niente avanzi di cibo tra i denti, per dirne una);
  4. dirgli che lo amo, anche se è l’uomo più storto che abbia mai visto (testuali parole), e che farei volentieri l’amore con lui, se non ha altri impegni per la serata;
  5. che non mi ridesse in faccia ma che, anzi, mi dicesse, che è venuto proprio per quello;

Come, scusa? Ah, dici niente miracoli?! Capisco. Ma proprio non… Neanche se… Ma forse puoi… ah, niente?! niente di niente. Perfetto. Sì, sì, ho capito, ho capito: non sei tu che ti occupi di questo, dei miracoli se ne occupa il signor Gesù Bambino nell’ufficio a fianco. COOOSA?!? Dici che il sesso prima del matrimonio non me lo passano proprio? Cacchio però, almeno a Natale si potrebbe chiudere un occhio… vabbé, gli farò pervenire una versione censurata della richiesta, uno di questi giorni. Ma tu mettici una buona parola, mi raccomando.

  1. Copenhagen; ovvero, vincere la borsa di studio che mi farebbe partire per la capitale Danese. In alternativa, sull’Erasmus a Nizza non ci sputo, comunque;
  2. imparare un’altra lingua: puoi scegliere, Babbino, tra il francese (utile se vado a Nizza) e lo spagnolo (che prima o poi imparerò comunque) o, eventualmente, il danese (secondo te perché?);
  3. LOST: la terza serie (completa, in qualsiasi lingua va bene);
  4. L’ultimo libro di Harry Potter;

UPDATE:
Carissimo babbino, e se il mio cellulare lo facessimo arrivare fino alla laurea? Che ne dici?
Prometto che non ci metto troppo, davvero, ma tu fai qualcosa, per favore, che non ne posso più di sacrificare le mie misere esigenze di utente mobile alla sua bieca perversa volontà.

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Capita mai di rimandare un sacco di cose alle cosiddette “vacanze di Natale”? A me sì, tutti gli anni. E tutti gli anni arrivo al cinque di gennaio che ho fatto meno della metà delle cose che avevo programmato di fare.
Sì, perché, nonostante il nome (ereditato dalla mia carriera scolastica pre-universitaria), grandi vacanze queste proprio non lo sono.
Ormai dovrei avere imparato, e invece.

Ricominciare a scrivere.
Leggere più di quanto non stia facendo ora (cioè, molto poco).
Riprendere in mano Thinking in Java, ricominciando (miseramente) da pagina 1.
Cominciare a documentarmi sulle fibre a cristallo fotonico.
Farmi un’idea sul perché Linux funziona davvero, anche in mano a me.
Preparare due esami, senza mai dimenticare che Copenhagen richiede un’ottima media.

Saranno belle “vacanze”:
tanta fortuna.

Ice age coming
ice age coming

(radiohead, idioteque)

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cose con leggerezza; non che non le si pensi, intendiamoci, è solo che non sono preventivate.

Quando un amico mi ha detto, parlando di non ricordo nemmeno cosa,
“…è da evitare come il peccato…”
ho risposto, d’istinto
“Che strano, io non l’avrei detto”

“Cosa, scusa?!”
“Ho detto che è strano, che io non l’avrei detto. Da evitare come il peccato, intendo. Avrei detto, chessò, da evitare come la peste, non come il peccato”
“schifosa peccatrice”

Rideva, obviously. Non frequento persone bigotte, sia chiaro.

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