Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2008

devo dire che fa sempre molto piacere, dopo undici ore nette di lavoro (di cui almeno nove e tre quarti passate in laboratorio) e dopo essermi quasi fritta un occhio con un laser, tornare in ufficio e scoprire che un tizio che ha il PC dall’altra parte della stanza (e ci sono venti scrivanie, nella suddetta stanza) ha cambiato la mia tastiera con la sua perché, dice, io quando scrivo faccio troppo rumore.

Read Full Post »

C’è questo libercolo che dobbiamo leggere per l’esame, che per fortuna ha poche pagine ed è scritto con un font che, in confronto, l’ottotipo è nanotecnologia, che parla di questo bambino, che si chiama Bo, che una bella mattina va a svegliare i genitori urlando

buongiornobuongiornomangiamochehofame,

e il padre, che si chiama Ole, gli dice di star buonino un secondo che adesso esce e va a comprare il pane e il latte.

[io poi vorrei capire perché diamine ‘sti danesi non siano capaci di comprarsela il giorno prima, la colazione, e debbano sempre, la mattina, uscire a prendere il pane e il latte. Ma di questo ne parleremo poi un’altra volta. O anche no]

Allora Bo dice che ci va lui, a comprare il pane e il latte, ma la mamma, che si chiama non mi ricordo come, non vuole perché Bo ha solo sei anni ed è troppo piccolo per affrontare da solo questo luogo di indicibile perdizione che è il panettiere. Però il babbo, che di base non vede l’ora di togliersi dal mezzo il pargolo per fare sesso con la moglie, comincia a dire che no, non è troppo piccolo, che ci può andare, che il panettiere non è così lontano, e gli schiaffa in mano venti corone.

Allora Bo esce, felice come una Pasqua, e la scena però non si sposta dalla camera da letto dei genitori, dove la mamma regala al pubblico la sua migliore interpretazione del ruolo di madre e comincia a chiedersi se non si perderà, se si ricorderà cosa deve prendere, se s’è coperto abbastanza che poi prende freddo e s’ammala.

[incompetente: mia madre avrebbe saputo fare di meglio, aggiungendo anche un “ma non me la stupreranno?!” che le sarebbe valso l’Oscar]

A Ole non gli par vero: donna-da-consolare uguale donna-vulnerabile, e non c’è nemmeno il nanerottolo in giro. “Ma vieni qui”, “ma dammi un bacio”, “vedrai che andrà tutto bene”, “poteva andare peggio poteva piovere”, e cose del genere. Insomma, la butta sul sesso.
Solo che lei, perso definitivamente l’Oscar come migliore madre protagonista, si lancia alla conquista di quello per la migliore donna protagonista; si irrigidisce e comincia a dirgli che è un insensibile, che così facendo calpesta la sua sensibilità di madre e di moglie, che il loro bambino è fuori già da dieci minuti, dieci minuti e un secondo, dieci minuti e due secondi, dieci minuti e tre secondi, dieci minuti e. Al che, a lui gli girano anche un po’ le balle, e in effetti, pensateci, ‘sto povero cristo è a digiuno, col figlio che non si sa bene quando e se torna – però è certo che se torna come minimo lo costringe a guardare i barbapapà per la duecentotrentanovesima volta -, e con la moglie in camicia da notte, e quindi in teoria già pronta per l’uso, che non s’è ancora lamentata per il mal di testa, e nonostante questa congiuntura astrale estremamente propizia, lei decide di sentirsi ferita nella sua dignità di madre e moglie, e quindi non gliela dà lo stesso. Capitelo.

Ecco, il pezzo che abbiam letto in classe finiva qui. Ma già si intuisce già che questo è un Bildungsroman, a tratti una feroce denuncia sociale.

La storia di questo povero bambino, costretto a soli sei anni a farsi carico di una famiglia che non è capace di assicurargli nemmeno un po’ di latte caldo alla mattina, che esce al freddo e al gelo, con la giacchetta leggera e in tasca solo venti, misere, corone (che, credete a me, per riuscire a comprare pane e latte con venti corone ci vuole il PhD in economia e commercio, qui), e comincia a vagare in direzione di un panettiere che chissà quanto dista dalla sua casa, povera anima in pena. Sicuramente, lungo la via, spenderà i suoi pochi soldi per comprarsi un pezzetto di cioccolata, che a casa sua ne ha vista poca, cioccolata che poi non mangerà perché si sentirà dannatamente in colpa per aver speso i soldi del padre e per non aver comprato la colazione, e quindi la vergogna lo porterà a decidere di non tornare mai più a casa, e quella prima notte da senzatetto la passerà su una panchina in un parco, tremando nella sua giacchetta leggera. In capo a una decina d’anni sarà diventato un eroinomane, avrà offerto più volte il suo giovane corpo, ma sempre per denaro e mai per desiderio, alla locale confraternita dei pedofili anonimi e sarà diventato lui stesso uno sfruttatore della prostituzione (altrui). Poi, quando gli introiti saranno finalmente cospicui, comprerà un vecchio frutta e verdura schiacciato dalla grande distribuzione e lo trasformerà in un night, e il mercoledì accorreranno numerosi i clienti da tutta la Zelanda, per vedere le sue lapdancer all’opera.
Tenterà il suicidio tre volte, ma le prime due con poca convinzione, metterà incinta una tossica che comunque morirà di overdose prima di portare a termine la gravidanza, e poi, a quarantaquattro anni, cadendo da una Harley Davidson che costa una barca di soldi (ri)troverà Dio, venderà quindi baracca e burattini e regalerà il denaro alle suore laiche di una missione in Eritrea (non prima di aver pagato profumatamente il silenzio della sorella della tossica, tossica anch’essa, che a suo tempo lo ha visto passare alla compagna di allora, nonché madre di suo figlio, la dose letale) che gli dedicheranno per questo una scuola elementare e un pozzo, e si dedicherà poi alla vendita porta a porta di corone del rosario i cui grani sono biglie colorate con dentro le foto dei ciclisti – segno inconfutabile che Dio lo si può trovare anche nelle piccole cose – e statue della Madonna che quando le si agita si smuove la grandine. Poi, un bel giorno, un uomo a cui sta cercando di vendere il suo campionario di zavagli, riconoscerà in lui quel lieve difetto di pronuncia della lettera å, e senza lasciargli finire la frase, gli pianterà un ombrello in un occhio, uccidendolo sul colpo.

E aggiungerà, rimettendo a posto l’ombrello sporco di sangue, umor vitreo e materia grigia, “e non me l’ha più data, da quel giorno”.

Una storia drammatica, insomma (e ho il sospetto che la morale sia “donna, dagliela, oppure tuo figlio muore”).

Read Full Post »

[]

Come nasca un’amicizia, io davvero non lo so capire. Ti ci trovi dentro, alle amicizie, non è che devi fare qualcosa di speciale, premere l’interruttore o girare la chiave o sparare un colpo in aria. Un bel giorno sei felice o sei triste oppure ti viene l’idea di organizzare un brunch o di ordinare thai, e ce l’hai già in testa, quel nome da chiamare, e non è che puoi spiegarne il perché, ma, diamine, è proprio necessario trovare una spiegazione per tutto? Io che quando mi alzo alle sette e trenta del mattino, alle otto mi son già successe tante di quelle cose che non so spiegare, che se dovessi stare a giustificarle tutte impazzirei nel giro di quattro secondi. Io che con le amicizie non sono mai stata brava. No, sul serio, devo avere un qualche difetto di fabbricazione, magari sono nata fallata; a volte mi sembra che le persone che ho attorno si rifiutino di vedere tutto quello che sono. Oddio, non è che ci sia poi tutta questa roba da vedere, era solo per dire che mi sento un pochino mutilata, alle volte, quasi come se mi avessero amputato, non so, un piede e poi stessero lì a guardarmi, meravigliandosi del fatto che io non stia improvvisando un balletto. E io in realtà ci provo anche, eh, ad azzardare qualche passo di danza, ma poi perdo l’equilibrio e faccio la figura dell’idiota. Cosa che mi riesce sempre e comunque divinamente, just for the record.

Però adesso io ti guardo e mi vedo riflessa, dentro di te, e non mi era mai capitato prima, e vorrei davvero essermi accorta dell’istante in cui uno dei due ha realizzato che ci assomigliamo così tanto, dell’istante in cui il tuo nome è diventato uno di quelli da chiamare senza dover dare spiegazioni a nessuno, ma ho guardato nelle mie tasche e non ce l’ho, questo istante, devo averlo perso, o forse non l’ho notato, mentre passava. E così eccoti qui, un’altra amicizia che non saprei dire quando è stata innescata, o da chi, ma ancora oggi se ripenso a come sei inciampato nella mia vita, quel giorno, mi viene da ridere. Santo cielo, i gatti di polvere. I gatti di polvere. E dire che, disgraziata!, non so nemmeno quand’è il tuo compleanno. Non so cosa mi rassicuri sul fatto che non sparirai, anche tu, come altri amici che un giorno ci sono e quello dopo ti accorgi che qualcosa non è più quel che era, quello a cui ti eri abituata, e non sapresti dire in quale momento esatto han messo un piede fuori dalla tua esistenza, e addirittura alcune volte realizzi che non ci sono più quando si son già chiusi la porta alle spalle. E non è che puoi fare molto, lo sai che le cose vanno e vengono, e comunque difficilmente tornano.

Forse le tue mail a cuore aperto, a interrompere la notte, forse invece è la fiducia, come l’hai chiamata tu, e chissenefrega se non è razionale, o se l’intensità è diversa, nelle due direzioni.

Però insomma, io questa risposta te la dovevo, e in realtà mi sa che non ti ho ancora detto la cosa principale, che poi sarebbe un banale grazie, ma che viene dal mio piccolo cuoricino stropicciato che ogni tanto s’ingolfa e che di solito cigola pure parecchio, però poi tu lo sai che quando si mette d’impegno ci dà dentro come un forsennato, quel bischero.

E comunque, sì, avevi ragione tu: non era equo, lo scambio.

Read Full Post »

and left me so half-hearted
cuz i felt it so half-assed

[Ani Difranco, half-assed]

È quel senso di vertigine che ti prende quando, a metà di una salita piuttosto ripida, ti volti indietro e vedi che il mondo, piccolo e lontano, non ti fa più nessun effetto. Sei ancora ben lontana dalla cima, e lo sai, e la stanchezza ti piega le ginocchia, e quando chiudi gli occhi ti chiedi se non sia il caso di rimanere ferma lì ancora per qualche minuto, ancora per mezzora, ancora per tutto il resto della tua vita.

Ho una direzione da seguire. Sono, per la prima volta, dove voglio essere.

Di sfuggita, mi accorgo di essere diventata, di essere stata, di non essere già più molte donne che per anni ho creduto di voler essere, che per anni, o forse solo per qualche giorno, mi hanno vissuto addosso. Scivolate via, finite chissà dove.

A nessuno ho chiesto il permesso per scegliere questa direzione. Soprattutto, non l’ho chiesto a chi una propria strada non l’ha mai cercata, a chi ha semplicemente continuato a percorrere quella che si è trovato sotto i piedi.

E oggi ho riso come non facevo da tanto, tanto tempo.

Read Full Post »

soundtrack

È che lei è sempre la stessa, quella che se anche ha i capelli un po’ più lunghi, oppure più corti, e che se anche è più magra, se anche è più stanca, se anche è di poco più decisa o di molto più insicura, è ancora la stessa che la mattina non vorrebbe mai alzarsi dal letto, e che si sveglia la domenica con ancora il trucco della sera prima sul viso, e che comunque preferisce non truccarsi affatto, è quella che quando esce con i jeans tutte le altre donne hanno la gonna e i tacchi, e che quando azzarda la gonna e i tacchi, ecco che tutte le altre sono in jeans e con le scarpe da ginnastica, è quella che quando piove le si bagnano gli occhiali, le si appannano gli occhiali, quella che quando porta le lenti a contatto di solito le entra il fatidico bruscolino nell’occhio, e anche se è più adulta, anche se si sente più autonoma, è sempre di più quella che non sa avvicinarsi al proprio futuro, che lo sposta man mano che procede, e che gli toglie via via ogni limite geografico, quella che soffre quando non riesce a rianimare conversazioni dall’elettrocardiogramma piatto, quella che parla a voce bassa e che a volte nessuno la sente, quella che quando fa una battuta nove volte su dieci è fuori luogo, è quella che si ustiona regolarmente la lingua, quando cerca di capire se il cibo è cotto, quella che per preparare la stessa torta, l’unica che sa fare, deve seguire la ricetta punto per punto, e anche se ha recintato dall’interno alcune porzioni di se stessa col filo spinato, anche se non ha bisogno di defibrillatori per far ripartire il suo apparato cardio-sentimentale quando s’ingolfa, anche se ha imparato a sbattere la porta in faccia alle persone, è quella che lo fa ancora e solo con chi da tempo le ha girato le spalle, quella che ancora si chiede se sia possibile individuare tra i propri sentimenti quelli giusti e quelli sbagliati, che ancora si chiede se abbia un qualche senso farlo, ed è ancora quella capace di abbandonare qualsiasi cosa stesse facendo per mettersi a scrivere, per mettersi a piangere, e anche se alle volte vorrebbe un qualche punto di riferimento in più, anche se ha capito di avere più assi nella manica di quanti non avrebbe mai pensato, anche se ha una mezza idea di come giocarsene qualcuno, e anche se ora non sa fare programmi che arrivino a coprire il giorno successivo, è sempre quella che sogna terre straniere, che se potesse allargherebbe la sua mente a dismisura, pur di farle contenere il mondo, che metterebbe quattro cose in valigia e prenderebbe il primo aereo verso qualsiasi destinazione, ed è ancora quella che deve vivere ogni cosa sulla propria pelle, prima di capirne il significato, e anche se ha smesso di aspettarsi qualcosa dagli altri, anche se ha imparato che le emozioni non vanno mai sottovalutate, e anche se ha incrementato consapevolmente la sua dose di egoismo o se semplicemente ha iniziato a vederla moltiplicata rispetto a quella che è realmente, è sempre quella che porta le ferite più grandi, quando alla fine si fanno i conti, ed è sempre quella che assiste impassibile allo sgretolamento della sua autostima, quella che si guarda allo specchio e non si piace, quella che confronta se stessa con le altre donne e non riesce a vincere una sola volta, è sempre quella che cerca con tutte le proprie forze di tirare fuori il meglio da se stessa e da ogni altra cosa, ed è sempre quella impegnata in lunghi e complessi processi di pace con persone che ce l’hanno con lei senza saperle spiegare perché, o forse senza una ragione precisa, quella che in una giornata come quella di oggi, con l’aria fresca che le pare di sentirla entrare e uscire dai polmoni, col sole che non pare nemmeno febbraio, vorrebbe lasciare a terra la giacca e la sciarpa e la borsa e mettersi a correre, e a ridere, e a correre, fino a che le basta il fiato.

Read Full Post »

[Quanto segue è un pappone indicibile, per la cui lettura è altamente consigliata la seguente colonna sonora] 😉

C’era una volta – e parliamo del XII secolo – uno storico danese chiamato Saxo Grammaticus il quale, su invito dell’arcivescovo Absalon, decise di rimboccarsi le maniche e di raccontare in sedici libri (scritti in latino, principalmente in prosa) tutta la storia della Danimarca fino a quel momento. In queste, a dir poco ambiziose, Gesta Danorum, è riportata anche la vicenda di due fratelli, Horvendill e Feng, incaricati dal sovrano di Danimarca di governare lo Jutland; Feng, invidioso del fratello che aveva sposato la figlia del re, Gerutha, lo uccide e poi ne sposa la vedova, diventando così l’unico capo della penisola. A questo punto entra in gioco il figlio di Horvendill, vale a dire il suo unico erede, che incazzato come una zanzara con l’usurpatore, un bel giorno comincia a rotolarsi nel fango e a fingersi pazzo pur di riuscire a vendicare il padre. Feng, che non si fida molto di lui, lo fa sedurre da una bella ragazza, ignorando però che la fanciulla è una vecchia amica del giovane principe, che non solo non lo tradisce, ma addirittura spiattella al ragazzo le trame dello zio (fragilità, il tuo nome è donna). Questi, però, non demorde, e cerca di far spiare il nipote ogniqualvolta sia possibile, col risultato che una delle sue spie viene scoperta e fatta a pezzi dal principe, e quel che ne resta viene dato ai porci. Allora il giovane viene spedito in Inghilterra con due accompagnatori e una missiva in cui si chiede al re britannico di ucciderlo seduta stante, solo che il figliolo non è esattamente pirla e fa ammazzare al suo posto gli uomini che sono con lui e già che c’è seduce anche la principessa inglese (fragilità, il tuo nome è donna, reprise) e la sposa; poi, fa ritorno in patria appena in tempo per prendere parte alle sue esequie, ubriaca metà della nobiltà presente, incendia il salone e scambia la propria spada, che non esce dal fodero, con quella dello zio usurpatore, uccidendolo una buona volta e diventando l’unico sovrano dello Jutland.

Questo valoroso giovane si chiama, l’avrete intuito, Amleth.

Kronborg slot

Responsabile della diffusione in terra britannica di questa leggenda pare essere stata l’opera dello scrittore francese François de Belleforest (forse la traduzione di un’opera dell’italiano Matteo Bandello); certo è che questa vicenda fece la sua apparizione dapprima nel lavoro di Thomas Kyd, e venne poi riadattata al gusto del teatro elisabettiano da William Shakespeare, il quale cambiò leggermente il nome del protagonista (che divenne, così, il ben noto Hamlet) e ambientò la storia, facendola per l’occasione diventare una tragedia con tutti i crismi, nel castello di Elsinore, che comunque lui non vide mai. Probabilmente, il buon Guglielmo aveva sentito parlare di questa fortezza da alcuni attori della sua compagnia che, durante un qualche viaggio, avevano fatto scalo nel porto di Helsingør, un villaggio a circa quarantacinque km da Copenhagen affacciato sul tratto più stretto dell’Øresund, e quindi in posizione incredibilmente strategica, sia dal punto di vista economico che da quello militare.

Il castello, in realtà, si chiama Kronborg, ed è stato prima una residenza reale, poi un base militare; adesso è un’importante (nonché meravigliosa) meta turistica, e si può dire che campa agevolemente di rendita grazie alla pubblicità che la tragedia shakespeareana continua, imperterrita, a fargli. Non per niente, il bassorilievo del commediografo e drammaturgo inglese è una delle prime cose che si incontrano, attraversando la cinta muraria, e tutte le estati il cortile del castello ospita una serie di rappresentazioni dell’Amleto, eventualmente riadattate a diversi contesti storici e geografici. Esistono persino testimonianze fotografiche, all’interno degli appartamenti reali, di un Amleto in salsa wasabi (e chissà se il giappo-Amleto si chiede se il problema sia esseLe o non esseLe, piuttosto).

William Shakespeare Holger Danske

Il fantasma dello sfortunato principe danese non è però l’unico inquilino del castello, pur essendo senza ombra di dubbio il più ingombrante. Il mito vuole, infatti, che nelle casematte si sia seduto e addormentato il valoroso Holger Danske, figura appartenente allo stesso ciclo di leggende derivate da quella di Re Artù e dei suoi cavalieri, e che da allora egli dorma a braccia conserte nei sotterranei del castello (scenograficamente illuminati solo da lampade a olio) pronto a svegliarsi qualora la nazione sia minacciata dallo straniero, e a salvarla.

Det er penge i Holger Danske (c’è del denaro in Holger Danske), una delle citazioni leggibili sulle pareti buie da chiunque abbia ancora qualche diottria da perdere. Perché in Danimarca ci sarà anche del marcio, ma è certo che loro ce lo sanno vendere molto bene.

Read Full Post »

LIBERADONNA

More than ever.

Read Full Post »

Older Posts »