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Archive for settembre 2008

è per lui che scrivo, ora. per lei, soprattutto. con le sue parole, più vere e più belle, mi salva un poco tutti i giorni.

come se la mia vita fosse un monolocale, piuttosto piccolo e stretto, ecco come mi sento. come se – e il motivo lo ignoro – adesso fosse pieno di gente, e come se io, totalmente non preparata alla cosa, avessi in frigo un paio di birre in tutto, neanche mezzo bicchiere scarso per ciascuno dei miei ospiti. e il campanello suona in continuazione, le persone non la smettono di arrivare. alcune tra quelle che non sentivo da tempo, anche, che sono la sorpresa più grande.

io, abituata a vivere con me stessa, a bastare a me stessa. io che mi sento sempre più quel nessuno con la n maiuscola. e ancora io, che comunque allungo la mano per trattenere chi scivola fuori dalla mia vita. ma datemi tempo, sto imparando a voltare le spalle alla porta, se non per aprire ancora a qualcuno. e – me lo ha insegnato lei – occorre sempre lasciare la finestra aperta, e prestare attenzione ai sassolini lanciati contro il vetro.

le parole – per dire quel che ancora c’è da dire, e solamente quello – arriveranno presto. saranno altrettanto vere e belle, spero. nel frattempo vi abbraccio, uno alla volta, delegando al mio corpo l’arduo compito di esprimere qualcuno tra i sentimenti che mi porto ingarbugliati dentro. sperando che sia quello giusto, che lo riceviate con un’intensità sufficiente a capirlo.

però grazie. davvero.

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In realtà c’è un altro episodio degno di nota, riguardo al matrimonio di cui sotto.

Tralasciando la svegliona che ha chiesto a mia madre, seduta accanto a me, dove io fossi (diamo pure la colpa all’abito molto wow, al tacco decisamente wow, al trucco un po’ meno wow e anche alla pettinatura relativamente wow*), tralasciando l’altra svegliona che ha chiesto a mia madre, in piedi accanto a me, a) dove io fossi, e b) chi fosse quella ragazza che in chiesa era seduta tra lei, mia sorella, mio cognato e mia nipote (deduzione, chi era costei?), vorrei ora omaggiare con un minuto di sentito silenzio quel genio, settant’anni per gamba, che alla presenza di sua moglie mi ha detto

hai messo su proprio un bel sedere, ero dietro di te in chiesa e l’ho guardato per tutto il tempo.

Culo-di-AnniKa batte parola-di-Dio. E poi uno dice l’autostima.

*E no, grazie al cielo non esistono testimonianze fotografiche.

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Tralasciando la noia, il freddo e il senso di inadeguatezza (tutte cose ottime e soprattutto abbondanti), direi che la parte migliore del matrimonio di ieri è stata l’esclamazione della millinipote, al passaggio della sposa.

Guarda mamma!, hanno invitato anche Cenerentola, a questa festa!

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eri geniale, a modo tuo ma eri geniale.
e anche se ti avrei volentieri preso a sberle, leggendo i tuoi libri, anche se ti avrei fracassato la testa con un sanpietrino, alle volte, cavolo, questa non me la dovevi proprio fare.
sono giunta a questa conclusione: le persone geniali non dovrebbero morire. mai.

David Foster Wallace, 21.2.1962 – 12.9.2008

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Il problema è che quando il cuore è un deserto, che asciuga e secca qualsiasi cosa una si azzardi a piantarci dentro, il fatto che sia anche enorme non rappresenta un fattore positivo. Anzi. Può darsi quindi che rimetterlo sotto chiave sia una buona idea, o che sia invece l’ennesima cautela non necessaria. In fondo non è solo col cuore che si prosciugano le persone, di solito anche la testa recita bene la sua parte. Lo specchio riflette una gigantesca spugna che dissangua chi le sta attorno e aumenta in volume, e che poi si ritrova punto e a capo, piccola e assetata, non appena le vite degli altri le sono evaporate via dal petto. Così mi scopro in mano quest’immaginetta dai contorni sfocati, dentro alla quale cerco l’istante esatto in cui tutto è passato dall’essere prima all’essere poi, il momento in cui almeno una buona metà delle canzoni che passano su MTV ha ricominciato a parlare con me. Di me. Seguo col dito il suo profilo, poi il mio, poi quello del silenzio, ma l’attimo in cui si è lasciato vincere dalla mia aridità, quello proprio non riesco a vederlo. Sarà che di carcasse me ne porto tante, dentro. Sarà che quelle rare volte che ho dato aria al cuore il vento ha soffiato via sempre un sacco di foglie accartocciate. Difficile puntare sulle similarità, io stessa mi assomiglio sempre meno. Mi assottiglio sempre meno, come se occupare spazio nella mia vita non mi disturbasse affatto. Mi dispiace ammettere che ci siano altri nomi, prima del suo, nella lista delle persone a cui distribuire l’inutilità del mio senso di colpa, e mi dispiace anche e soprattutto che questa non sia la prima occasione che lo ha visto secondo a qualcosa, o a qualcuno. Mi riprendo il mio cuore vampiro, adesso, e lo metto nella tasca delle cose non terminate. Lascio che coltivi nel suo deserto altri piccoli aborti di felicità da barattare, a tempo debito, con un’altra fetta di me stessa.
Magari tutto questo finirà, un giorno.

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Il momento più entusiasmante della giornata è stato il guasto dell’impianto elettrico. Cinque ore cinque per trovare il colpevole: una resistenza del forno in corto. Fatevene un’idea.

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tu lo sapevi che nessuna gioia nasce senza un dolore
basta solo farlo guarire, basta lasciarlo entrare
è tempo di imparare a guardare
è tempo di ripulire il pensiero
è tempo di dominare il fuoco
è tempo di ascoltare davvero
è tempo di imparare a cadere
è tempo di rinunciare al veleno
è tempo di dominare il fuoco
è tempo di ascoltare davvero

Cristina Donà, Settembre

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parte prima

Se non altro, la mia prima conferenza internazionale ha messo in luce tutta una serie di errori grossolani che, spero, saprò evitare accuratamente in un futuro (mi auguro) neanche troppo lontano: estrarre dalla borsa un pacchetto di fazzoletti con sopra disegnati i Looney Tunes, proprio di fronte a un famoso professore straniero, per esempio, direi che non è stato esattamente il modo migliore per inaugurare la mia carriera da ricercatrice. Nemmeno “zittire” il telefono mettendo bene in mostra il Tigro stampato sul calzino porta-cellulare, a pensarci bene. Rivolgere poi al famoso professore straniero di cui sopra – nel momento in cui ha finto un moderato interesse nel mio lavoro – la mia migliore espressione da morte-per-attacco-cardiaco, dev’essere stata la ciliegina sulla torta. Per esperienza personale, posso dire che la faccia da holy shit he’s talking to me non fa fare bella figura. Affatto. Doveste trovarvi mai al mio posto, sconsiglio caldamente un qualsivoglia tipo di slalom, per quanto atletico, tra i piedi dei conferenzieri comodamente seduti al bar della piscina, specie se accompagnato da un quanto mai professionale Espera! Espera! Caipirinha! Caipirinha!, urlato al ragazzo dietro al bancone, in procinto di abbassare la serranda; sedermi alla tavola della professoressa australiana che si è detta interessata a ospitarmi nel suo gruppo di ricerca per qualche mese, decisamente allegra a seguito della caipirinha precedentemente scolata, manco a dirlo con nello stomaco il vuoto cosmico, è stata un’altra mossa vincente. Uno dei miei errori più grandi, tuttavia, è stato ritenere che l’inglese spalanchi le porte dell’intero pianeta: in Brasile si parla portoghese, e chi non lo conosce (io, per esempio) ha più speranze nell’azzardare un’avventurosa commistione di italiano, spagnolo e gestualità, piuttosto che nell’incaponirsi su un do you speak english che, nella migliore delle ipotesi, porta al più innocente dei no. In tutti gli altri casi, una pittoresca espressione del mio interlocutore mi ha fatto capire che non aveva la benché minima idea di quel che gli stavo dicendo. Certo, mostrare al tizio del baggage claim la mia valigia devastata dal viaggio aereo, con rotella penzolante a corredo, ha rappresentato una modalità di dialogo piuttosto eloquente; tuttavia cercare di interpretare la sua risposta non è stato altrettanto semplice. Regola fondamentale dell’America tutta, poi: l’aria condizionata se c’è si usa, e se la si usa, la si mette al massimo. Sempre. Mai partire dal presupposto che l’inverno brasiliano, una ventina di gradi Celsius, permetta l’utilizzo delle mezze maniche indoor: prego notare la foca Sibert che mi sedeva accanto nella sala conferenze, anch’essa un poco infreddolita (mai quanto me, comunque). Ho guardato di traverso il docente statunitense che, camicia e pantalone grigio elegante, ha tenuto il proprio talk con ai piedi le crocs blu, e ho fatto decisamente male: alla fine la sua presentazione si è rivelata una delle più interessanti dell’intero workshop. Da ultimo, dovesse mai capitarvi di venire disimbarcati da un aereo dopo poco meno di quattro ore di attesa (col velivolo fermo in pista) e a seguito di un’ispezione tecnica a uno dei motori, evitate, se potete, di mandare mentalmente a quel paese – più e più volte- l’intero equipaggio; in particolare risparmiatevi gli improperi indirizzati al pilota, il quale ritiene sia più sicuro per tutti cambiare aereo piuttosto che partire lo stesso: il giorno seguente un altro pilota su un altro velivolo in un’altra nazione potrebbe fare una scelta differente, e non sempre va a finire bene.

parte seconda

Dice che è la migliore caipirinha di tutto il Brasile. Di certo, la migliore che abbia mai bevuto. Afferrare per le spalle il mio naturale senso di inadeguatezza e tuffarcelo dentro, fino a sentirlo morire, piano, tra le mani: ben fatto, e me lo dico da sola. Leggeri, i giorni, come i nomi delle tue stelle, quelle che mi indichi, quelle che il mio emisfero non conosce, leggeri come le luci di São Pedro poco dopo il tramonto, mentre il respiro affannato dalla corsa piano torna regolare. Dimenticarsi di non essersi mai incontrati prima e raccontarsi un futuro e un passato, i miei genitori, i tuoi figli, e poi promettersi altre parole ancora, e un qualsiasi posto nel mondo va più che bene. Ero preparata a spalancare gli occhi, sì, quegli occhi strani che hanno ingannato anche te, a renderli i più grandi possibili al fine di stiparli di immagini; mai avrei immaginato di dover procacciare altro spazio al mio cuore, né di riuscire a esaurirlo nel giro di qualche giorno soltanto. Incredibile quanto della propria vita si riesca a capire quando si smette di inchiodarsi alle stesse domande, quando si indietreggia un poco e si volge lo sguardo altrove. Tra il grigio dei palazzi e i colori impolverati delle baracche addossate le une alle altre, tra le insegne dipinte sui muri e sui chioschi, qui salame e vino rosso, e il prezzo di favore del taxi concordato per te dal dipendente di un albergo che non è il tuo albergo, lungo le salite e le discese delle strade dello stato di São Paulo, le salite e le discese del portoghese cantilenante che parlano qui, la mia esistenza ha sterzato bruscamente verso un’ennesima strada sterrata. Eppure mi è sembrata, eppure ancora mi sembra, una delle migliori direzioni possibili, e forse è per via di quel tuo sorriso, di quel tuo abbraccio, forse è per via di quegli indirizzi scarabocchiati sul pezzo di carta che tuttora mi aspetta nella borsa. Oppure, credo, è solo grazie a quella porzione di pensieri che il tuo apparato cardio-sentimentale ha già passato al setaccio, un paio di anni fa e prima ancora che diventassero miei, se ora ho capito di non saper fare certe scelte o di non volerne non fare altre. Tiro a indovinare le parole nello schema del cruciverba, e lo so che avresti qualcosa da ridire sui miei incroci.

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