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Posts Tagged ‘writing’

ho fatto tre passi nella tua direzione e adesso che per inquadrarmi tutta devi muovere la testa dici che non mi trovi più in quello che scrivo. non mi sono lasciata, no, solo mi sono smontata in dettagli e ho ingrandito le singole parti affinché tu riesca a scorgere la linea interrotta del sopracciglio sinistro, le cicatrici sulle ginocchia, e se non mi vedi unica è perché mi stai imparando meglio. dai miei pochi centimetri di distanza ti apro le palpebre e racconto di me ai pigmenti dell’iride, ti appoggio sugli occhi le mie parole, ciascuna un cucchiaio e il permesso di rovistare la mia polpa -e pezzi di frutta- dentro alle spaccature che indosso ogni giorno.

[un amore per nulla astigmatico, vorrei, che sappia tenermi stretta a fuoco in macro digitale, un amore con lo zoom ottico, che sappia ingrandirmi fino a farmi vicina. vorrei un amore antiriflesso, che mi protegga dal buio della troppa luce, un amore a tratti fotocromatico, che aggiusti il mondo ai miei limiti e mi corregga per ogni mondo possibile. che tu sia per me: la lente, il vetro lavorato che si adatta a me e a me sola. ricordami, ti prego, di fare attenzione alle viti della montatura, che sono piccole e si lasciano perdere senza troppo dolore, senza fare rumore]

mi dici, non ti conosco abbastanza per guardarti così da vicino. tu guardami e vedimi e impara a conoscermi.

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le luci al neon mi danno i brividi.

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e penso che, in fondo, non possiamo essere tutti registi delle parole, capaci di srotolare storie a partire dalla prima parola e poi giù giù giù fino al punto finale. altri, alcuni – io, per esempio – sono semplici fotografi delle parole, incapaci di oltrepassare i bordi del fermo-immagine, di spiegare il prima o inventare il poi.
e certe volte mi trema la mano, mentre scatto.

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parti prima e seconda – l’apparato psico-cinematografico, l’apparato cardio-meteorologico.

sono madre di una bambina muta, sono la figlia – muta – di una madre che ha imparato a fare a meno della voce. sono la compagna vedente e per questo cieca del padre di una bambina muta. non sono madre e non sono figlia, e articolare i suoni oggi mi costa fatica.
oggi è già autunno, e l’autunno cade – banale il gioco di parole – più delle altre stagioni, perché anche l’inverno cade ma la pioggia è trasparente e la neve tace e nasconde, e invece l’autunno cade col vento, con le foglie sfinite dalla vita, cade e si trascina, e striscia e puzza di terra bagnata. uno dei profumi che preferisco, in verità, come anche l’odore della benzina, a scorticare le narici. e dici che, sì, è una transizione, proprio come la primavera, e penso che, no, la primavera è un risveglio, la primavera non è un passaggio, apre piano gli occhi incollati dal sonno, chiede ancora cinque minuti per dormire, e poi altri cinque e poi non può fare a meno di alzarsi, di essere. c’è lentezza, nella primavera, e torpore e ottusità. l’autunno, questo autunno, è una lotta. è fatica e freddo, l’eco ormai insipida del calore settembrino e io che mi lascio innamorare ogni giorno, alla finestra o per strada o col naso all’insù, io che vivo di maglioni pesanti e tisane calde e che odierò novembre, ancora una volta, tra pochi giorni.
amo l’autunno. è quel che mi mancherà, più di tutto, se. no, meglio: che mi mancherebbe, più di tutto, se.

parte terza – l’apparato cardio-dissuasivo

ti lasci spaventare – faccio davvero paura? – dal mio avere scritto: benzodiazepine. rimbambimento chimico, ma è storia passata. eppure, ancora lì sul comodino, tra i libri e quel libro e i prossimi tre anni della mia vita riassunti in poche pagine. e se chiudo gli occhi le sento, le gocce dolciastre, e l’acqua e la mia saliva e tutto insieme, e il ribollire del pensiero che piano si stacca e si sposta dietro, all’indietro, nella mente. un sonno sintetico, un surrogato silenzioso della tua presenza frenante: corre il battito, premi sul freno, corre il pensiero, premi sul freno, corre via il sonno – il sonno dei giusti -, premi sul freno. abbracciami, calmami. rallentami.

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ti scriverei una lettera, adesso. una lettera di carta, una lettera di quelle che non scrivo più da anni. e non è che avrei qualcosa da dirti, almeno non più di quello che ti ho appena detto. ma vorrei che le tue mani accarezzassero riscaldassero stringessero le stesse parole – senza voce – vestite della mia grafia sgraziata, ché quello che scrivo lo sai non si capisce, e le lettere sono grandi piccole rotonde e spigolose, e però tu non ti ci sei mai perso, e in effetti il significato l’hai ritrovato anche questa volta, pur nel mio arrotolarmi su me stessa. e poi quando scrivo, a mano, di solito vado storta e dalla prima all’ultima riga la grafia cambia, la mia grafia che è tutto tranne che una calligrafia, e ora lo so, ora l’ho imparato che brutta calligrafia non si può dire, che è un ossimoro. e quando ero alle scuole medie avevo questa convinzione che la grafia – ancora la chiamavo calligrafia – delle femmine dovesse essere bella, per forza, che dovesse essere elegante, e invece quella dei maschi era tirata via, e chi non capisce la sua scrittura è un asino, per alcuni di natura, per altri addirittura. e la mia non era così brutta, ma. alle elementari, la maestra mi disse che, visto e considerato come scriveva mia madre, mica ci si poteva aspettare, da me, che scrivessi bene. e io non capivo dove stesse il legame tra la mia grafia e quella di mia madre, che tra l’altro mi piaceva da morire l’idea che riuscisse a fare una firma tutta tonda e armoniosa – anche lei ha due nomi che in realtà sono un unico, primo nome – che sembrava quasi musica, solo a vederla. e, soprattutto, non capivo che problema avesse, la mia grafia, fintantoché le h erano al posto giusto e i congiuntivi pure. avevo ragione io, comunque.

ti scriverei una lettera, adesso, per raccontarti – senza dirlo – che ancora uso quasi esclusivamente la biro nera, che quella blu mi pare chiassosa e non necessaria, e vedresti le sbavature dell’inchiostro, nella metà destra della pagina, e capiresti che ancora appoggio la mano, quando scrivo, e rubo un po’ di colore alla riga sopra, e lo trascino via. e potresti immaginarti la mia mano sporca, come quella dei bambini che colorano il foglio e il tavolo e la maglia e riescono non so come a macchiarsi pure la faccia e a volte anche il muro della parete opposta – io una volta ci feci un disegno con la matita, sul muro, ero piccola piccola piccola, e ci rimasi così male quando i miei genitori lo videro e si arrabbiarono e mi fecero cancellare tutto con la gomma, e io piangevo e cancellavo e piangevo e cancellavo – e ti metteresti a ridere. o forse te la scriverei con la matita, ché lo sai la grafite la preferisco all’inchiostro, anche a quello nero, e allora vedresti le cancellature e le riscritture e troveresti i punti esatti in cui mi sono fermata a scegliere le parole, in cui ho pensato se fosse meglio dirti una cosa in un modo oppure in un altro. e magari apprezzeresti il fatto che, in un modo o nell’altro, alla fine sono riuscita a dirtela comunque.

ti scriverei una lettera, e sarebbe lunga lo sai, perché se le parole partono poi le mani non si fermano, e anche col cerotto sul medio – stringo ancora troppo la biro, lo capiresti da una lettera? – riuscirei ad accumulare parole su più pagine, e subito ti spaventerebbe, quell’adagiarsi asimmetrico, ma poi i tuoi occhi prenderebbero a seguire il ritmo accelerato del mio scrivere, che è lo stesso del nostro camminare e tutti infatti ci chiedono perché mai corriamo, se per caso abbiamo fretta. e noi fretta non ce l’abbiamo mai, anche se siamo sempre di corsa, anche se io sono sempre di corsa e tu invece certe volte arrivi prima di me, procedendo più lentamente. e corro anche quando scrivo, io, e la mia grafia si fa meno bella ancora, e questo certo che lo vedresti, dalla lettera. ma capiresti l’urgenza, sentiresti il battito accelerato e non credo ti dispiacerebbe, in fondo.

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torno alla carta, alla fine. finalmente, avrei dovuto dire. parole che anche se non mi piacciono ormai le ho scritte e stanno lì, e mi guardano, e non le posso cancellare. una bella riga sopra, al massimo. ma fanno rumore lo stesso.

in quanti pezzi puoi strappare la carta? hai chiesto, non sono mai abbastanza, hai detto. e io ci ho pensato, ci ho pensato tanto, e ho capito che hai ragione e ho capito che voglio fidarmi di me stessa a tal punto da rendermi immune all’accanimento frenetico sul tasto canc. terapeutico, l’accanimento? no, non c’è terapia non c’è cura nel mettersi a tacere. non c’è soluzione. basta, devi cominciare a piantarti attorno dei paletti, a imporre il tuo spazio, e se vuoi scrivere scrivi e scrivi e scrivi e non rileggerti e non lasciarti spaventare dalla tua brutta grafia e smettila di arrotolarti, a spirale, su te stessa e. più lineare, devi essere più lineare, e vedrai che dal recinto dietro a cui oggi ti proteggi saprai uscire e indossare ogni giorno un colore nuovo. me lo ha detto lei lui me l’hanno detto loro.

la costanza è l’obiettivo, almeno fino a che non diventerà il mezzo.

e non faccio cose perché non le voglio fare anche se le voglio fare, e lascio che le due parti di me – la pancia, la testa – si affrontino, su quelle pagine. di carta. mi siedo dentro di me e guardo fuori, poi mi siedo fuori e guardo dentro. e la parole che non sono trasparenti mi spaventano, comunque.

e questa canzone è in risonanza. e il futuro fatto di pagine bianche, anche.

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