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Posts Tagged ‘rain’

no, be’, vivere attaccata all’ospedale è bellissimo. vuoi mettere l’emozione di svegliarti a metà della notte con quella vaga sensazione di bombardamento imminente, ogni volta che l’elimedica praticamente ti atterra in testa? yuk yuk, uno spasso senza eguali.
oltretutto, non è nemmeno un ospedale qualsiasi: bisogna portargli rispetto.

comunque. in caso sentiate i miei urli fino in italia, è perché i miei genitori mi hanno telefonato — ancora una volta — per comunicarmi che da voi si muore di caldo. qui piove, grazie per l’interessamento, e tira un cacchio di stracacchio di vento. il risultato è che da una settimana almeno la mattina sono già fradicia che ancora non sono uscita di casa. pensate in che condizione posso essere, quando arrivo in ufficio.
oggi, poi, il colmo dei colmi: mi si era appena distrutto l’ombrello, cosa questa che contribuiva al mio stato d’animo per così dire entusiasta, e insomma ero lì bella inzuppata che aspettavo che il semaforo si degnasse di diventare verde, imp(r)egnata più che altro a tirare giù dal cielo quanti più santi possibile — con precisione chirurgica, i must say —, quando, di punto in bianco, smette di diluviarmi in testa. non faccio nemmeno in tempo a girarmi che mi trovo davanti un ragazzo che è tutto un sorriso, il quale mi sta riparando col suo ombrello (voi non avete idea di quale e quanta audacia sociale sia richiesta a un danese, riservato per definizione, per arrivare a tanto). ora, confesso che il passaggio in cui la sottoscritta diventa parte integrante del video di daniel powter me lo sono persa, però vorrei mettere a verbale che amo la danimarca, in caso non si fosse capito.

(per la rubrica la posta del cuore, ci tengo a far sapere alle amiche adelina e guendalina che a) sì, lui era bello, b) no, non so come si chiami, e c) no, non c’è stato alcuno scambio di numeri di telefono)

a parte questa breve parentesi cinematografica, la giornata è stata relativamente tranquilla, con picchi di esaltazione in corrispondenza di un seminario che traboccava chimica da tutte le parti e di una mail in cui un collega mi segnalava tutta una serie di modi in cui l’ottica può essere applicata alla produzione e al controllo di qualità dei vini (al solo scopo, sia detto, di fornirmi validi aneddoti con cui deliziare parenti e amici), e picchi di angoscia profondissima e dolore intenso in corrispondenza di un seminario che grondava chimica da tutte le parti e dell’atroce scoperta che oggi non ci sarebbe stato il friday bar.
dunque, il friday bar. il friday bar consiste in uno degli it supporter (o affiliato agli it supporter, non ho ben capito), che tutti i venerdì alle 15:00 arriva in facoltà con due/tre tipi diversi di birra alla spina (rigorosamente home made, la produce non so bene chi da qualche parte dentro al campus universitario), e la prima birra è sempre offerta dal dipartimento.
ripetete insieme a me: il friday bar è il bene.

a tempo perso, sto cercando di organizzare un’uscita spiaggistica coi colleghi per la sera della vigilia di sankt hans, che poi è una scusa per bere, e oggi un danese ha pensato bene di fare il simpatico e mi ha detto, io fossi in te starei attenta, eh, che quella notte lì le streghe le bruciano. qualcuno per favore può mica ricordarmi perché vado in giro a dire che amo tanto i miei colleghi?

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soundtrack

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Poi, il cielo s’è strappato ed è uscito l’azzuro, ed è esplosa la luce. Un battito di ciglia soltanto, e dopo era di nuovo tutto illuminato, come se il grigio buio spento claustrofobico non fosse mai esistito. Ossigeno, finalmente, quel cielo che amo e che si lascia respirare, quelle nuvole che sanno di sereno e il vento, nostro e quotidiano, e i capelli schiaffeggiati sul viso, e gli occhi chiusi, occhi che piangono, occhi che risplendono.

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Pioveva, stamattina. Ho messo la giacca, i guanti, e appena fuori di casa ho aperto l’ombrello.
Ho aperto l’ombrello. L’intera sigurdsgade, la via in cui abito, si è voltata di colpo verso di me, credo che qualcuno sia anche arrivato di corsa dalle vie vicine per guardarmi; in sostanza, mezza Copenhagen mi ha piantato gli occhi addosso.
Ho alzato lo sguardo, piano, verso l’arma del delitto, e credo di aver assunto le dimensioni (e probabilmente anche il colore) di un puffo.

Ombrello. Om-brel-lo. Sai quella cosa che serve per non bagnarsi quando piove, che è stata inventata apposta affinchè chi ne dispone possa non infradiciarsi fino al midollo osseo, in caso di precipitazioni di varia natura? Ecco, quello. Ombrello, si chiama. Ombrello.
Ora sta piovendo, gente, pi-o-ven-do, presente questa cosa bagnata che viene giù dal cielo? Pioggia, si chiama, e quando piove l’ombrello è cosa buona e giusta, e non è che lo dico io perché in questo momento mi girano particolarmente. È così e basta, lo sanno tutti.

Invece no: i danesi l’ombrello non lo usano. Non ce l’hanno, ho il sospetto che non sappiano nemmeno cosa sia. Ora capisco perché nella hus piccina picciò non c’è un portaombrelli (mancanza di spazio a parte, che sarebbe la risposta più ovvia). Non sono esseri umani, the danes: sono animali acquatici. Vanno in giro con una berrettina di lana, se va bene, oppure a capo scoperto, come se niente fosse, e li vedi andare al lavoro con le loro biciclette contenti come delle pasque, coi capelli che, inspiegabilmente, non vengono minimamente scomposti dall’acqua o dall’umidità. Ora, io non so cosa usino per pettinarsi, questi, ma comincio ad avere il sospetto che abbiano una specie di scudo protettivo trasparente attorno a loro, una corazza magica che li preserva dalle intemperie.

Comunque: ho visto tre persone con l’ombrello, oltre a me, stamattina (e non è che piovigginasse, diluviava proprio), e ci potete mettere la zampetta sul fuoco che erano stranieri.
Come dire, lo straniero si riconosce nel momento del diluvio. E io comincio a simpatizzare per i due leocorni.

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