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Posts Tagged ‘memories’

dicevo, a ogni curva un nome, il suo il suo il suo. il mio, quella notte che il sopra diventò sotto e la testa divenne piedi. la scarpa era incastrata, il vetro era rotto, ed era tutto uno strisciare -di pelle, di sportello- sull’asfalto. e il tuo cerchione era là e tu, e io sono qui, sì, in piedi su due gambe che spuntano di sangue e vergogna, da sotto la minigonna.

se ne stava in piedi, il bicchiere in mano. e se ne stava zitto, zitto, zitto, e dai suoi occhi orizzontali uscivano le grida e le sberle e tutto quello che le sue mani e la sua bocca di padre nascondevano, nascosto male. lei, la madre, lei, la bambina, l’altro bicchiere dalla mano alla mano, e giù nella gola e giù dentro al cuore: la prima volta, dicono, non si scorda mai, la prima volta fa male e non ti piace, ed erano vere entrambe. benzodiazepine, la prima volta, anche se lei che toglie il vetro dalle gambe non le chiama mai così. ma il suo dio la perdonerebbe, credo, se anche la smettesse di zuccherare il nome di ogni cosa.

e poi fu clara e poi fu chiara, e invece delle foto erano parole -ma sempre occhi ricopiati in bella copia-, ed era la prima volta e non si scorda mai, e fa male e non ti piace, ed era tutto vero. la ruota che non smette di girare, la musica che non smette di suonare, il mondo dritto poi il cielo -enorme e senza direzioni-, poi di nuovo il mondo, crepato e sconnesso e capovolto. e la ruota e la musica e una scarpa soltanto.

a ogni curva un nome, dicevo, come una mappa o la pisciata di un cane. il suo, il suo, il mio.

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press []

è che certi significati non lo capisco che sto facendo una fatica bestia a trovarli. durante, dico. e raccolgo un’ortica e pizzica, eppure mi convinco: è una primula. e non è nemmeno primavera.
ne ho inventati tanti, l’ho capito poi, e come se il passare del tempo potesse realmente trascinare con sé pure la strada, mettere in moto il rettangolo di mondo al di là del finestrino, me ne stavo come quando da bambina mi buttavano in piscina a nuotare a rana, e ce la mettevo tutta e ogni tanto alzavo la testa per capire quanto, ancora, al bordo – poco poco poco pochissimo, vedrai – e non mi ero mossa di un solo metro. e mi dicevano no no, i piedi così e le braccia cosà, e però in acqua coi polmoni sfilacciati e il cuore pure ci stavo io, mica loro. erano sul bordo, loro: in salvo.

ho iniziato a far caso alle pietre miliari, mi appunto il numero sul palmo della mano e quando mi accorgo che il bordo – alle mie spalle, l’unico bordo che riesco a vedere – è ancora lì dove non vorrei che fosse, riciclo il vecchio trucco, qualche bracciata a stile e poi forza e coraggio, che questa volta è la volta buona. e magari fuori dai miei occhiali c’è un cartello che dice stradachiusa, e invece dentro ai miei occhiali il cartello dice sensounico:avanti, e non sono del tutto convinta che la colpa sia delle lenti o della miopia o del cartello.

la verità è che certi muri non li vedo non li imparo neanche a sbatterci contro cento volte.

[ma poco dopo risorgi solo che non ti accorgi dei sorrisi posticci dei pensieri che scacci delle cose che lasci]

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crepitare:
di legna umida sul fuoco – calore.
di pioggia – ho due maglioni, ho freddo.

di legna umida, e poi l’acqua cade l’acqua è così tanta da spegnere –
verbo spegnere, transitivo. alle volte distratto, diméntico di farsi riflessivo, e grazie, e arrivederci: sì, non ne dubito.
terza persona singolare – presente indicativo. l’acqua spegne.
un crepitare che annienta l’altro, e più per più fa meno e pare non ci siano errori, sebbene io non capisca.

il mondo piove assieme alla pioggia.
ha detto: oggi è ancora ottobre. no: tu menti. è arrivato prima, il bastardo, mi ha fregato un giorno – ridammelo.
tu menti o tu sbagli o tu sei stato raggirato, come me.
quanti anni sono, oggi? quattro, mi pare. era sabato, forse era ieri.

avevi lo sguardo triste di chi non sa più come lottare, di chi ha finito le parole da dire e si tiene stretta quell’ultima – addio – e io non la volevo sentire e mi ricordo che ho preso la mia vita e l’ho moltiplicata per due e alla fine ho pareggiato i conti con qualche moneta che avevo in tasca, ed eccolo il mistero rivelato: non eri poi così più grande di me. come dire: un’altra distanza come questa e a me resterà una sola parola, e non voglio – era puro egoismo, ma solo fuori – e allora non ti ho dato il permesso di andartene, e tu poi non mi hai voluta accanto mentre i tuoi occhi rossi piano tornavano di quel verde che mi hai negato senza aver voce in capitolo, mentre io smettevo di sentirmi vecchia e tu invecchiavi di colpo, nei capelli e sotto i capelli.

e parlo di te – presente – al passato perché non puoi sentirmi, e ancora se metto la mia vita davanti allo specchio e aggiungo, all’una, l’altra, quello che trovo è un po’ meno di te. ogni anno ti rosico un anno, ti offende questo mio rincorrerti?

qui, nella mia mano – anche quando mi stai in piedi davanti, anche adesso che non ti vedo: no, non sei poi così grande. più bianco, forse, solo.

a parte quel verde, tutti gli altri tuoi colori me li hai versati dentro.

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Facevo la quinta liceo, mi chiesero di andare a parlare coi ragazzi di terza della scuola media che avevo frequentato qualche anno prima.
Orientamento, si chiamava all’epoca. Magari adesso gli han dato un nome più figo e che non vuol dire molto di più, come fanno con tutto.

Pensavo avrebbero mandato qualcuno dagli altri indirizzi, anche, dal classico, dal linguistico, dal socio-psico-pedagogico, e invece mi ritrovai da sola, quella mattina, totalmente imprepararata a rispondere a qualunque domanda che non riguardasse nello specifico l’indirizzo scientifico. Con me, un unico ragazzo dal liceo privato, quello dove ti facevano fare più anni in uno, quello dove se mandavi più figli il secondo aveva lo sconto sulla tassa di iscrizione. Quello, dicevamo noi, dove il diploma te lo compravi.

Ci misero seduti l’una accanto all’altro, dietro una cattedra, davanti a una ventina di volti già annoiati ancora prima di cominciare.
Lui era alto, biondo, bello. Di madre inglese, si chiamava Mark, e sospetto si chiami ancora così; sembrava che l’avessero appena pescato a caso tra gli angeli del presepe.
Era chiaro che quello non era orientamento. Marketing, era marketing bello e buono, quello. Non eravamo lì per illustrare ai ragazzi le diverse possibilità, eravamo lì per comprarli, per vendere loro un prodotto. Non credo che i miei professori, al tempo, ne fossero consapevoli. Io ero lì perché abitavo a pochi chilometri di distanza, perché a scuola ero brava, perché qualcuno tra quei ragazzetti lo conoscevo di persona. Lui era lì per fare il ragazzo immagine di un bene costoso, lui era la promessa che, a fronte di un investimento iniziale, chiunque tra quelle facce assonnate avrebbe potuto diventare come lui, un giorno, o meglio, fidanzarsi con uno come lui. Le ragazzette, infatti, non avevano occhi che per lui: io ero semplicemente quella che gli stava seduta accanto, e che avrebbero volentieri ucciso pur di prendere il suo posto. I ragazzetti erano troppo giovani per rendersene conto e odiarlo, probabilmente.

Ciascuno di noi descrisse brevemente il prodotto che era chiamato a vendere, e no, fu subito chiaro che per me non c’era speranza alcuna. Lui non la finiva più di dire che, in fondo, non serviva studiare tanto, che al suo liceo si facevano gite all’estero divertentissime che col suo liceo si poteva fare tutto. Io non sono mai stata capace di mentire, e davvero non ce l’ho fatta a raccontare a quei poco-più-che-bambini che al mio liceo si poteva anche non studiare, che al mio liceo si facevano feste indimenticabili, che il mio liceo aveva reso gli ultimi cinque anni i più belli della mia vita. Saltai l’argomento a piè pari, semplicemente, e cercai di sorridere il più possibile, per nascondere il fatto che io, il mio liceo, non vedevo l’ora di finirlo.

Mi aspettavo un disfatta totale, quando chiedemmo agli studenti chi di loro avesse già scelto a che scuola iscriversi, mi aspettavo che ognuno di quei venti volti che avevo di fronte non vedesse l’ora di diventare, da un giorno all’altro, un piccolo Mark o una piccola fidanzata di Mark. E invece.

Silenzio, nessuno disse niente.
Mentre il Brad Pitt dei poveri raccontava di come, nessun problema, la scuola privata avrebbe fornito loro una base per qualunque futuro, anche se al momento ancora erano nel dubbio, io rimasi zitta, a guardare quell’unica, enorme, faccia triste fatta di venti diverse facce, che trovava indifferente fare una cosa piuttosto che un’altra. Diventare qualcosa, invece che qualcos’altro.

Era tutto così triste, dannatamente triste.
Interruppi lo slogan ininterrotto che mi sedeva accanto, e dissi loro che un buon metodo per scegliere un istituto superiore era chiedersi che cosa avrebbero voluto fare da grandi.
Io, per esempio, alla loro età volevo fare l’ingegnere.
Mark, per esempio, alla loro età voleva fare non mi ricordo cosa, ma poi aveva deciso che sarebbe diventato uno psichiatra.

Loro ci guardavano, muti. Tutti con la stessa espressione insipida sul volto.
Non uno che abbia detto qualcosa.
Io, a tredici anni, avevo un sogno diverso ogni giorno.
Io, a tredici anni, prendevo futuri a prestito dalla televisione, dai libri, dalle persone che conoscevo.
Io, a tredici anni, ero convinta di poter cambiare il mondo, una volta diventata un ingegnere.
Io, a diciannove anni, ero ancora convinta di poter cambiare il mondo. Nonostante l’ingegneria.

Capii che non mi capivano, che non capivano nemmeno tutto il ben di Dio che Mark aveva promesso loro. Una pessima e un’ottima campagna pubblicitaria, entrambe buttate alle ortiche, perché scritte nella lingua sbagliata.

Guardai Mark, e lui che, oltre a essere molto bene indottrinato, era anche tutto tranne che stupido, recepì il messaggio: tolta la maschera, cercammo di rianimarli, di tirare fuori da loro delle aspettative, delle speranze.

Dopo una mezzora buona, un ragazzetto parlò, finalmente. Disse che voleva studiare agraria, da grande, che l’anno successivo si sarebbe iscritto al socio-psico-pedagogico. Quello del liceo pubblico. Mark, lo vidi, stava per chiedere perché proprio il liceo, perché non il professionale per l’agricoltura e l’ambiente, se tanto sapeva già che avrebbe fatto agraria. Conoscevo quel bambino, era del mio paese, e grazie al cielo riuscii, con uno sguardo, a zittire tutta quella biondità e quei denti perfetti. Conoscevo quel bambino, e soprattutto conoscevo sua madre, una di quelle che andava in giro a dire che i suoi figli dovevano fare il liceo perché le altre scuole non erano degne. Per la cronaca, quel ragazzetto ha mollato la scuola dopo due bocciature consecutive al liceo, e sua sorella pure, dopo due bocciature al pubblico e una al privato.

Non ho più rimesso piede in quella scuola, così come non ho più rimesso piede nel mio liceo, una volta conseguito il diploma.
Alla fine, io mi sono iscritta per davvero a ingegneria. Mark, per quanto ne so, ha fatto l’accademia militare.

Ho venticinque anni, adesso, e una laurea triennale in Ingegneria delle Telecomunicazioni.
Ho venticinque anni, adesso, e tre esami mi separano dalla laurea specialistica in Ingegneria delle Telecomunicazioni.
Ho venticinque anni, adesso, e sto per fare domanda per un dottorato in Danimarca.

Ho venticinque anni, adesso, e ancora non so cosa farò da grande, perché i miei sogni sono tuttora troppi, e io, di sceglierne solo uno tra i tanti, non sono capace.

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