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Mio padre è interista, uno di quegli interisti che sono interisti da sempre, uno di quelli che quasi ti viene il dubbio che ci siano nati, interisti.

Ho in mente una vecchia foto: una trentina d’anni in meno su quel volto arrossato dal freddo, un sigaro in bocca e un’orribile berretta di lana a righe orizzontali blu e nere, con scritto Inter. Poteva essere San Siro come il Dall’Ara, non so. Una volta mi ci ha anche portato, allo stadio: Bologna-Inter, e Dio quanto pioveva.

Mio padre è uno di quegli interisti che non s’incazzano mai con nessuno, quando prendono un gol su un rigore che non c’era; che non spaccano niente, neppure quando la squadra vince. Che non hanno problemi ad ammettere di aver fatto gol su un rigore che non c’era, e che comunque non alzano mai la voce, né al bar né davanti alla TV. Non fanno caroselli di auto, quando l’Inter vince lo scudetto, né si sentono più felici o sbeffeggiano gli altri.
Mio padre è uno di quegli interisti a cui il calcio piace, uno di quegli interisti che tifano Inter perché per una squadra bisogna pure tifare, e loro hanno scelto di tifare Inter, chissà poi per quale motivo, chissà poi se c’era, un motivo.
Mio padre è uno di quegli interisti talmente abituati a perdere che adesso nemmeno si capacitano di aver vinto lo scudetto. Papà, alla fine ce l’avete fatta!, gli ho detto oggi. Pare di sì, mi ha risposto, con quel suo sorriso a metà tra il timido e l’orgoglioso, mentre mia madre diceva che, sì, l’han vinto, ma han fatto di tutto per perderlo. È milanista, mia madre, ma in realtà del calcio non glien’è mai importato niente. Mio padre, invece, è interista. E, sospetto, è uno di quegli interisti che, dopo anni di patimenti silenziosi, dopo sconfitte ed eliminazioni e meline a centro campo, vorrebbe per una volta la grazia di una piccola e innocua soddisfazione senza troppe polemiche. Ma sa benissimo che questo non succederà mai.

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