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Posts Tagged ‘friends’

è che io non ci sono, lì dentro. non lo faccio apposta, solo è un’abitudine, una delle tante, e allora non devo impegnarmi o concentrarmi o fare uno sforzo di qualsiasi tipo. sovrappensiero mi chiamo, non mi rispondo, e cerco e mi cerco ma mai che mi trovi. sempre meno, dovrei dire: mi trovo sempre meno. e se anche mi sfilo questa coperta che mi han buttato addosso, se anche la afferro alle due estremità e la scuoto forte, non c’è un solo pezzo di me che cada a terra. ci avevo sperato, confesso: ci avevo sperato. e le persone parlano e parlano e si prendono cura di me con la voce, la loro piccola voce che mi avvolge e mi penetra come una lingua — lunga, liquida — dentro alle orecchie al naso alla gola, che assaggia il sapore del cuore (manca di sale) e poi spunta a divaricarmi le gambe. che chiede e risponde e che vuole sapere, dice di me ma parla soltanto di sé. io non ci sono, lì dentro. non in una singola parola. e dentro di me nemmeno, probabilmente; ho provato a strappare la pelle, smontare e riassemblare il corpo — mi sono avanzati dei pezzi — ma di me nessuna traccia. mi sono nascosta bene, a quanto pare, e non lo faccio apposta, no, ho proprio dimenticato la combinazione e dove ho messo la chiave. qual è la parola d’ordine. ci sono giorni, però, in cui vorrei trovarmi le mani e la fronte e i piedi di qualcuno che non sono io dentro ai polmoni, o al fegato o alle ovaie. cioè: vorrei avermi a disposizione, specie quando fuori non fa troppo freddo, e che senza scarpe e senza lacerarmi la pelle qualcuno mi bussi piano sullo sterno — prego: è aperto. è aperto? —, che faccia un passo ed entri. che si trovi a suo agio, seduto sulla cassa toracica, e che non mi aggiunga altro peso, perché da sempre ho qualche problema con la mia dimensione nel mondo. non una coperta, non fuori: dentro.

mi chiedo se avrebbero voglia di starmi a sentire, dovessi star male davvero.

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di te passata non conosco molto. tasto con la mano la parete fino a incontrare l’interruttore, e nella luce fioca trovo il coraggio per scendere il legno dei gradini, tornare indietro nella cantina di quello che sei stata e restare semplicemente in silenzio a guardarti camminare lungo il tratto di vita che hai seguito fino a oggi.
non ho un buon rapporto con gli anni lasciati alle spalle, lo sai, e mi guardo sanguinare fuori da certi miei buchi che non ho più interesse a chiudere. mi dici, vorrei inventarmi un passato per te, e da donna a donna non so smettere di innamorarmi, perché in questo spreco di ipoteche sul futuro sei la sola che distoglie lo sguardo dalle possibilità e che mi vede -adesso- nuda di sorrisi, e promesse su quelli che potresti cucirmi addosso domani non ne hai fatte mai.

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parlami.
la tua voce come un maglione – calda la tua voce, morbida la tua voce – voce di lana che non pizzica la pelle, voce-carezza voce-abbraccio voce-corpo. infilarmela addosso, presto, entrarci dentro. nascondere le mie mani nelle tue lunghe maniche, nel tuo collo alto il mio viso. protèggere, pro-tègere.

e se vuoi raccontarmi: raccontati. sono qui con le gambe incrociate e ti aspetto, vicina, vicino al telefono.

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le mani hanno cose da dirti, ti ho scritto.
già ti avevo scritto, e lo sai e non lo sai, a margine di una fotografia e sul bianco rigato della pagina.

ho letto sulle pareti dell’altra stanza: della terra di mezzo, terra bruciata dal sole – piana piaga desertica – cui appartieni, cui appartengo, da sempre.

tra lo stacco del piede e l’atterraggio: il volo, tra l’ustione e la cicatrice: il dolore, tra l’intuizione e la fotografia: lo scatto.
tra l’autunno e l’attesa dell’inverno: novembre.

ho letto sulle pareti dell’altra stanza e ho scritto: con troppi sensi accesi – non sono cinque, non possono essere solo cinque, c’è troppo rumore, fanno troppo rumore. e come si spengono, fatemene spegnere qualcuno, vi prego vi imploro, non so quale spegnere. non so fare a spegnerli.
e non parlavi di me, lo so. alzo le spalle e penso: fa niente.

la sorella che in verità non sei – sei tu.
la sorella che avresti potuto essere, me ne rendo conto adesso, in molte assenze della mia vita, molti vuoti e crateri e banchetti di tarme. e invece: metri e anni distante.
e invece: sei tu, sei qui, e tieni il mio filo la mia mano la vena che entra nel – esce dal – mio cuore, e ci scambiamo gli abiti, ci svestiamo del pizzo bianco macchiato di sangue e indossiamo il blugialloverde messicano. e se le nuvole sono cattive, che facciano: sono lontane, sono dietro. non le possiamo vedere, se riusciamo a non voltarci.

ti tengo la mano, non la lascio. mi aggrappo al filo.
buon compleanno.

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è per lui che scrivo, ora. per lei, soprattutto. con le sue parole, più vere e più belle, mi salva un poco tutti i giorni.

come se la mia vita fosse un monolocale, piuttosto piccolo e stretto, ecco come mi sento. come se – e il motivo lo ignoro – adesso fosse pieno di gente, e come se io, totalmente non preparata alla cosa, avessi in frigo un paio di birre in tutto, neanche mezzo bicchiere scarso per ciascuno dei miei ospiti. e il campanello suona in continuazione, le persone non la smettono di arrivare. alcune tra quelle che non sentivo da tempo, anche, che sono la sorpresa più grande.

io, abituata a vivere con me stessa, a bastare a me stessa. io che mi sento sempre più quel nessuno con la n maiuscola. e ancora io, che comunque allungo la mano per trattenere chi scivola fuori dalla mia vita. ma datemi tempo, sto imparando a voltare le spalle alla porta, se non per aprire ancora a qualcuno. e – me lo ha insegnato lei – occorre sempre lasciare la finestra aperta, e prestare attenzione ai sassolini lanciati contro il vetro.

le parole – per dire quel che ancora c’è da dire, e solamente quello – arriveranno presto. saranno altrettanto vere e belle, spero. nel frattempo vi abbraccio, uno alla volta, delegando al mio corpo l’arduo compito di esprimere qualcuno tra i sentimenti che mi porto ingarbugliati dentro. sperando che sia quello giusto, che lo riceviate con un’intensità sufficiente a capirlo.

però grazie. davvero.

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Quei bischeri che oggi hanno avuto il coraggio di laurearsi, in tutto il loro splendore. 😉
Federica, Michele, Cecilia e Alessandro

(Per chi fosse interessato, le altre foto sono – almeno temporaneamente – qui)

Poi, come promesso, ecco a voi la testimonianza fotografica del concerto di Angela Maria (giusto per bullarmi un pelo con chi non c’era, mica per altro)

Ani DiFranco in concert

Altre foto, qui.

Per quanto riguarda le altre foto del matrimonio di Marco e Serena, infine, sono tutte qui.

[menoundici]

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