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Posts Tagged ‘feelings’

vorrei: dare a tutte le mie me stessa la circolarità di un volto solo, mostrarmi tutta da qualsiasi lato mi si guardi, la pancia profanata e la fede sconsacrata, il disordine delle dieci dita e la voce che si mangia i piedi con i denti, lasciare a ogni direzione la capacità di incontrarmi intera, trovare la mano da stringere e sdraiarla al mio fianco e leccare insieme la superficie del mondo.

vorrei: ascoltare la fatica dei capelli che crescono e masticare e deglutire e digerire le catene montuose che a volte fioriscono sulla crosta del cuore, calpestare e ferire la pioggia, portare sempre rispetto ai miei peccati migliori. portarmeli addosso, i miei peccati migliori: che si vedano bene.

vorrei: fermare e tagliare e incollare certi sorrisi e certe mezzore dentro a un caleidoscopio, staccare con due mani il cavo che passa per gli occhi e sintonizzare la vista sulla risacca e il pellegrinaggio dell’onda, mettere una mano davanti alla bocca prima che le orecchie mi sentano accusare, te l’avevo detto, mordere la mano che fallisce le carezze.

vorrei: avere un luogo speciale che conosca il nome di almeno metà delle mie lacrime, avere una cassaforte in cui riporre i miei dolori importanti e tutti i colori che gli anni mi hanno contato in testa e sulle unghie, una cannuccia con cui bere via tutto il pianto in eccesso dalle gote di chi mi attraversa la vita sulle strisce pedonali e solo quando è verde, una siringa che tiri fuori il sangue cattivo dal cuore.

vorrei: lasciare che certi coltelli mi attraversino, aprire la schiena e lasciarli passare e uscire e andare dove vogliono andare, chiudere con un bacio sulla fronte i tagli che si aprono sotto la pelle, allungare una mano e pulire via la nebbia, tossire via la rabbia, starmene sotto la coperta grossa a guardare fuori dalla finestra spalancata il cielo che ci diluvia addosso.

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parte prima
come un cassetto, la tua voce, e le tue parole sono i calzini e il resto della biancheria che io tiro fuori con tutte e due le mani e dieci dita, che io butto alla rinfusa, affinché nulla resti non conosciuto: se mi vedrai arrivare, starò cercando qualcosa.
mi è venuta questa idea, capire se mi hai mai imparata, se hai mai trovato un verso alle righe del mio foglio protocollo, la banda più alta in alto, e guai a calpestare la colonna di destra. io con te non ci sono riuscita, no, e ne è la prova questo regalo che tengo in mano, che potrebbe essere un missile cuore-cuore e invece è una mina antiuomo che non distingue tra una gamba, una zampa o un pneumatico.

parte seconda
ci pareva potesse essere più semplice, con la mia schiena addossata alla tua schiena addossata alla mia schiena, un girotondo di scapole che non si sa dove inizi, se mai ce l’ha avuto, un inizio. ci siamo svegliati così, spalle a coprire altre spalle, ognuno responsabile di metà dello spazio soltanto, ognuno impegnato a farsi passare il passato -metà del passato- addosso, dalla testa giù verso i piedi, sotto i piedi, sotto terra. una scarica di alta tensione che irrigidisce il corpo e toglie il fiato e spegne il cuore, libera, accende il cuore. guardarci in faccia, quello verrà dopo, e se sei alto come me, poco più di me, allora posso proteggerti meglio, non lasciare che la tua vita ti spari un colpo alla nuca a tradimento.

epilogo
ho ordinato i primi otto mesi di quest’anno, in ordine decrescente, sugli scaffali del mio curriculum vitae. riempiendoli, praticamente, ché prima c’era ben poco. ho disposto gli ultimi quattro mesi, veloci e che sembrano quattro anni, sulle mensole della mia mente, ordinati per autore. mi sono quasi buttata dalla finestra -mi sono fermata con la mano sulla maniglia-, eppure -o forse per questo- è stata una delle annate più intense mai registrate dai miei sismografi.

[23 dicembre 2008]

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un altro segno sulle mani, un’altra cicatrice. il viso si va pulendo da tutti quei solchi. non avevo capito, non sapevo che –
non sapevo che non era incipriandoli che li avrei tenuti nascosti.

ho cominciato a gridare davvero solo quando ho serrato le labbra.

ho indossato il loro cappotto – la taglia, la stessa – eppure non mi entrava. al di là del plausibile – fate un applauso, questo è il momento – ero sempre così più grande che mi ci smarrivo dentro.
ecco la cipria, ecco il mascara, ecco il sorriso imperlato di vittoria. erano abiti, era trucco, erano vecchi sentimenti tarmati, e più coprivo me stessa più si sentiva spogliata e fredda.

volevo essere uguale, non sapevo essere uguale.
ecco, dio, prenditi tutto. i miei libri, li vuoi i miei libri? sì? eccoli, ordinati per autore su quegli scaffali. cos’altro?, un voto scarabocchiato in rosso in fondo a compito in classe, va bene, sì? eccolo. c’è scritto brava, sotto, brava e dei punti esclamativi che non ho contato e poi ci dev’essere pure dell’altro e, no, non l’ho letto. non l’ho nemmeno letto. prendilo, prendi e non chiedere. e i miei disegni e le mie poesie e i miei dischi. tutto, fai sparire tutto.
ma poi uguale non lo ero mai.

un altro segno sulle mani, un’altra cicatrice. la prima sei stato tu a darmela, ricordi? occhi che rilucevano e poi di colpo ero fuori a piangere, con metà del corpo divelta dai brividi – hai mai giocato a staccare la coda alle lucertole, da bambino? non riuscivo proprio a capire il senso di quell’appendice, il perché non morissero agonizzanti -, ma era l’unica parte di me che sentivo, il resto non c’era, il resto taceva. pioveva, pioveva e piangevo.

si va pulendo, il mio viso, e le ferite me le tolgo dagli occhi e me le metto sulle mani, mani di bambina che mai hanno conosciuto il lavoro, solo carta e inchiostro. mani che spuntano a malapena da maniche troppo lunghe – rese tali. sulle mani, dove le trova solo chi vuole. chi vuole trovarle, chi vuole appoggiare un dito e percorrere un solco. no, niente fondotinta, grazie: non serve più. non ho niente da nascondere, sono uguale, vede? finalmente uguale. strani i miei occhi, sì? e ancora non ha visto il grande numero dei denti storti, subito dopo l’incantatore di serpenti. si metta comoda, lo spettacolo è appena cominciato, lo spettacolo è per tutta la famiglia.

non sapevo che non era incipriandoli che li avrei tenuti nascosti.

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strappatemi gli occhi dai libri, quelli belli. pinzateli ad altri libri, piuttosto, più secchi e più rochi e per questo più giusti. prendete un filo grosso, un filo spesso, un filo nero, e cucitemi gli occhi a quei numeri e a quelle parole meccaniche, che vanno oleate di tanto in tanto sennò stridono e cigolano e s’inceppano.

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la balistica mi precipita a metà della distanza, e se anche di passi ne bastassero meno, per raggiungerti a testa alta, non saprei aprirmi un varco attraverso il tuo petto. ho parole caricate a salve, stasera, e la mia voce si fa intonaco inumidito: ti cade addosso in briciole e in polvere.

la gittata non è sufficiente per invertire il senso delle lancette, e il prima non diventa un dopo e causa non vuol dire effetto. a queste latitudini la stanchezza non sarà mai un errore.

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press []

è che certi significati non lo capisco che sto facendo una fatica bestia a trovarli. durante, dico. e raccolgo un’ortica e pizzica, eppure mi convinco: è una primula. e non è nemmeno primavera.
ne ho inventati tanti, l’ho capito poi, e come se il passare del tempo potesse realmente trascinare con sé pure la strada, mettere in moto il rettangolo di mondo al di là del finestrino, me ne stavo come quando da bambina mi buttavano in piscina a nuotare a rana, e ce la mettevo tutta e ogni tanto alzavo la testa per capire quanto, ancora, al bordo – poco poco poco pochissimo, vedrai – e non mi ero mossa di un solo metro. e mi dicevano no no, i piedi così e le braccia cosà, e però in acqua coi polmoni sfilacciati e il cuore pure ci stavo io, mica loro. erano sul bordo, loro: in salvo.

ho iniziato a far caso alle pietre miliari, mi appunto il numero sul palmo della mano e quando mi accorgo che il bordo – alle mie spalle, l’unico bordo che riesco a vedere – è ancora lì dove non vorrei che fosse, riciclo il vecchio trucco, qualche bracciata a stile e poi forza e coraggio, che questa volta è la volta buona. e magari fuori dai miei occhiali c’è un cartello che dice stradachiusa, e invece dentro ai miei occhiali il cartello dice sensounico:avanti, e non sono del tutto convinta che la colpa sia delle lenti o della miopia o del cartello.

la verità è che certi muri non li vedo non li imparo neanche a sbatterci contro cento volte.

[ma poco dopo risorgi solo che non ti accorgi dei sorrisi posticci dei pensieri che scacci delle cose che lasci]

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nessuno lo sa, io lo so e tu lo sai e nessuno, nessuno lo sa. non sta accadendo, forse, se decido di non credermi.

(e prima del grande silenzio e prima che piovesse sale, avevo sepolto dei sentimenti. sono morta, poi, e dopo sono nata ancora, ancora una volta da me stessa, e adesso torno a cercarli e adesso li dissotterro in questa vita nuova)

la vista e l’udito – olfatto: anestetizzato, tatto: irrilevante, lingua impastata nella mia saliva di sempre – camminano sui piedi di un’altra donna. di un altro uomo, se la stanchezza prescinde dal genere. piedi di donna, caviglie di donna, stanca, cosce, ginocchia di donna. stanchezza di uomo.
stanchezza di angelo: un punto interrogativo, un omissis quanto mai inopportuno tra le gambe.

mi sento come: lo sfregare di matita – sfregio di matita – di ieri sulle lenzuola a righe, sul biancogiallobianco-giallo delle lenzuola.

il vetro, tutto quel vetro. il bianco.
di riflesso, lineamenti senza spigoli. e allora sì, sono io.

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crepitare:
di legna umida sul fuoco – calore.
di pioggia – ho due maglioni, ho freddo.

di legna umida, e poi l’acqua cade l’acqua è così tanta da spegnere –
verbo spegnere, transitivo. alle volte distratto, diméntico di farsi riflessivo, e grazie, e arrivederci: sì, non ne dubito.
terza persona singolare – presente indicativo. l’acqua spegne.
un crepitare che annienta l’altro, e più per più fa meno e pare non ci siano errori, sebbene io non capisca.

il mondo piove assieme alla pioggia.
ha detto: oggi è ancora ottobre. no: tu menti. è arrivato prima, il bastardo, mi ha fregato un giorno – ridammelo.
tu menti o tu sbagli o tu sei stato raggirato, come me.
quanti anni sono, oggi? quattro, mi pare. era sabato, forse era ieri.

avevi lo sguardo triste di chi non sa più come lottare, di chi ha finito le parole da dire e si tiene stretta quell’ultima – addio – e io non la volevo sentire e mi ricordo che ho preso la mia vita e l’ho moltiplicata per due e alla fine ho pareggiato i conti con qualche moneta che avevo in tasca, ed eccolo il mistero rivelato: non eri poi così più grande di me. come dire: un’altra distanza come questa e a me resterà una sola parola, e non voglio – era puro egoismo, ma solo fuori – e allora non ti ho dato il permesso di andartene, e tu poi non mi hai voluta accanto mentre i tuoi occhi rossi piano tornavano di quel verde che mi hai negato senza aver voce in capitolo, mentre io smettevo di sentirmi vecchia e tu invecchiavi di colpo, nei capelli e sotto i capelli.

e parlo di te – presente – al passato perché non puoi sentirmi, e ancora se metto la mia vita davanti allo specchio e aggiungo, all’una, l’altra, quello che trovo è un po’ meno di te. ogni anno ti rosico un anno, ti offende questo mio rincorrerti?

qui, nella mia mano – anche quando mi stai in piedi davanti, anche adesso che non ti vedo: no, non sei poi così grande. più bianco, forse, solo.

a parte quel verde, tutti gli altri tuoi colori me li hai versati dentro.

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parti prima e seconda – l’apparato psico-cinematografico, l’apparato cardio-meteorologico.

sono madre di una bambina muta, sono la figlia – muta – di una madre che ha imparato a fare a meno della voce. sono la compagna vedente e per questo cieca del padre di una bambina muta. non sono madre e non sono figlia, e articolare i suoni oggi mi costa fatica.
oggi è già autunno, e l’autunno cade – banale il gioco di parole – più delle altre stagioni, perché anche l’inverno cade ma la pioggia è trasparente e la neve tace e nasconde, e invece l’autunno cade col vento, con le foglie sfinite dalla vita, cade e si trascina, e striscia e puzza di terra bagnata. uno dei profumi che preferisco, in verità, come anche l’odore della benzina, a scorticare le narici. e dici che, sì, è una transizione, proprio come la primavera, e penso che, no, la primavera è un risveglio, la primavera non è un passaggio, apre piano gli occhi incollati dal sonno, chiede ancora cinque minuti per dormire, e poi altri cinque e poi non può fare a meno di alzarsi, di essere. c’è lentezza, nella primavera, e torpore e ottusità. l’autunno, questo autunno, è una lotta. è fatica e freddo, l’eco ormai insipida del calore settembrino e io che mi lascio innamorare ogni giorno, alla finestra o per strada o col naso all’insù, io che vivo di maglioni pesanti e tisane calde e che odierò novembre, ancora una volta, tra pochi giorni.
amo l’autunno. è quel che mi mancherà, più di tutto, se. no, meglio: che mi mancherebbe, più di tutto, se.

parte terza – l’apparato cardio-dissuasivo

ti lasci spaventare – faccio davvero paura? – dal mio avere scritto: benzodiazepine. rimbambimento chimico, ma è storia passata. eppure, ancora lì sul comodino, tra i libri e quel libro e i prossimi tre anni della mia vita riassunti in poche pagine. e se chiudo gli occhi le sento, le gocce dolciastre, e l’acqua e la mia saliva e tutto insieme, e il ribollire del pensiero che piano si stacca e si sposta dietro, all’indietro, nella mente. un sonno sintetico, un surrogato silenzioso della tua presenza frenante: corre il battito, premi sul freno, corre il pensiero, premi sul freno, corre via il sonno – il sonno dei giusti -, premi sul freno. abbracciami, calmami. rallentami.

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[ press: ]

un sapore nel palato della mente. cioccolato fondente e poi una susina, dolce e succosa e liquida. e poi caffè, caffè senza zucchero, caffè a lavare via tutto il resto. ruvido, come un rimprovero, come uno schiaffo. rido e ti prendo per mano e ti chiedo di ridere, di immergere la testa sott’acqua, di affondare i piedi nella sabbia, di chiudere gli occhi e saltare. sono io il mio paracadute, tu sei la terra su cui mi andrò a schiantare se non funzionerò, quella di cui avrò paura prima dell’impatto, e quella su cui atterrerò piano, delicata, in caso contrario. io sono per te la fine del volo, della caduta, della discesa, il primo gradino della salita e forse anche il secondo, dovessi tu non funzionare. il rumore delle ossa rotte il colore violaceo degli ematomi. ma se il meccanismo non s’inceppa, se le tue ali reggono e se la gravità si stanca di te, invece, sono qui, cioccolato fondente e susina e caffè, e camminami pure, una volta riguadagnato il suolo, corri le tue corse e i tuoi metri e i tuoi viaggi su di me. e su di te ballerò i miei balli, avendo ben cura di non pestarmi di non pestarti i piedi, con i miei piedi nudi.

[ press: ║ ]

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