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Posts Tagged ‘feelings’

quattro mesi di autobus e scuola superiore, e quel che resta della tela bianca è il colore del tuo zainetto. gli invento un passato non troppo lontano, tua madre che dice ‘si sporcherà subito’, tu che già lo amavi prima ancora di comprarlo, e che adesso provi per lui l’inattaccabile, sgualcito amore dei compagni di viaggio. mi chiedo se dentro ci tieni un diario che è un pezzo di vita, com’era anche il mio, e quali sono le pagine che strapperesti, quali invece quelle che vorresti uguali nei diari dei prossimi anni. hai la bellezza che si impara da adulti, quella che i quindici anni non sanno vedere, le sopracciglia folte e perfette e i lunghi capelli scuri, un po’ mossi. hai la tua età timbrata addosso, una fascia di perline e l’orsetto che si tiene alla cerniera, per non caderti via. potessi credermi anche solo per un istante, verrei a dirti che tanto finisce presto e comunque non finisce mai, e ti farei un sorriso complice che non capiresti prima di altri dieci anni, ma tu ne hai solo quindici e hai tutta la storia dietro e tutte le vite che vuoi davanti, e il futuro lo guardi ancora e solo con gli occhi chiusi.

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e non capisco come appendere la mia pelle alle tue dita, come quei due girasoli tristi che aggrappati alla porta danno al cielo soltanto la schiena, e oltre il nero della microfibra e il cotone della felpa ti sento addosso come la maglietta incollata alla schiena dal gavettone di ferragosto, e dovrebbe essere bello eppure non so o non rispondo e se raccolgo il filo tra le linee del palmo suona a vuoto suona a morto, e allora premo forte con un dito per ogni estremo della pila ma il giallo della riga resta nero e il mio cuore stanca tutte e quattro le ginocchia nella corsa e piange con sei occhi almeno.

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ho fatto tre passi nella tua direzione e adesso che per inquadrarmi tutta devi muovere la testa dici che non mi trovi più in quello che scrivo. non mi sono lasciata, no, solo mi sono smontata in dettagli e ho ingrandito le singole parti affinché tu riesca a scorgere la linea interrotta del sopracciglio sinistro, le cicatrici sulle ginocchia, e se non mi vedi unica è perché mi stai imparando meglio. dai miei pochi centimetri di distanza ti apro le palpebre e racconto di me ai pigmenti dell’iride, ti appoggio sugli occhi le mie parole, ciascuna un cucchiaio e il permesso di rovistare la mia polpa -e pezzi di frutta- dentro alle spaccature che indosso ogni giorno.

[un amore per nulla astigmatico, vorrei, che sappia tenermi stretta a fuoco in macro digitale, un amore con lo zoom ottico, che sappia ingrandirmi fino a farmi vicina. vorrei un amore antiriflesso, che mi protegga dal buio della troppa luce, un amore a tratti fotocromatico, che aggiusti il mondo ai miei limiti e mi corregga per ogni mondo possibile. che tu sia per me: la lente, il vetro lavorato che si adatta a me e a me sola. ricordami, ti prego, di fare attenzione alle viti della montatura, che sono piccole e si lasciano perdere senza troppo dolore, senza fare rumore]

mi dici, non ti conosco abbastanza per guardarti così da vicino. tu guardami e vedimi e impara a conoscermi.

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vorrei: dare a tutte le mie me stessa la circolarità di un volto solo, mostrarmi tutta da qualsiasi lato mi si guardi, la pancia profanata e la fede sconsacrata, il disordine delle dieci dita e la voce che si mangia i piedi con i denti, lasciare a ogni direzione la capacità di incontrarmi intera, trovare la mano da stringere e sdraiarla al mio fianco e leccare insieme la superficie del mondo.

vorrei: ascoltare la fatica dei capelli che crescono e masticare e deglutire e digerire le catene montuose che a volte fioriscono sulla crosta del cuore, calpestare e ferire la pioggia, portare sempre rispetto ai miei peccati migliori. portarmeli addosso, i miei peccati migliori: che si vedano bene.

vorrei: fermare e tagliare e incollare certi sorrisi e certe mezzore dentro a un caleidoscopio, staccare con due mani il cavo che passa per gli occhi e sintonizzare la vista sulla risacca e il pellegrinaggio dell’onda, mettere una mano davanti alla bocca prima che le orecchie mi sentano accusare, te l’avevo detto, mordere la mano che fallisce le carezze.

vorrei: avere un luogo speciale che conosca il nome di almeno metà delle mie lacrime, avere una cassaforte in cui riporre i miei dolori importanti e tutti i colori che gli anni mi hanno contato in testa e sulle unghie, una cannuccia con cui bere via tutto il pianto in eccesso dalle gote di chi mi attraversa la vita sulle strisce pedonali e solo quando è verde, una siringa che tiri fuori il sangue cattivo dal cuore.

vorrei: lasciare che certi coltelli mi attraversino, aprire la schiena e lasciarli passare e uscire e andare dove vogliono andare, chiudere con un bacio sulla fronte i tagli che si aprono sotto la pelle, allungare una mano e pulire via la nebbia, tossire via la rabbia, starmene sotto la coperta grossa a guardare fuori dalla finestra spalancata il cielo che ci diluvia addosso.

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parte prima
come un cassetto, la tua voce, e le tue parole sono i calzini e il resto della biancheria che io tiro fuori con tutte e due le mani e dieci dita, che io butto alla rinfusa, affinché nulla resti non conosciuto: se mi vedrai arrivare, starò cercando qualcosa.
mi è venuta questa idea, capire se mi hai mai imparata, se hai mai trovato un verso alle righe del mio foglio protocollo, la banda più alta in alto, e guai a calpestare la colonna di destra. io con te non ci sono riuscita, no, e ne è la prova questo regalo che tengo in mano, che potrebbe essere un missile cuore-cuore e invece è una mina antiuomo che non distingue tra una gamba, una zampa o un pneumatico.

parte seconda
ci pareva potesse essere più semplice, con la mia schiena addossata alla tua schiena addossata alla mia schiena, un girotondo di scapole che non si sa dove inizi, se mai ce l’ha avuto, un inizio. ci siamo svegliati così, spalle a coprire altre spalle, ognuno responsabile di metà dello spazio soltanto, ognuno impegnato a farsi passare il passato -metà del passato- addosso, dalla testa giù verso i piedi, sotto i piedi, sotto terra. una scarica di alta tensione che irrigidisce il corpo e toglie il fiato e spegne il cuore, libera, accende il cuore. guardarci in faccia, quello verrà dopo, e se sei alto come me, poco più di me, allora posso proteggerti meglio, non lasciare che la tua vita ti spari un colpo alla nuca a tradimento.

epilogo
ho ordinato i primi otto mesi di quest’anno, in ordine decrescente, sugli scaffali del mio curriculum vitae. riempiendoli, praticamente, ché prima c’era ben poco. ho disposto gli ultimi quattro mesi, veloci e che sembrano quattro anni, sulle mensole della mia mente, ordinati per autore. mi sono quasi buttata dalla finestra -mi sono fermata con la mano sulla maniglia-, eppure -o forse per questo- è stata una delle annate più intense mai registrate dai miei sismografi.

[23 dicembre 2008]

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un altro segno sulle mani, un’altra cicatrice. il viso si va pulendo da tutti quei solchi. non avevo capito, non sapevo che –
non sapevo che non era incipriandoli che li avrei tenuti nascosti.

ho cominciato a gridare davvero solo quando ho serrato le labbra.

ho indossato il loro cappotto – la taglia, la stessa – eppure non mi entrava. al di là del plausibile – fate un applauso, questo è il momento – ero sempre così più grande che mi ci smarrivo dentro.
ecco la cipria, ecco il mascara, ecco il sorriso imperlato di vittoria. erano abiti, era trucco, erano vecchi sentimenti tarmati, e più coprivo me stessa più si sentiva spogliata e fredda.

volevo essere uguale, non sapevo essere uguale.
ecco, dio, prenditi tutto. i miei libri, li vuoi i miei libri? sì? eccoli, ordinati per autore su quegli scaffali. cos’altro?, un voto scarabocchiato in rosso in fondo a compito in classe, va bene, sì? eccolo. c’è scritto brava, sotto, brava e dei punti esclamativi che non ho contato e poi ci dev’essere pure dell’altro e, no, non l’ho letto. non l’ho nemmeno letto. prendilo, prendi e non chiedere. e i miei disegni e le mie poesie e i miei dischi. tutto, fai sparire tutto.
ma poi uguale non lo ero mai.

un altro segno sulle mani, un’altra cicatrice. la prima sei stato tu a darmela, ricordi? occhi che rilucevano e poi di colpo ero fuori a piangere, con metà del corpo divelta dai brividi – hai mai giocato a staccare la coda alle lucertole, da bambino? non riuscivo proprio a capire il senso di quell’appendice, il perché non morissero agonizzanti -, ma era l’unica parte di me che sentivo, il resto non c’era, il resto taceva. pioveva, pioveva e piangevo.

si va pulendo, il mio viso, e le ferite me le tolgo dagli occhi e me le metto sulle mani, mani di bambina che mai hanno conosciuto il lavoro, solo carta e inchiostro. mani che spuntano a malapena da maniche troppo lunghe – rese tali. sulle mani, dove le trova solo chi vuole. chi vuole trovarle, chi vuole appoggiare un dito e percorrere un solco. no, niente fondotinta, grazie: non serve più. non ho niente da nascondere, sono uguale, vede? finalmente uguale. strani i miei occhi, sì? e ancora non ha visto il grande numero dei denti storti, subito dopo l’incantatore di serpenti. si metta comoda, lo spettacolo è appena cominciato, lo spettacolo è per tutta la famiglia.

non sapevo che non era incipriandoli che li avrei tenuti nascosti.

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strappatemi gli occhi dai libri, quelli belli. pinzateli ad altri libri, piuttosto, più secchi e più rochi e per questo più giusti. prendete un filo grosso, un filo spesso, un filo nero, e cucitemi gli occhi a quei numeri e a quelle parole meccaniche, che vanno oleate di tanto in tanto sennò stridono e cigolano e s’inceppano.

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