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Posts Tagged ‘feelings’

è che io non ci sono, lì dentro. non lo faccio apposta, solo è un’abitudine, una delle tante, e allora non devo impegnarmi o concentrarmi o fare uno sforzo di qualsiasi tipo. sovrappensiero mi chiamo, non mi rispondo, e cerco e mi cerco ma mai che mi trovi. sempre meno, dovrei dire: mi trovo sempre meno. e se anche mi sfilo questa coperta che mi han buttato addosso, se anche la afferro alle due estremità e la scuoto forte, non c’è un solo pezzo di me che cada a terra. ci avevo sperato, confesso: ci avevo sperato. e le persone parlano e parlano e si prendono cura di me con la voce, la loro piccola voce che mi avvolge e mi penetra come una lingua — lunga, liquida — dentro alle orecchie al naso alla gola, che assaggia il sapore del cuore (manca di sale) e poi spunta a divaricarmi le gambe. che chiede e risponde e che vuole sapere, dice di me ma parla soltanto di sé. io non ci sono, lì dentro. non in una singola parola. e dentro di me nemmeno, probabilmente; ho provato a strappare la pelle, smontare e riassemblare il corpo — mi sono avanzati dei pezzi — ma di me nessuna traccia. mi sono nascosta bene, a quanto pare, e non lo faccio apposta, no, ho proprio dimenticato la combinazione e dove ho messo la chiave. qual è la parola d’ordine. ci sono giorni, però, in cui vorrei trovarmi le mani e la fronte e i piedi di qualcuno che non sono io dentro ai polmoni, o al fegato o alle ovaie. cioè: vorrei avermi a disposizione, specie quando fuori non fa troppo freddo, e che senza scarpe e senza lacerarmi la pelle qualcuno mi bussi piano sullo sterno — prego: è aperto. è aperto? —, che faccia un passo ed entri. che si trovi a suo agio, seduto sulla cassa toracica, e che non mi aggiunga altro peso, perché da sempre ho qualche problema con la mia dimensione nel mondo. non una coperta, non fuori: dentro.

mi chiedo se avrebbero voglia di starmi a sentire, dovessi star male davvero.

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ho canzoni che mi innamorano le orecchie, libri che mi innamorano gli occhi, terre che mi innamorano il cuore. le persone, di solito, m’innamorano la testa, e a volte gli occhi e le orecchie e la lingua e le mani e il naso, e il cuore alza le braccia alza lo sguardo e s’arrende, allora, bandiera bianca bandiera rossa e come un toro m’inseguo il sangue, dentro. altre volte sono i muscoli delle gambe o le articolazioni delle spalle — la scala delle vertebre lungo la schiena — che amplificano il battito per primi, e ancora il piede non ha svegliato la grancassa.

silenzio, per un istante, ma non ho avuto paura. mi sono addormentata dentro a un corpo vuoto, dentro un corpo spento, ma poi ho riattaccato la corrente e son tornata a vibrare a vociare a vocalizzarmi le consonanti: sono tornata verticale. son tornata, perché non avevo ancora finito. e ho pensato che tutti i baci hanno lo stesso sapore anche se hanno gusti diversi, e che certi ti restano attaccati ai denti come il chewing gum quando ero bambina, e ho pensato che so fare solo i palloncini che non si masticano, io, quelli che si riempiono con l’aria che avanza e che al massimo sanno di plastica. le bolle di sapone e i giri su me stessa, so fare, i cerchi col bicchiere e le facce che ridono sul vetro appannato. mi terrò intera, seppure disassataha detto, disossata —, e forse cercherò un po’ di magia che mi sostenga quando lo scheletro si farà liquido. ho imparato la casa a occhi chiusi e ho cercato di scrivere con la sinistra, intanto, ma se la voce mi si rompesse non saprei parlare a gesti. e ci sono state notti in cui ti ho ritrovato nell’attesa tra i miei piedi freddi e la consolazione della coperta, sempre in ritardo sul mio dolore, sempre in anticipo sul tuo stupore. e ci sono pomeriggi in cui ti penso di meno, serate in cui ti abbasso il volume, ci sono parole che mi sembra parlino di me e invece ci sei tu rannicchiato dentro, e allora mi dico che te lo devo, che ogni tanto ti ho disertato, sì, desertato mai, e che anche se la vita ci ha messo il becco e mi ha messo in bocca queste parole che non vuoi sentire, non posso non voltarmi a salutarti con la mano, a dirti grazie, a rispondere prego e a pregarti — fingendo quel sorriso che da sempre ti innamora il cuore — che quella minaccia diventi una promessa, presto o tardi.

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

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facciamo un gioco, mi hai detto quel giorno che stavo mangiando un’arancia e avevo il naso ancora un po’ chiuso dal raffreddore. il gioco era quello in cui io ti racconto un po’ di cose su di me e tu poi arricci il labbro inferiore e fai finta che io sia un colore, e quella volta hai deciso che ero marrone, pensavo che già lo sapessi che sono fatta di terra e piena di terra, e che ho il sapore della cioccolata fondente. pensavo di essere azzurra, da bambina, e bianca di nuvole, ma adesso preferisco restarmene con le scapole sul pavimento e mettere il mondo tra me e il cielo, per sicurezza.
facciamo un gioco, ti ho detto quel giorno che stavi respirando a pieni polmoni e avevi i capelli un po’ troppo lunghi. il gioco era quello di disegnarci da grandi e poi ritagliarci e metterci a terra, avevo con me i pastelli che mi hai regalato, e quella volta ho incollato me stessa lontana, pensavo che già lo sapessi che sono fatta di strada e piena di passi, e che quando slego le scarpe e le lascio camminare finisco col perdere il passato. pensavo di essere il fuoco di un camino, da bambina, ma poi mi sono scoperta luce artificiale di torcia elettrica, e adesso stringo gli occhi per vedere meglio.
facciamo un gioco, mi han detto quel giorno che avevo una giacca verde e reggevo a fatica l’ombrello. il gioco era quello di pescare da dentro un sacchetto di velluto rosso una risposta e poi capire se il bordo combaciava con le domande che tenevano in tasca, e quella volta ho aperto il palmo e dentro c’era un cerchio e con le forbici gli ho dato un profilo, pensavano che non lo sapessi che sono fatta di errori e piena di errori, e che mi concedo sempre un secondo tentativo almeno. pensavo di essere esatta, da bambina, e capace, ma adesso sono felice di essere sbagliata e migliorabile, e preferisco mettere la soddisfazione di avercela fatta o la consolazione di averci provato tra l’oggi e il domani.
facciamo un gioco, mi sono detta quel giorno che stavo seduta in cucina e i piedi non arrivavano a terra. il gioco era quello in cui cresco e poi inarco le sopracciglia davanti allo specchio e cerco di capire se assomiglio a una delle principesse dei cartoni animati, e quella volta ho bevuto un altro sorso di succo di frutta e ho detto, forse, pensavo che già lo sapessi che sono fatta di desideri e piena di immaginazione, e che ho il sapore delle cose inverosimili. pensavo di essere magica, da bambina, ma poi mi sono scoperta adulta e adesso chiudo gli occhi per vedere meglio.

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sono infrettolita, qualcuno mi riscalmi.

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not knowing where your future lies and all prepared to conquer life
we get no answers from the past

ho solo parole che scavalcano i denti e scivolano fuori dalla bocca, e con la mano sulla mano sulle labbra impedisco alla mia voce di uscire dalle punta delle dita. sembrano passati giorni dall’ultima dose di ossigeno -le braccia han chiuso i buchi, mi disintossico piano-, anni da che le vene sono state deviate dal cuore; e l’uva appassita e il sangue dolce dal fiato corto, buono solo per gli insetti, giù fino al punto più distante di me, solo e sempre una sbornia triste. anche se alzo le braccia non occupo molto più dei miei centosessantacinque centimetri -un ingombro ragionevole-, e tuttavia vorrei srotolare i miei metri sul mondo, presto o tardi, e guardarmi sciolta, slegata, in linea retta.

sometimes you’re lucky, sometimes you’re not

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ho pensato che le domande si fanno, come i figli e i biscotti e i buchi nel muro, come le orecchie a bordo pagina, i sogni, i viaggi, i conti e gli errori, e come tutto quello che prima non c’era e dopo invece c’è.
ho pensato che le risposte si danno, come i regali o le carte, come un’aspirina e lo smalto e un bacio e un voto e la ragione, e come tutto quello che c’era anche prima ma era altro oppure era altrove.

ti ho promesso un’attesa paziente che mantengo a fatica. ti proteggo con la distanza e il fuoco di copertura del mio silenzio, e perdonerò anche te, come ho fatto con tutti, per essertene andata con i pugni pieni della mia fiducia. ti avevo spillata al mio fianco e tu hai spillato il mio sangue, e io lo imbottiglio e lo tappo e lo metto in cantina, in caso ci sia da brindare ad annate migliori, far fronte a giornate peggiori.
il meteo consiglia cautela e schiene rasenti al muro, io giro il vento a mio vantaggio e stendo le guance ad asciugare.

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scivolosa, silenziosa – assente: sguscio fuori dalla mia vita ogni volta che faccio ritorno.
le mie scarpe indietreggiano fino a questa terra dagli occhi sordi a qualsiasi sapore, la patria delle parole che non costano o che anche quando piangono è soltanto uno spreco di acqua minerale.

tornare è per me come baciarmi la buonanotte sulla fronte e disertare metà della mia metà di letto, pagare inserire convalidare girare il titolo di viaggio o la chiave e fuggirmi incontro. ho l’incauta certezza che mi incontrerei, se solo uscissi o mi sporgessi -donna geranio- dal balcone, e per non mentirmi ancora me ne resto nascosta al centro di questa spianata che è stata il mio trampolino di lancio per -da, di- tutto, qui dove le promesse sono verdi sugli alberi e nessuno ha ancora intuito che il lavaggio spaierà necessariamente calzini, domande e risposte.

è una terra staccata da terra -un’isola-, un cielo al cielo sepolto. una montagna priva di peso, pendici, pendenza, e pure il dolore, che piove dall’occhio alla federa, fa meno male che altrove. nessuno diventa animale in questo paese dei balocchi, neppure se smonta se sventra se stesso, e la testa comunque sa sciogliere i fili annodati dal cuore attorno allo stomaco, ma forse è perché la lana dei gomitoli non stringe poi tanto.

(torno a combattere la mia solitaria guerra di contenimento: mi contengo dentro me stessa e contengo tutto il resto al di fuori. ho legato sul petto una maschera a gas, per evitare che il cuore venga contaminato, e ho ingoiato un silenziatore che mi impedisca, anche sotto la più spietata delle mie torture, di tradire me stessa. ho colato cera dentro alle orecchie, poi, in caso la voce fallisca il silenzio, e mi sono armata di nebbia per coprirmi, dovessi mai trovarmi nuda -tremante, tremolante- davanti ai miei occhi.)

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quattro mesi di autobus e scuola superiore, e quel che resta della tela bianca è il colore del tuo zainetto. gli invento un passato non troppo lontano, tua madre che dice ‘si sporcherà subito’, tu che già lo amavi prima ancora di comprarlo, e che adesso provi per lui l’inattaccabile, sgualcito amore dei compagni di viaggio. mi chiedo se dentro ci tieni un diario che è un pezzo di vita, com’era anche il mio, e quali sono le pagine che strapperesti, quali invece quelle che vorresti uguali nei diari dei prossimi anni. hai la bellezza che si impara da adulti, quella che i quindici anni non sanno vedere, le sopracciglia folte e perfette e i lunghi capelli scuri, un po’ mossi. hai la tua età timbrata addosso, una fascia di perline e l’orsetto che si tiene alla cerniera, per non caderti via. potessi credermi anche solo per un istante, verrei a dirti che tanto finisce presto e comunque non finisce mai, e ti farei un sorriso complice che non capiresti prima di altri dieci anni, ma tu ne hai solo quindici e hai tutta la storia dietro e tutte le vite che vuoi davanti, e il futuro lo guardi ancora e solo con gli occhi chiusi.

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e non capisco come appendere la mia pelle alle tue dita, come quei due girasoli tristi che aggrappati alla porta danno al cielo soltanto la schiena, e oltre il nero della microfibra e il cotone della felpa ti sento addosso come la maglietta incollata alla schiena dal gavettone di ferragosto, e dovrebbe essere bello eppure non so o non rispondo e se raccolgo il filo tra le linee del palmo suona a vuoto suona a morto, e allora premo forte con un dito per ogni estremo della pila ma il giallo della riga resta nero e il mio cuore stanca tutte e quattro le ginocchia nella corsa e piange con sei occhi almeno.

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ho fatto tre passi nella tua direzione e adesso che per inquadrarmi tutta devi muovere la testa dici che non mi trovi più in quello che scrivo. non mi sono lasciata, no, solo mi sono smontata in dettagli e ho ingrandito le singole parti affinché tu riesca a scorgere la linea interrotta del sopracciglio sinistro, le cicatrici sulle ginocchia, e se non mi vedi unica è perché mi stai imparando meglio. dai miei pochi centimetri di distanza ti apro le palpebre e racconto di me ai pigmenti dell’iride, ti appoggio sugli occhi le mie parole, ciascuna un cucchiaio e il permesso di rovistare la mia polpa -e pezzi di frutta- dentro alle spaccature che indosso ogni giorno.

[un amore per nulla astigmatico, vorrei, che sappia tenermi stretta a fuoco in macro digitale, un amore con lo zoom ottico, che sappia ingrandirmi fino a farmi vicina. vorrei un amore antiriflesso, che mi protegga dal buio della troppa luce, un amore a tratti fotocromatico, che aggiusti il mondo ai miei limiti e mi corregga per ogni mondo possibile. che tu sia per me: la lente, il vetro lavorato che si adatta a me e a me sola. ricordami, ti prego, di fare attenzione alle viti della montatura, che sono piccole e si lasciano perdere senza troppo dolore, senza fare rumore]

mi dici, non ti conosco abbastanza per guardarti così da vicino. tu guardami e vedimi e impara a conoscermi.

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