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Posts Tagged ‘fear’

Esco di casa.
Si avvicinano in due, mi chiedono scusa hai una sigaretta?
Penso oh cazzo, qui si mette male, poi però dico a me stessa che non c’è nulla di cui avere timore: vivo a Bologna, in fondo. Qui le donne le stuprano solo, mica le ammazzano di botte.

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Credevo ci fosse una sottospecie di illuminazione pubblica, dal momento che ti lasciano entrare fino alle 16:30.
Il sorvegliante mi ha detto che potevo stare dentro quanto volevo, che potevo uscire dai tornelli, ce n’è uno subito qui a destra, sì grazie l’ho visto arrivando. E, infatti, dentro c’era un sacco di gente, nonostante fossero già le 16:25.
Credevo ci fossero dei lampioni.
Credevo. Ma sbagliavo, e di grosso.
Assistens Kirkegård è un posto strano. È un cimitero, ma gli abitanti di Copenhagen lo usano come un parco: ci vengono a correre, ci fanno i picnic, ogni tanto un qualche musicista si mette in un angolo a provare. Non solo: ospitando tutte le figure di spicco degli ultimi due secoli di storia danese (Hans Christian Andersen, Søren Kierkegaard, Niels Bohr, e molti altri che non so chi siano), è pieno di cartelli che indicano dove è sepolto questo, dove è sepolto quello; una specie di Père Lachaise, insomma, o di Cemitério dos Prazeres (che è un altro cimitero parecchio strano che sta a Lisbona, ma sembra non avere una pagina nemmeno nella wikipedia portoghese; se vi capita, però, fateci una capatina perché – come Lisbona stessa – merita davvero).

Assistens Kirkegård at 16:30

Ora, le 16:25, ho detto, e circa mezz’ora prima di non vedere a un palmo dal mio naso. Siccome sono notoriamente un cuore impavido, ho cercato sulla mappa all’ingresso l’ubicazione della tomba del caro vecchio Hans Christian e, credetemi, a trovarla in mezzo a tutte le altre ci ho messo un po’ meno che niente. L’alternativa era restare a) al buio, b) dentro un cimitero che c) non conosco e che, per giunta, d) ha una candela, o al massimo un cero, in una tomba su venti, forse su venticinque. Non sono venuta a Copenhagen per morire d’infarto autoindotto, diciamo così, e in fondo Søren e Niels e tutti-gli-altri non è che abbiano esattamente fretta, adesso, e credo proprio che possano aspettarmi tranquillamente ancora per qualche giorno.
Nel tornare verso il tornello, però, una cosa ha colpito la mia attenzione: una zucca, con su scritto Happy Halloween, in mezzo ad una marea di fiori. Una lapide recentissima, la foto di una donna molto giovane, un nome che non mi ha detto assolutamente nulla.
Natasja Saal, ora so chi eri.

[Nella foto, il viale principale dell’Assistens, alle 16:30]

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sei poco distante da casa e allora torni a piedi e quando sei sul ponte però uno col motorino rallenta e accosta e tu invece acceleri e lui allora riparte, ma poi fa inversione a U nonostante la doppia riga continua, ti supera e ancora, con un’altra inversione, la scena si ripete, e tu lo controlli con la coda dell’occhio ma fai finta di guardare altrove e lui, ancora inversione, imbocca una strada che sai che sbuca esattamente dove dovrai attraversare tu e pensi fottuti bolognesi mai che siate in giro quando servite, e ti chiedi se puoi cambiare strada, no, se puoi evitare l’incrocio, no, e allora intanto prendi fuori le chiavi dalla borsa, e poi lo vedi, infatti, sbucare al semaforo e accostare all’angolo, e aspettare, e tu cammini rasentando il muro ma lui ti vede lo stesso, riparte, rallenta e accosta ma non arriva nessuno e tu cominci a correre all’impazzata, attraversi col rosso e intanto cerchi la chiave, e sono tutte così dannatamente uguali, e arrivi sotto casa, e senti il suo motorino dietro, e senti che ha accelerato, e infili la chiave e ti volti solo mentre chiudi la porta con tutta la forza che hai e vedi che lui è lì, a pochi metri da te

accendi la luce e sali le scale, di corsa, anche se sai di essere al sicuro, eppure corri, corri e trattieni il respiro, poi entri in casa e chiudi la porta, doppia mandata, e senti il motorino, fuori, avanti e indietro, e allora spegni la luce perché temi che sia sufficientemente matto da prestare attenzione alla tua finestra illuminata, ti siedi e ricominci a respirare, e ti fa male il petto, e resti al buio con gli occhi spalancati ad ascoltare il tuo respiro affannato, ad ascoltare il rumore del motorino che, ancora, continua a fare avanti e indietro sotto casa

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