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Posts Tagged ‘father’

crepitare:
di legna umida sul fuoco – calore.
di pioggia – ho due maglioni, ho freddo.

di legna umida, e poi l’acqua cade l’acqua è così tanta da spegnere –
verbo spegnere, transitivo. alle volte distratto, diméntico di farsi riflessivo, e grazie, e arrivederci: sì, non ne dubito.
terza persona singolare – presente indicativo. l’acqua spegne.
un crepitare che annienta l’altro, e più per più fa meno e pare non ci siano errori, sebbene io non capisca.

il mondo piove assieme alla pioggia.
ha detto: oggi è ancora ottobre. no: tu menti. è arrivato prima, il bastardo, mi ha fregato un giorno – ridammelo.
tu menti o tu sbagli o tu sei stato raggirato, come me.
quanti anni sono, oggi? quattro, mi pare. era sabato, forse era ieri.

avevi lo sguardo triste di chi non sa più come lottare, di chi ha finito le parole da dire e si tiene stretta quell’ultima – addio – e io non la volevo sentire e mi ricordo che ho preso la mia vita e l’ho moltiplicata per due e alla fine ho pareggiato i conti con qualche moneta che avevo in tasca, ed eccolo il mistero rivelato: non eri poi così più grande di me. come dire: un’altra distanza come questa e a me resterà una sola parola, e non voglio – era puro egoismo, ma solo fuori – e allora non ti ho dato il permesso di andartene, e tu poi non mi hai voluta accanto mentre i tuoi occhi rossi piano tornavano di quel verde che mi hai negato senza aver voce in capitolo, mentre io smettevo di sentirmi vecchia e tu invecchiavi di colpo, nei capelli e sotto i capelli.

e parlo di te – presente – al passato perché non puoi sentirmi, e ancora se metto la mia vita davanti allo specchio e aggiungo, all’una, l’altra, quello che trovo è un po’ meno di te. ogni anno ti rosico un anno, ti offende questo mio rincorrerti?

qui, nella mia mano – anche quando mi stai in piedi davanti, anche adesso che non ti vedo: no, non sei poi così grande. più bianco, forse, solo.

a parte quel verde, tutti gli altri tuoi colori me li hai versati dentro.

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Mio padre è interista, uno di quegli interisti che sono interisti da sempre, uno di quelli che quasi ti viene il dubbio che ci siano nati, interisti.

Ho in mente una vecchia foto: una trentina d’anni in meno su quel volto arrossato dal freddo, un sigaro in bocca e un’orribile berretta di lana a righe orizzontali blu e nere, con scritto Inter. Poteva essere San Siro come il Dall’Ara, non so. Una volta mi ci ha anche portato, allo stadio: Bologna-Inter, e Dio quanto pioveva.

Mio padre è uno di quegli interisti che non s’incazzano mai con nessuno, quando prendono un gol su un rigore che non c’era; che non spaccano niente, neppure quando la squadra vince. Che non hanno problemi ad ammettere di aver fatto gol su un rigore che non c’era, e che comunque non alzano mai la voce, né al bar né davanti alla TV. Non fanno caroselli di auto, quando l’Inter vince lo scudetto, né si sentono più felici o sbeffeggiano gli altri.
Mio padre è uno di quegli interisti a cui il calcio piace, uno di quegli interisti che tifano Inter perché per una squadra bisogna pure tifare, e loro hanno scelto di tifare Inter, chissà poi per quale motivo, chissà poi se c’era, un motivo.
Mio padre è uno di quegli interisti talmente abituati a perdere che adesso nemmeno si capacitano di aver vinto lo scudetto. Papà, alla fine ce l’avete fatta!, gli ho detto oggi. Pare di sì, mi ha risposto, con quel suo sorriso a metà tra il timido e l’orgoglioso, mentre mia madre diceva che, sì, l’han vinto, ma han fatto di tutto per perderlo. È milanista, mia madre, ma in realtà del calcio non glien’è mai importato niente. Mio padre, invece, è interista. E, sospetto, è uno di quegli interisti che, dopo anni di patimenti silenziosi, dopo sconfitte ed eliminazioni e meline a centro campo, vorrebbe per una volta la grazia di una piccola e innocua soddisfazione senza troppe polemiche. Ma sa benissimo che questo non succederà mai.

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