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Posts Tagged ‘diary’

è che io non ci sono, lì dentro. non lo faccio apposta, solo è un’abitudine, una delle tante, e allora non devo impegnarmi o concentrarmi o fare uno sforzo di qualsiasi tipo. sovrappensiero mi chiamo, non mi rispondo, e cerco e mi cerco ma mai che mi trovi. sempre meno, dovrei dire: mi trovo sempre meno. e se anche mi sfilo questa coperta che mi han buttato addosso, se anche la afferro alle due estremità e la scuoto forte, non c’è un solo pezzo di me che cada a terra. ci avevo sperato, confesso: ci avevo sperato. e le persone parlano e parlano e si prendono cura di me con la voce, la loro piccola voce che mi avvolge e mi penetra come una lingua — lunga, liquida — dentro alle orecchie al naso alla gola, che assaggia il sapore del cuore (manca di sale) e poi spunta a divaricarmi le gambe. che chiede e risponde e che vuole sapere, dice di me ma parla soltanto di sé. io non ci sono, lì dentro. non in una singola parola. e dentro di me nemmeno, probabilmente; ho provato a strappare la pelle, smontare e riassemblare il corpo — mi sono avanzati dei pezzi — ma di me nessuna traccia. mi sono nascosta bene, a quanto pare, e non lo faccio apposta, no, ho proprio dimenticato la combinazione e dove ho messo la chiave. qual è la parola d’ordine. ci sono giorni, però, in cui vorrei trovarmi le mani e la fronte e i piedi di qualcuno che non sono io dentro ai polmoni, o al fegato o alle ovaie. cioè: vorrei avermi a disposizione, specie quando fuori non fa troppo freddo, e che senza scarpe e senza lacerarmi la pelle qualcuno mi bussi piano sullo sterno — prego: è aperto. è aperto? —, che faccia un passo ed entri. che si trovi a suo agio, seduto sulla cassa toracica, e che non mi aggiunga altro peso, perché da sempre ho qualche problema con la mia dimensione nel mondo. non una coperta, non fuori: dentro.

mi chiedo se avrebbero voglia di starmi a sentire, dovessi star male davvero.

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le mani hanno cose da dirti, ti ho scritto.
già ti avevo scritto, e lo sai e non lo sai, a margine di una fotografia e sul bianco rigato della pagina.

ho letto sulle pareti dell’altra stanza: della terra di mezzo, terra bruciata dal sole – piana piaga desertica – cui appartieni, cui appartengo, da sempre.

tra lo stacco del piede e l’atterraggio: il volo, tra l’ustione e la cicatrice: il dolore, tra l’intuizione e la fotografia: lo scatto.
tra l’autunno e l’attesa dell’inverno: novembre.

ho letto sulle pareti dell’altra stanza e ho scritto: con troppi sensi accesi – non sono cinque, non possono essere solo cinque, c’è troppo rumore, fanno troppo rumore. e come si spengono, fatemene spegnere qualcuno, vi prego vi imploro, non so quale spegnere. non so fare a spegnerli.
e non parlavi di me, lo so. alzo le spalle e penso: fa niente.

la sorella che in verità non sei – sei tu.
la sorella che avresti potuto essere, me ne rendo conto adesso, in molte assenze della mia vita, molti vuoti e crateri e banchetti di tarme. e invece: metri e anni distante.
e invece: sei tu, sei qui, e tieni il mio filo la mia mano la vena che entra nel – esce dal – mio cuore, e ci scambiamo gli abiti, ci svestiamo del pizzo bianco macchiato di sangue e indossiamo il blugialloverde messicano. e se le nuvole sono cattive, che facciano: sono lontane, sono dietro. non le possiamo vedere, se riusciamo a non voltarci.

ti tengo la mano, non la lascio. mi aggrappo al filo.
buon compleanno.

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come l’ultimo giorno dell’anno, come poco poco quasi niente che sta per cambiare – una cifra, soltanto – come invitare gli amici più cari, poter avere il loro sorriso accanto quando sarà il momento di, il momento per, passare la giornata dentro e fuori negozi idee pensieri, cercando di trovare quel non so cosa che li faccia sentire a casa loro, a casa tua. e sapere che quel che accadrà non lo puoi sapere, che magari sarà un anno meraviglioso oppure orribile o, semplicemente, così così. riuscirai? fallirai? e dove sarai, tra un altro anno? ma intanto te ne stai nella prima metà dell’inverno eppure la sfera sul piano inclinato aspetta solo un colpetto per ruzzolare giù, prendere velocità accelerare lasciarsi rotolare verso una nuova primavera un nuovo compleanno – e santo cielo è ancora un altro anno in più, quest’anno, e io non riesco a non sentirmi piccola – e chissà cos’altro.
pensavo – già una ventina di giorni, da allora – di sentirmi così, con i talloni in un anno finito e le punte dei piedi in uno ancora da cominciare, di essere pronta a fare quel passo e a cambiare poco e niente, pur cambiando tutto. altro giro, altra corsa, e allacciate le cinture. penso, oggi, che l’anno nuovo è davvero cominciato, e fa freddo ma tra poco farà di nuovo caldo, e che presto sarò più grande, non necessariamente più vecchia. e che la palla accelera e accelera e forse me ne starò qui, a guardarla correre.

ho detto proprio così: è difficile. amare è difficile. lasciarsi amare, anche. e sento la sua voce, anche se queste cose me le han dette le sue mani, non la sua voce. faticoso, ha detto ha scritto faticoso. ho detto: difficile. la cosa con meno garanzie con meno certezze con più rischi e più coraggio e più incoscienza. c’è, un giorno, e il giorno dopo non c’è più, oppure c’è ancora oppure c’è ma è diversa.

(e se fossimo noi, quelli diversi?)

oppure. oppure c’è, ma mi sono girata e di spalle non riesco a vederla, e allora dico che non c’è, perché è meno faticoso che voltarsi a controllare. e allora sì, è anche faticoso.

ma l’anno non è più l’anno vecchio, e il freddo non sarà freddo ancora per molto.

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ti scriverei una lettera, adesso. una lettera di carta, una lettera di quelle che non scrivo più da anni. e non è che avrei qualcosa da dirti, almeno non più di quello che ti ho appena detto. ma vorrei che le tue mani accarezzassero riscaldassero stringessero le stesse parole – senza voce – vestite della mia grafia sgraziata, ché quello che scrivo lo sai non si capisce, e le lettere sono grandi piccole rotonde e spigolose, e però tu non ti ci sei mai perso, e in effetti il significato l’hai ritrovato anche questa volta, pur nel mio arrotolarmi su me stessa. e poi quando scrivo, a mano, di solito vado storta e dalla prima all’ultima riga la grafia cambia, la mia grafia che è tutto tranne che una calligrafia, e ora lo so, ora l’ho imparato che brutta calligrafia non si può dire, che è un ossimoro. e quando ero alle scuole medie avevo questa convinzione che la grafia – ancora la chiamavo calligrafia – delle femmine dovesse essere bella, per forza, che dovesse essere elegante, e invece quella dei maschi era tirata via, e chi non capisce la sua scrittura è un asino, per alcuni di natura, per altri addirittura. e la mia non era così brutta, ma. alle elementari, la maestra mi disse che, visto e considerato come scriveva mia madre, mica ci si poteva aspettare, da me, che scrivessi bene. e io non capivo dove stesse il legame tra la mia grafia e quella di mia madre, che tra l’altro mi piaceva da morire l’idea che riuscisse a fare una firma tutta tonda e armoniosa – anche lei ha due nomi che in realtà sono un unico, primo nome – che sembrava quasi musica, solo a vederla. e, soprattutto, non capivo che problema avesse, la mia grafia, fintantoché le h erano al posto giusto e i congiuntivi pure. avevo ragione io, comunque.

ti scriverei una lettera, adesso, per raccontarti – senza dirlo – che ancora uso quasi esclusivamente la biro nera, che quella blu mi pare chiassosa e non necessaria, e vedresti le sbavature dell’inchiostro, nella metà destra della pagina, e capiresti che ancora appoggio la mano, quando scrivo, e rubo un po’ di colore alla riga sopra, e lo trascino via. e potresti immaginarti la mia mano sporca, come quella dei bambini che colorano il foglio e il tavolo e la maglia e riescono non so come a macchiarsi pure la faccia e a volte anche il muro della parete opposta – io una volta ci feci un disegno con la matita, sul muro, ero piccola piccola piccola, e ci rimasi così male quando i miei genitori lo videro e si arrabbiarono e mi fecero cancellare tutto con la gomma, e io piangevo e cancellavo e piangevo e cancellavo – e ti metteresti a ridere. o forse te la scriverei con la matita, ché lo sai la grafite la preferisco all’inchiostro, anche a quello nero, e allora vedresti le cancellature e le riscritture e troveresti i punti esatti in cui mi sono fermata a scegliere le parole, in cui ho pensato se fosse meglio dirti una cosa in un modo oppure in un altro. e magari apprezzeresti il fatto che, in un modo o nell’altro, alla fine sono riuscita a dirtela comunque.

ti scriverei una lettera, e sarebbe lunga lo sai, perché se le parole partono poi le mani non si fermano, e anche col cerotto sul medio – stringo ancora troppo la biro, lo capiresti da una lettera? – riuscirei ad accumulare parole su più pagine, e subito ti spaventerebbe, quell’adagiarsi asimmetrico, ma poi i tuoi occhi prenderebbero a seguire il ritmo accelerato del mio scrivere, che è lo stesso del nostro camminare e tutti infatti ci chiedono perché mai corriamo, se per caso abbiamo fretta. e noi fretta non ce l’abbiamo mai, anche se siamo sempre di corsa, anche se io sono sempre di corsa e tu invece certe volte arrivi prima di me, procedendo più lentamente. e corro anche quando scrivo, io, e la mia grafia si fa meno bella ancora, e questo certo che lo vedresti, dalla lettera. ma capiresti l’urgenza, sentiresti il battito accelerato e non credo ti dispiacerebbe, in fondo.

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c’è questo tavolino che mi piace davvero tanto, che mi son detta è proprio bello. balla un poco, però, e il suo equilibrio è quanto mai precario, e non serve più al suo scopo originario. ma io voglio tenerlo, sono sicura che tornerà utile, presto o tardi, che mi verrà una bella idea. l’ho messo in salotto, nel mentre, e ci faccio accomodare gli amici intorno e ci prendiamo il caffè sopra, ovviamente facendo molta attenzione. perché, appunto, è rotto. loro mi dicono riparalo che è bello e può funzionare ancora come prima, oppure mi dicono buttalo. e io dico no no no no, adesso mi faccio venire una bella idea e vedrete – vedremo – poi come sarà tutto meglio. e lo guardo e ci penso e progetto e mi chiedo, ma questa bella idea ancora non l’ho avuta. però tutte le volte che entro in salotto – non tante, in un giorno, ma neppure poche – ci vado a sbattere, contro questo tavolino, e mi faccio male. regolarmente. l’ho mosso l’ho messo un poco di lato, accostato al muro, perché sia meno in mezzo, ma ecco che passo distratta e un altro livido ancora. è che quando lo guardo non riesco – non ancora, almeno – a non immaginarmelo nella sua vecchia collocazione, e inventargliene una nuova, una migliore, non è poi così semplice. eppure so che può esistere, e questa volta la parola migliore non è venuta per caso.

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