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Posts Tagged ‘departures’

Voci, voci e rumore di ruote, e rumore di pagine di giornale girate, piegate, e suonerie del cellulare.
L’altoparlante informa che l’espresso delle ore dieci e ventitré, proveniente da Agrigento e diretto a Milano, viaggia con duecentoquaranta minuti di ritardo a causa delle difficili condizioni meteorologiche tra la stazione di Enna e quella di Leonforte. Duecentoquaranta minuti, un’enormità. Ringrazio il cielo che il mio treno abbia solo cinquanta minuti di ritardo, che diventeranno settantacinque e poi sessanta e poi, in definitiva, ottantacinque alla stazione di Milano. Guasto tecnico, ma il macchinista dirà “fino a che non si vede del fumo va bene, pazienza se fa un rumore anomalo”, e se si fida lui.

Guardo il tabellone delle partenze, e lo squarcio nel muro e la lapide commemorativa; faccio caso al numero di madri-con-figli e di giovani che hanno perso la vita quel giorno. Mi ha sempre fatto uno strano effetto, stare seduta lì, e oggi, ancora una volta, mi fa lo stesso, strano, effetto.
Accanto a me la dimostrazione inconfutabile della violabilità del principio di compenetrazione dei corpi solidi: le mie valigie, il cui peso supera di gran lunga le mie capacità fisiche nonché il mio peso corporeo stesso, ma rientra entro i limiti consentiti dalla Sterling.

Annuncia, la solita voce metallica dell’altoparlante, che il mio treno arriva e parte dal binario quattro, anziché dal primo binario. Maledizione, questa non ci voleva.
Metto la borsa col PC e le tecnicaglie a tracolla, lo zaino sulle spalle, poi prendo borsa, trolley e giacca pesante, e mi trascino come meglio posso verso il sottopassaggio.
Discesa: un uomo mi vede in difficoltà, mi sorride e si offre di portarmi la valigia più pesante, e io già gli voglio un gran bene.
Salita: un altro uomo mi vede in difficoltà, chiedo scusa se sto bloccando il traffico, lui mi sorride e dice “non preoccuparti, non ho fretta”, e io già lo odio a morte. Tutte le volte che mi giro, con espressione sempre più sofferente, lui mi regala un sorriso bonario e compiaciuto, e io se avessi le mani libere e sufficiente acqua a disposizione davvero lo affogherei.

Bloccati alla stazione di Castelfranco Emilia, col divieto di scendere, subisco un bambino che malauguratamente ha sentito controllori e macchinisti parlare del rumore strano, e che ha pensato bene di allietare il nostro viaggio canticchiando “io lo sento, il rumore strano, adesso dobbiamo cambiare treno”. “Che facciamo, cambiamo la carrozza?”, dice la controllora, e io, avessi avuto una calibro nove, avrei fatto una strage. Non ero armata e se è morto qualcuno su quel treno non è stato per mano mia, comunque.

Dopo tanto penare e nonostante rumori strani vari ed eventuali, a Milano centrale ci siamo arrivati, tutto sommato.

Menouno, adesso, anzi menodiciassetteore, e io mi sento più o meno come mi sentivo alle scuole elementari la sera prima di una gita a una qualche Italiainminiatura, o Fiabilandia, quando non vedevo l’ora di fare la borsa, che poi voleva dire mettere in uno zainetto grande qualche centimetro quadrato un succo di frutta e uno, forse due, panini, e magari un Topolino per il viaggio in pullman, solo che questa volta le valigie sono grandi quanto me e contengono metà del mio armadio.
Ho le farfalle nello stomaco, e non vedo l’ora. Mi sono lasciata viziare, per l’ultima volta, dai manicaretti della mamma e dalla fiorentina del papà, dalle cure affettuose di Ephram e dalla schiettezza della micronipote, che, semplicemente, si è tolta il ciuccio, ha sorriso e fatto ciao con la manina, e mi ha detto “ciao tatà”.

Abbiamo riso e scherzato tanto, fino a ora, però questa volta si fa sul serio.
Ci rivediamo a Natale, Italia. Voi, intanto, statemi bene.

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ufficialmente

mi hanno detto dei tuoi viaggi, mi hanno detto che stai male,
che sei diventata pazza ma io so che sei normale
mi chiedi di partire adesso
perché i numeri e il futuro non ti fanno preocupare

Tiromancino, la descrizione di un attimo

[questo per dire menosei]

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