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Posts Tagged ‘copenhagen’

Le nuvole sembrano polvere gesso strisciata via con le dita sull’azzurro senza termini di paragone che è il cielo di Copenhagen, che pare saper contenere qualsiasi sogno, per quanto immenso e proteso verso l’alto possa essere.

Dal finestrino dell’Øresundtog, verso Humlebæk e il Louisiana Museum for Moderne Kunst (museo Louisiana di arte moderna), ho visto la realtà sciogliersi piano nella fiaba; le piccole case rosse gialle blu, i riflessi sui canali, i campi così ostinatamente verdi e il mare, tranquillo e sterminato.

E ho sentito l’assurdo bisogno di piangere.

Ho sorriso, invece, nel rendermi conto di quanta forza disponga questa terra nel divenire, essa stessa, primavera, nel farsi calore e possibilità.

eclipse

Credo di aver ucciso, una buona volta, l’adolescente che marcava qualsiasi diario scolastico le capitasse per le mani con un one day i’m going to grow wings piuttosto arrabbiato, affamato e assetato.
No, davvero ora non saprei che farmene delle ali:

con i piedi con le mani con le unghie con i denti con il coraggio con la passione con la tenacia con il sentimento posso arrivare dove voglio.
E non è certo il tempo che mi manca.

All telescopes are mirrors all microscopes are mirrors, recita un’opera di Keith Tyson. Nulla di più esatto: specchiamo noi stessi nell’inesorabilmente piccolo, eppure l’infinito ci assomiglia.

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Oggi sono andata a cercare Søren Aabye all’Assistens Kirkegård. E, come promesso, gli ho portato un mazzo di fiori.

Marco, missione compiuta.

Kierkegaard’s grave

Nel cercare di capire chi fosse l’altra gente sepolta con lui, sono letteralmente inciampata nella storia, a dir poco surreale, della sua famiglia.

La madre, tanto per cominciare. Ane Sørensdatter Lund (ovvero Ane figlia di Søren Lund) aveva due fratelli e tre sorelle, le quali si chiamavano Mette (la maggiore), Ane e Ane. Lei era l’ultima delle Ane, e in casa la chiamavano la piccola Ane per distinguerla dalle altre due. Ha fatto la serva in casa di uno dei fratelli, Lars Sørensen Lund (vale a dire Lars figlio di Søren Lund, e avete capito già com’è la storia del secondo nome), poi è passata a lavorare per Michael Pedersen Kierkeggard, il quale ha pensato bene di lasciar passare nove mesi dopo la morte della moglie (Kirstine Nielsdatter Røyen) prima di metterla incinta, e quindi sposarla. A dire il vero non è che morisse dalla voglia di sposarla, ma aveva le mani abbastanza legate. Di necessità, eccetera.
Søren Aabye era l’ultimo dei sette figli avuti dalla coppia (nell’ordine, Maren Kirstine, Nicoline Christine, Petrea Severine, Peter Christian, Søren Michael, Niels Andreas e, appunto, Søren Aabye); il padre, tra l’altro parecchio bigotto, era convinto che Dio ce l’avesse con lui per via dei suoi peccati, e che quindi per punizione i suoi figli non avrebbero superato i trentatrè anni. Søren Aabye e Michael Peter gli han fatto, come si suol dire, il gesto dell’ombrello e hanno superato la fatidica età di Cristo, anche se il filosofo, morto a quarantadue anni, è stato quasi doppiato dal fratello, passato a miglior vita alla veneranda età di ottantadue anni.

Søren Michael è morto a dodici anni per un’emorragia cerebrale conseguente all’aver sbattuto la testa contro quella di un compagno nel cortile della scuola.
Maren Kirstine è morta non si sa bene di cosa a ventiquattro anni, dopo quattordici anni di sofferenze; causa della morte: convulsioni.
Niels Andreas è morto negli Stati Uniti, anche lui a poco più di ventiquattro anni.
Petrea Severine, e detto tra noi una con un nome così è tanto se non si è suicidata da piccola, è morta poco dopo aver messo al mondo il suo quarto figlio (chiamato poi Peter Severin), all’età di – ma tu guarda! – trentatrè anni. Si è ammalata tre giorni dopo il parto e i medici han cominciato ad imbottirla di emetici perché temevano che, attenzione prego, il latte le andasse al cervello e la facesse impazzire; così facendo, le hanno garantito una morte agitata dalle convulsioni.
Nicoline Christine è morta pochi giorni dopo aver partorito un bambino nato morto. Allegria.

Søren Aabye, per non essere da meno, è morto dopo aver passato qualche mese in ospedale, “possibly from complications from a fall he had taken from a tree when he was a boy” (wikipedia). Il giorno del suo funerale, un nipote ha fatto una gran caciara dicendo che non lo si doveva seppellire in terra consacrata, viste le sue pubblicazioni. Alla fine l’han seppellito lo stesso all’Assistens, con buona pace del parente inviperito.

Una curiosità: la somiglianza tra Kierkegaard e kirkegaard, o kirkegård che dir si voglia (å si traslittera in aa), non è casuale; il nonno di
Søren Aabye possedeva due terreni nel villaggio di Sædding, nello Jutland, chiamati kirkegaard (letteralmente “cimitero”, come churchyard in inglese, ma qui intesi nel senso letterale di “terra della chiesa”) per via della vicinanza con una chiesa. Orgoglioso di questa sua proprietà, e spinto da un forte senso di appartenenza, decise di usare il nome di questi terreni come il suo cognome.

Ora io mi chiedo: ma una famiglia che fa di cognome “cimitero”, poteva avercela una storia felice?

[Fonti: Søren Kierkegaard: a biography, wikipedia]

Ah, quasi dimenticavo!, il titolo del post è lo stesso di un’opera di Søren (Aabye) Kierkegaard, Dalle carte di uno ancora in vita. Mi pareva appropriato, ecco.

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C’è una luce strana, al tramonto.
Niente colori caldi, niente riflessi sulla superficie dei laghi, solo un azzurro vagamente grigiastro ma incredibilmente luminoso.
È il cielo che non ti stupisci di trovare, a conti fatti, sopra la tua testa e a questo vento che, testardo, continua a spettinarti i capelli.
Hai smesso di farci caso, al vento.

È già Natale, qui a Copenhagen, da almeno quindici giorni buoni.
Con la scusa di portare Ephram in giro, cammini per le strade della Strøget con un caffelatte-to-go in mano, mescolandoti ai turisti e a chi fa acquisti natalizi, e rivelandoti ogni tanto per quello che sei – nulla più che una straniera – facendo una foto, a questo o a quel particolare.
Ti viene da ridere, nel sentire una coppia di busker impegnata ad allietare la clientela della strada dello shopping più lunga d’Europa con le note di no tiengo dinero, e però ti senti grata per quel sorriso, il tuo e quello degli altri.
Cuori, luci, decorazioni, le vetrine dei negozi traboccanti di pacchi e pacchetti, offerte natalizie e abitini cortissimi e pieni di strass, come se capodanno fosse domani. Alberi di Natale, lo julemarked (mercatino di Natale) lungo il Nyhavn – vale a dire il canale più fotografato della città -, gente che pattina sul ghiaccio e poi tantissime candele colorate. Ovunque.
Ti chiedi come sia possibile tutto questo calore, e ne cerchi uno simile frugando tra i ricordi che hai dell’Italia, di Bologna, ma tutto quello che ti viene in mente è freddo, fretta, silenzio. Gente che corre, gente che biascica lamenti per via del tempo, gente che sbadiglia davanti alla vetrina di un negozio.

Strøget, Christmas time

Entri da un bager, un panettiere, chiedi una ciabattabrød ma sai già che la commessa ti guarderà perplessa, per via del modo strano in cui hai pronunciato la parola ciabatta. E sai già anche che ti verrà spontaneo sorridere, ancora una volta, quando lei ti correggerà chiedendoti se, per caso, è una cibatti quello che vuoi. Yes, dirai semplicemente. Yes, please.
E con in borsa la tua ciabattabrød che è tutto meno che una ciabatta, e che però è anche la cosa più simile alla tua concezione di pane che hai mangiato finora, e con in borsa il croissant al cioccolato reclamato più volte dalla golosità di Ephram, ti incammini verso Amalienborg, la residenza reale, e ti godi quel che resta di un cambio della guardia scarsamente illuminato, prima di rientrare alla hus piccina picciò, che ormai è diventata la tua, ennesima, casa.

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Manovra suicida (da non imitare): dire a èunangelo, all’esterno della Nørrebro station, che vuoi provare ad andare a casa da sola, che non è necessario che ti accompagni, che tanto abiti vicino.
A casa ci arrivi anche troppo agevolmente, visto e considerato che questo è il tuo secondo giorno a Copenhagen, e visto e considerato che nel tuo quartiere tutte le case di tutte le vie sono assolutamente identiche tra loro. Ho avuto culo, diciamocelo.

Manovra suicida (da non imitare): dire a èunangelo, all’esterno della Nørrebro station, che domani vuoi provare ad andare al DTU da sola, che credi di potercela fare, che in fondo non è poi così difficile. Che ci vuole, in fondo? Cammini fino alla Nørrebro station, prendi l’F-tog (treno F) fino a Hellerup station, prendi l’E-tog (treno E) fino a Lyngby station, prendi un autobus (il 4A? il 150S?) fino a Elektronvej, entri nel campus, vai sempre dritto fino a che non trovi una scaletta di pietra, sali la scaletta e vai avanti fino a che non sbatti contro l’edificio 344. Potresti anche farcela, in effetti.

Manovra suicida (da non imitare): prestare ascolto a èunangelo, all’esterno della Nørrebro station, mentre ti dice che se vuoi domani puoi cambiare, che puoi non prendere il treno ma prendere direttamente il bus, prima uno, poi l’altro, poi scendi, poi sali una scala, poi attraversi una strada, poi entri nel campus. Oppure puoi prendere un autobus, cambiare autobus, fartene un pezzo a piedi, arrivare al campus non so bene da che parte. Oppure puoi prendere prima un treno, poi un autobus, oppure puoi prendere prima il bus poi il treno, oppure. Anche no, questa volta.

Poi, lanciatissima nel tuo ruolo di international student, trovi un supermercato (sono aperti fino alle otto, non è male) ed entri per comprarti qualcosa da mangiare che non sia un panino [a quanto ho potuto vedere in questo giorno-e-mezzo, il piatto alla base dell’alimentazione danese è il sandwich: pane pretagliato simil-gomma (o, nella sua variante più celebre, simil-penumatico), spalmato di salse o formaggio o patè, ripieno di salmone o cipolla o tonno o gamberetti, ricoperto con altre salse o formaggio o patè]. Il mio primo pensiero, fuor di metafora, è stato un sonoro e preciso “oh cazzo”. Superati infatti i primi scaffali, traboccanti di Knorr Italiensk lasagna, pasta dalla provenienza non ben definita, riso, scatolette di tonno e cose strane sott’olio, cereali, preparati per torte et similia, comincia il difficile: comprare qualcosa di commestibile. Tutto è scritto in danese, e io mica posso cercare sul dizionario ogni cosa. Lo scenario più verosimile: credo di comprare dei cereali o del muesli, e invece compro mangime per uccelli. Mi è andata bene, per fortuna.
Pane, prima di tutto. Quello che mangiano loro, per forza: pretagliato, gommoso, orribile.
Nescafé: non pensavo che l’avrei mai comprato, ma viene fuori che mi salverà la vita per la prossima settimana almeno. In facoltà bevono tazze e tazze di caffè americano, e hanno una macchinetta che fa il caffé espresso (una in tutto l’edificio, s’intende). Ho bevuto ben due brodaglie indefinibili, oggi, direi che il nescafé va più che bene, per i giorni a venire (Ephram, abbi pietà: quando vieni su porta una moka e due pacchetti di caffé, per favore).
Latte: e qui ti voglio. Tutti i cartoni sono identici, c’è una mucca disegnata e cambia il colore della scritta. La suddetta recita qualcosamælk, decido per quello che mi sembra più normale (ho comprato, mi ha spiegato la mia coinquilina, il latte parzialmente scremato. Che culo).
Carne: c’è disegnato un hamburger, su una confezione, ma dentro c’è del macinato. E se non abbiamo la piastra? Quello sembra pollo, ma si chiama Kyllingeinderfilet. Kylling vuol dire pollo, conferma il mio dizionario, e allora ne prendo due confezioni.
Mozzarella: si chiama mozzarella e ha la tipica confezione da mozzarella, direi che mi posso fidare.
Emmenthal: si vede, la busta è trasparente. Mettiamo nel cestino.
Hakket grønkåy: non ho idea di cosa sia, da lontano sembrano spinaci surgelati, da vicino sembrano broccoli sbriciolati con violenza e poi surgelati. Lo compro, comunque. Una volta a casa scopro che la traduzione più verosimile è qualcosa del tipo pezzi verdi, o polpa verde. Andiamo bene.
Lacca da capelli e spuma per capelli: confezioni inconfondibili, non puoi sbagliare.
Gamberetti: vai sul sicuro, anche qui: si vedono.
Patate: idem come sopra, hanno una brutta faccia ma opto per l’opzione “accontentarsi”.
Poi olio di oliva, tonno (tun) all’olio di oliva, riso.

Per il resto, una parete riepiena di farciture varie per sandwich, e il nulla più totale. Danese, danese, danese everywhere. Argh. Èunangelo mi ha consigliato un corso di danese, anche se tutti qui parlano un inglese splendido. Ora capisco perché: per mangiare. Per loro variare l’alimentazione significa cambiare la farcitura del panino, di giorno in giorno. Fatevene un’idea.

Per aggiugere una nota di colore al tutto (come se il post non fosse già sufficientemente lungo di per sé), posso raccontarvi che cibo in danese si scrive mad, ma si pronuncia mal, e che a fine pasto (ma anche prima di iniziare, a volte) chi ha cucinato (ovvero preparato il panino, verosimilmente) dice velbekomme, e i commensali rispondono tak for mad. Non ho di questi problemi, io: a èunangelo, che è tedesco, dico guten appetit, mentre la mia coinquilina danese, veloce come se fosse fatta d’apprendimento, ha imparato a dire buon appetito. Io le rispondo tak (grazie, in danese), ovviamente.

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Sono atterrata al tramonto. Erano le quattro del pomeriggio.
Sono uscita dalla metro mezz’ora dopo, ed era buio pesto.
Ho seguito come un cagnolino fedele èunangelo, la mia guida attraverso le meraviglie della Scandinavia, dall’aeroporto a casa mia, da casa mia al pub, dal pub di nuovo a casa mia.

Al pub a Copenhagen, con due tedeschi, a parlare in inglese di prison break (che peraltro non ho mai visto) e di 24 (che peraltro non ho mai visto), a litigare col tipo al bancone perché no, io nel mio panino l’ingrediente pesto, qualunque cosa sia (il nostro pesto si dice hakket mad, in danese), non ce lo voglio, e no, grazie, neanche la senape ci voglio, solo prosciutto e mozzarella.
Arriva un panino prosciutto, mozzarella, insalata, pomodoro e zucchine. Poteva andare peggio.

Vivo in una casina piccina picciò, in compenso la mia camera fa concorrenza a quella di Mary Poppins: c’è il divano, lo specchio, il balcone. Ci sono tré piante, che moriranno se non verranno presto spostate altrove, e c’è un tavolo con due sedie, che mi pare il minimo visto che in cucina, anch’essa piccina picciò, di tavoli non se ne vede l’ombra. C’è una stufetta elettrica, per fortuna, ché prima ho fatto l’errore di aprire la finestra e sono entrati i pinguini di fight club in scivolata (l’animale guida, l’animale guida!), e io mi son dovuta mettere la giacca a vento, dopo.
Il bagno è grande quanto un box doccia e, cosa che odio ma mi ci dovrò abituare, è esso stesso il box doccia, in case one wants to have a shower, che di solito non è una cosa così rara, almeno per me.
Ah, dimenticavo, In questo momento sta tremando tutto, perché di sotto ascoltano musica techno a tutto volume, ma tant’è.

Il punto è: non so dove sono, sulla mappa della città, non capisco una fava di quel che dicono gli autoctoni (che si dicono? che mi dicono? Sia benedetto l’inglese, davvero!), e non so nemmeno pronunciare properly il nome della mia nuova coinquilina.

Insomma, sono arrivata. L’avreste mai detto, voi?! 😉

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Ho un indirizzo, adesso, e una data di partenza, anche.
Presto ci sarà anche un biglietto aereo.

Nel frattempo, menosedici.

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Si continua a cercar casa a Copenhagen, qua.

Only short term rental, 37 days in total. You have to like cats, and dont mind that it sleeps in the bed. I’m renting out this room very cheap to a caring person, who will take care of my cat, while I am on a travel.

Se vuoi che dorma con un gatto addosso, i soldi li devi dare tu a me, bello.

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