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Posts Tagged ‘computers’

la figlia illegittima di star trek è impanicata persa perché y. le ha detto che il suo pc fa rumore per via dello sporco che c’è dentro, anche se in realtà lei ha capito che il problema è che il computer è lento, per via dello sporco che c’è dentro. ora, il computer non è né lento né rumoroso (né tantomeno sporco), però attualmente convivo con due donne intenzionate a pulirlo con l’aspirapolvere. questo per farvi un sunto veloce dell’aria che tira alla casa sul lago. un sunto un po’ meno veloce prevedrebbe la mia entrata in scena in quanto ripara-menate-informatiche di fiducia (altrimenti detta “colei che conosce posti nel computer che io mai avrei immaginato”, laddove il task manager è uno dei sopracitati posti del computer) alle prese con un dizionario, un sistema operativo in danese e una coinquilina/padrona di casa (la figlia illegittima di star trek, appunto) che manda mail a se stessa, ma siccome a natale non manca poi molto (qua piove da due settimane, dev’essere come minimo novembre) per questa volta sarò buona e ve lo risparmierò.

al lavoro, anche, tutto bene. la settimana con gli studenti delle scuole superiori è filata via liscia come l’olio, perlomeno se si escludono lo svenimento di uno dei ragazzi durante una delle esperienze di laboratorio, il fallimento totale della stessa e il fatto che per cinque giorni tutti attorno a me abbiano parlato solo ed esclusivamente danese (con me, pure, e a questo punto comincio ad avere dei seri dubbi sull’efficacia della mia famosa espressione da “sono certa che quello che mi stai dicendo è tutto estremamente interessante, peccato solo che io non stia capendo un’emerita fava”). però almeno ho evitato la foto di gruppo, e poi una sera siamo andati al parco divertimenti tutti assieme, e sono anche salita — incredibile ma vero! — su una di quelle giostre paurosissime in cui ti rendi conto che se l’essere umano è fatto per stare con la testa su e i piedi giù, be’, probabilmente esiste un motivo valido. passerà alla storia il mega spavento preso da me, collega e capo sulla giostra dei bambini (tipo castello dell’orrore, con finti mostri che sbucano fuori da tutte le parti, insomma), mentre appunto i bambini (quelli veri) ci guardavano con commiserazione.

siccome poi non sono del tutto sana di mente — tell me something i didn’t know already — ho accettato di correre la dhl, vale a dire una staffetta 5×5 da disputarsi all’inizio di settembre. in attesa di trovare un’anima pia disposta a spararmi in fronte al terzo chilometro, ponendo così fine al mio dolore e alle mie atroci sofferenze, mi alleno con i colleghi, che sono praticamente tutti uomini e che quindi corrono come neanche speedy gonzales ai tempi d’oro, e questo spiega perché a fine allenamento (quando sono arrivata anch’io, cioè, e loro han già fatto anche la doccia) io non sia più in grado d’intendere, né tantomeno di volere alcunché. il trucco per andare veloce, comunque, è renderti conto che sta per piovere e che hai lasciato a casa l’asciugacapelli (us women, we’re all so, uh-uh, barbieinside).

ad agosto riprendo le lezioni di danese, con un’insegnante che quando la segretaria della scuola di lingue mi ha detto come si chiama, nome e cognome, io ho capito solo gt. tutto attaccato. cominciamo bene. un collega, d’altro canto, s’è messo in testa che vuole imparare l’italiano, e in macchina tiene un audiocorso che gli insegna a dare del lei a chiunque. inevitabile, quando si presenta in ufficio da me all’ora di pranzo (dopo la triplice bussata con triplice ripetizione del mio nome, alla sheldon cooper) e chiede, lei vorrebbe mangiare?, che io mi guardi attorno e gli risponda, lei chi?

studiare ottica, ho scoperto, toglie un po’ di poesia alla vita. è che gli arcobaleni, per esempio, o anche i miraggi nel deserto, sono cose magiche che in fondo non lo vuoi davvero sapere, com’è che nascono, e anche il colore del cielo all’alba o al tramonto, o il fatto che se metti una cannuccia nell’acqua (o un piede nel mare) ti sembra che sia interrotta, spezzata in due, be’, son cose che quando le guardi preferiresti di gran lunga rimanere con la bocca aperta e la faccia da idiota, piuttosto che farti venire in mente delle equazioni differenziali. l’ingegneria lavora dentro di te, mi disse una volta un docente. è vero, porca miseria, e infatti da qualche mese a questa parte anche la copertina di the dark side of the moon non è più la stessa.

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Se c’è una cosa che mi fa rabbrividire, sono le frasi che cominciano con tu-che-sei-un-ingegnere (senza apostrofo, l’ingegnere è un’entità asessuata).

Di solito, tu-che-sei-un-ingegnere è il preludio a una domanda di informatica spicciola, tipo il mio pc è lento, il mio pc è lento, il mio pc è lento, il mio pc quando l’accendo impiega ere geologiche prima di partire. Ora, io che di informatica so poco e niente, ho imparato che la prima cosa da fare, quando uno ti dice che il suo pc è lento, è chiedere se usa Norton. Di solito la risposta è “sì”, e io faccio la figura di quella che ne sa a pacchi e risolve i problemi azzeccando la diagnosi al primo colpo con precisione chirurgica. Se la risposta è “no”, comunque, in genere ho la decenza di evitare giri di parole contenenti i termini conflitto e scheda madre.
Una volta una persona mi ha risposto “sì, certo che ho Norton, e per stare sicuro ho installato anche altri due antivirus”. E si lamenta che il pc è lento, lui: è tanto che non esploda all’atto dell’accensione.
Comunque, a me poi fanno ridere i linuxiani d’assalto, quelli che per convincerti a passare a linux (che io ho tolto per apparente necessità e che non vedo l’ora di reinstallare, sia chiaro) son disposti a perdere due giorni per aiutarti e poi quando chiedi loro se ti configurano una cosa che cinque-minuti-cinque ed è fatta, ti indicano la loro t-shirt con scritto sopra No, i will not fix your computer.

Ma non divaghiamo. Dicevo, le frasi che iniziano con tu-che-sei-un-ingegnere. Tu-che-sei-un-ingegnere-delletelecomunicazioni, le peggiori in assoluto, perché la gente è convinta che noi ingegneri delle TLC passiamo il nostro tempo a fissare le vetrine dei negozi di telefonia mobile.

– Tu-che-sei-un-ingegnere-delle-telecomunicazioni, sai mica dirmi se è meglio il Nokia-taluno oppure il Motorola-talaltro, e a rapporto qualità-prezzo il Samsung cippalippa come sta messo?

Allora, io-che-sono-un-ingegnere-delle-telecomunicazioni, fino all’anno scorso avevo un piccolo e brutto Nokia modello età-della-pietra che faceva solo ed esclusivamente quello per cui era stato acquistato: telefonare. Punto. Gli SMS (e le dimensioni geometriche) erano l’unica cosa che differenziava quel telefono da una cabina telefonica.

– Io, a dire il vero, mi occupo di fibre ottiche.

cerco di salvarmi in corner

– Ah, meglio ancora! Tu-che-sei-un-ingegnere-delle-telecomunicazioni-che-si-occupa-di-fibre-ottiche, mi dici che contratto è meglio sottoscrivere con Fastweb?

Eccola lei, crocifissa al corner.
E dire che, fino all’anno scorso, io avevo una 56k a criceto.

Non tutto il male viene per nuocere, però: quando ho cambiato telefono, è stato perché mio padre mi ha visto fare gli occhi dolci a quello vecchio nel disperato tentativo di convincerlo a non spegnersi quindici volte al giorno. “Tu-che-sei-un-ingegnere-delle-telecomunicazioni”, mi ha detto, “potrai mica andare in giro con quel telefono lì, che non va neanche. Io queste cose non le posso vedere, adesso vieni con me e ti compri un cellulare decente: poche storie, te lo regalo io”.

E così da un annetto a questa parte io-che-sono-un-ingegnere-delle-telecomunicazioni ho un telefono bellissimo, che suona, balla, canta, naviga, fotografa, ordina i miei noodle preferiti al più vicino take-away thai, mi prepara una tisana calda in automatico quando la temperatura esterna scende sotto i 5°C e, se fuori piove, mi fa anche un rilassante massaggio plantare. Beh, poi quando ha tempo telefona anche.

PS. Chissà se, nella remota ipotesi che alla Ferrari abbiano bisogno di una ingegnera delle TLC, mio padre troverà mai scandaloso il fatto che io-che-sono-un-ingegnere-delle-telecomunicazioni-che-lavora-alla-Ferrari me ne vado in giro su una Yaris.

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e una tastiera danese che è una figata, perché ti permette di scrivere in danese, inglese e italiano senza dover ricorrere alla mappa caratteri.

Anzi, ho una scrivania con un computer e una tastiera danese che è una figata, perché in realtà non ho ancora la mia student card, e quindi non ho ancora una password per accedere al PC, e quindi il suddetto computer e la suddetta tastiera danese che è una figata fungeranno, spero solo fino a domani, da soprammobili.

Ho un ufficio, adesso, questo sì, con sei scrivanie di cui quattro sono vuote, e ho una collega, anche, che si chiama quasi come me e viene da Barcellona, e che studia ottica, come me, solo che lei lavora con un altro gruppo di ricerca.

È un inizio, non c’è che dire.

update (torsdag 08/11)
A pensarci bene, questo mi dà il diritto di creare confusione su un’altra scrivania. Due nuove scrivanie da dare in pasto al disordine più totale, dunque, contando anche quella nella cameretta di Mary Poppins. Evviva.

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