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Posts Tagged ‘clouds’

Paiono piene, pesanti di luce. Come donne imbellite da una gravidanza a lungo cercata.

Al confine col sereno, là in fondo, le nuvole inspirano i raggi del sole e poi si tappano il naso; ho l’impressione che la loro apnea finirà con l’esplodere di un temporale.

Non pioverà, invece, e per il resto della giornata la luce resterà sussurrata oltre il grigio cupo.

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Poi, il cielo s’è strappato ed è uscito l’azzuro, ed è esplosa la luce. Un battito di ciglia soltanto, e dopo era di nuovo tutto illuminato, come se il grigio buio spento claustrofobico non fosse mai esistito. Ossigeno, finalmente, quel cielo che amo e che si lascia respirare, quelle nuvole che sanno di sereno e il vento, nostro e quotidiano, e i capelli schiaffeggiati sul viso, e gli occhi chiusi, occhi che piangono, occhi che risplendono.

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Che poi è bello, la mattina, camminare quei dieci minuti che separano casa mia dalla stazione di Bispebjerg [1], con il cielo azzurro e le nuvole grigio-rosa, e con la luna davanti e il sole che, alle mie spalle, comincia a spuntare da dietro i tetti.

Il cielo di Copenhagen, certe volte, sembra aumentare la tua dose di ossigeno, moltiplicare in verticale lo spazio a tua disposizione [2].

Qualcuno fa jogging, qualcuno scarica casse di frutta e verdura davanti a al-aqsa marked, su Tagensvej, qualcuno indossa una giacca pesante, qualcuno invece se ne va in giro con un maglioncino e basta.
Ieri c’era la neve, e per la strada ho incontrato un tizio con la maglietta a mezze maniche; per la cronaca, vista la roba che avevo addosso io non mi sarei affatto stupita se qualcuno mi avesse presa per marshmallow man, il fantasmone bianco degli acchiappafantasmi (che non ho mai capito perché fosse vestito da marinaio), o per Bibendum, il logo della Michelin.
La mia teoria è che i danesi, quando nascono, li pucciano nel grasso di foca. Altrimenti non si spiega come possano non bagnarsi quando piove e non sentire freddo. Dev’essere una specie di tallone d’achille, non so, il ginocchio del merluzzo, tipo.

Comunque, nel sistema c’è evidentemente qualcosa di sbagliato: voglio dire, è risaputo che i cinesi lavorano, quanto?, ventisei ore su ventiquattro? Ecco, oggi il cinottolo [3] che sta in ufficio con me se ne è uscito con un “secondo me tu lavori troppo”. Ci sono rimasta male, voglio dire, oggi ho saltato il pranzo per finire il weekly report, ma questo non vuol dire che debba permettere al primo cinese che passa di darmi della stacanovista.

L’altro giorno poi gli ho chiesto, al cinottolo, se veniva a prendere un caffè con me, e lui mi ha risposto che non è abituato a berne. Allora io gli ho detto che c’era anche il tè, volendo, e lui con faccia schifata ha esclamato “guarda che sono cinese, io, il loro tè non mi piace”. Io gli risposto “cazzo c’entra?, pure io sono italiana, eppure il loro caffè lo bevo lo stesso”. Cinottolo s’è messo a ridere, ma lo fa ogni volta che apro bocca. Non sono sicura che capisca realmente quello che gli dico, però è certo che mi adora. Diventerò il suo idolo quando scoprirà che anche io non sopporto il loro tè, e che tengo nel cassetto le bustine di tè twinings.

Ma ancora non è pronto, per questa rivelazione.

[1] Che poi si legge bispebiaa, per la cronaca.
[2] Si diceva col tuttologo, questo è lirismo for dummies.
[3] Anche detto Er muraglia, per via del nome.

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