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Posts Tagged ‘anorexia’

Mi sembra che tutto questo non farà più soffrire soltanto quando sarà un libro… Allora non sarà più niente. Cancellato.
[Marguerite Duras]

il nastro magnetico è danneggiato, le informazioni andate perdute non sono in alcun modo recuperabili. ho preso il corridoio, cominciava così, e non ricordo cosa abbiano visto gli occhi. se hanno visto oppure, ammesso che abbiano visto. ricordo: le ginocchia non ancora a terra, la lingua già costretta da indice e medio, il nero della gola giù fino a dove si arriva e indietro nel tempo fino all’ora di pranzo. pensieri: non pervenuti. la testa un nodo di circuiti aperti neuronali, la spina dorsale un cortocircuito fino alla pancia. unire i puntini. sento il sapore del mio sapore, un filo di bava cola sulla ceramica bianca, macro digitale, e però non sono capace di vomitarmi fuori dal mio corpo, ed è così che mi ritrovo quando riprendono le trasmissioni, un tutt’uno imbarazzante di testa e tazza, e lingua e palato e arcata dentaria. il cesso un’appendice eloquente della mia bocca, e dice fin troppo. mi tengo ancora, credevo di avere facoltà di perdere, e invece. di perdermi, almeno. non ricordo: una mano aggrappata alla ciambella, la fatica delle gambe che rialzano una persona sconfitta -le caviglie mi tremano, le ginocchia, dentro, hanno preso fuoco-, la saliva che si assottiglia piano e stacca le due gole, e adesso ho un sapore che non è più il mio sapore, è il risciacquo delle bocche che non sanno fallire fino in fondo. immagino, e in qualche modo in piedi davanti allo specchio mi ci sono portata. ricordo: lo specchio è impulsivo e lo specchio riflette -fermoimmagine di me malata per metà, malata intera-, e dentro allo specchio io mi prendo a schiaffi. mi dico puttana e mi chiedo lei chi è?, lei è il tetrapak che ti tiene a marcire dentro. capisco: io volevo marcire fuori, farmi in grumi come il latte dopo la scadenza, togliere la pelle e riscaldare le ossa col pelo grigio della muffa. io pago la mia assenza a tempo determinato un tanto al chilo, ma poi mi trovano sempre. puttana, dove vuoi andare? esattamente dove sto andando.

il nastro magnetico è danneggiato, le informazioni andate perdute non sono in alcun modo recuperabili. ho preso il corridoio, cominciava così, e non ricordo cosa abbiano visto gli occhi. se hanno visto oppure, ammesso che abbiano visto. ricordo: le ginocchia come tessere di un domino a tenere assieme il pavimento e il resto di me, la lingua affamata impastata di saliva -ho un sapore che sa di niente-, il nero della gola giù fino a dove si vede, giù fino all’ora di pranzo. pensieri: facilmente deducibili dal contesto. i vestiti e poi sotto pelle nuda di donna -donna per metà, donna intera- e poi ancora più sotto due ovaie inceppate, unire i puntini di sutura. ricordo: lo specchio è impulsivo lo specchio riflette -fermoimmagine delle ossa dalle quali mi affaccio-, e io mi ci lascio prendere a schiaffi dentro. mi dice puttana e mi chiede chi sei? sono il verde sulla crosta del formaggio asfissiato nel sacchetto di plastica, e ho una data di scadenza e costo un poco al chilo, ma non mi comprano mai. puttana, dove vuoi andare? inversione a u, per favore.

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un altro segno sulle mani, un’altra cicatrice. il viso si va pulendo da tutti quei solchi. non avevo capito, non sapevo che –
non sapevo che non era incipriandoli che li avrei tenuti nascosti.

ho cominciato a gridare davvero solo quando ho serrato le labbra.

ho indossato il loro cappotto – la taglia, la stessa – eppure non mi entrava. al di là del plausibile – fate un applauso, questo è il momento – ero sempre così più grande che mi ci smarrivo dentro.
ecco la cipria, ecco il mascara, ecco il sorriso imperlato di vittoria. erano abiti, era trucco, erano vecchi sentimenti tarmati, e più coprivo me stessa più si sentiva spogliata e fredda.

volevo essere uguale, non sapevo essere uguale.
ecco, dio, prenditi tutto. i miei libri, li vuoi i miei libri? sì? eccoli, ordinati per autore su quegli scaffali. cos’altro?, un voto scarabocchiato in rosso in fondo a compito in classe, va bene, sì? eccolo. c’è scritto brava, sotto, brava e dei punti esclamativi che non ho contato e poi ci dev’essere pure dell’altro e, no, non l’ho letto. non l’ho nemmeno letto. prendilo, prendi e non chiedere. e i miei disegni e le mie poesie e i miei dischi. tutto, fai sparire tutto.
ma poi uguale non lo ero mai.

un altro segno sulle mani, un’altra cicatrice. la prima sei stato tu a darmela, ricordi? occhi che rilucevano e poi di colpo ero fuori a piangere, con metà del corpo divelta dai brividi – hai mai giocato a staccare la coda alle lucertole, da bambino? non riuscivo proprio a capire il senso di quell’appendice, il perché non morissero agonizzanti -, ma era l’unica parte di me che sentivo, il resto non c’era, il resto taceva. pioveva, pioveva e piangevo.

si va pulendo, il mio viso, e le ferite me le tolgo dagli occhi e me le metto sulle mani, mani di bambina che mai hanno conosciuto il lavoro, solo carta e inchiostro. mani che spuntano a malapena da maniche troppo lunghe – rese tali. sulle mani, dove le trova solo chi vuole. chi vuole trovarle, chi vuole appoggiare un dito e percorrere un solco. no, niente fondotinta, grazie: non serve più. non ho niente da nascondere, sono uguale, vede? finalmente uguale. strani i miei occhi, sì? e ancora non ha visto il grande numero dei denti storti, subito dopo l’incantatore di serpenti. si metta comoda, lo spettacolo è appena cominciato, lo spettacolo è per tutta la famiglia.

non sapevo che non era incipriandoli che li avrei tenuti nascosti.

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