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Archive for the ‘villa arpies’ Category

L’intenzione era quella di dare una forma compatta e relativamente dignitosa alle millemila cose che gironzolano per la mia testa, come il concerto dei Genesis a Roma, per esempio, o il trasloco e la fuga definitiva da villa arpies, anche, o il fatto che la settimana scorsa ho passato l’esamedellavita, tipo. Era proprio questa, l’intenzione originale, ve lo posso giurare; e infatti son venuta in facoltà apposta, oggi, perché a casa, nella regione disarpizzata a distanza sufficiente da quel covo di vipere, non ho ancora una connessione a Internet, e io ve le volevo proprio raccontare, tutte queste belle cose, e anche quelle un po’ meno belle.

Ci tenevo a dirvi che il concerto delle tre vecchie zie è stata un’emozione enorme, e che la due giorni romana in compagnia del fidanzatodellafortunata, del lettoreguadagnatoeperso e dell’uomodellapannocchia è stata veramente piacevole, contrariamente a ogni aspettativa.
Volevo anche scrivervi che ho scimmiottato miseramente Audrey Hepburn, facendomi fare una foto roman-holiday style sulla gradinata di Trinità dei Monti.
Avrei voluto anche fare un bel post sul trasloco, su come lunedì mi sono spaccata la schiena portando su il mondo per quattro piani di scale e su come coinquilina1 sia riuscita a farmi incazzare di brutto anche gli ultimi venti minuti che ho trascorso a villa arpies.
Avrei voluto dirvi pure che ultimamente la mia alimentazione è basata sull’anguria, sulla crema di yogurt bianco muller, e sul succo di frutta alla pera, e che riesco addirittura a sopravvivere, anche se non so bene come questo sia possibile.

Avrei dovuto scrivervi una miriade di cose, oggi, davvero.
Eppure non vi scriverò la miriade di cose che avrei dovuto scrivervi.
Eppure non darò una forma compatta e relativamente dignitosa alle millemila cose che gironzolano per la mia testa.
E questo perché sono arrivata in facoltà, oggi, ho preso un caffè al bar, e sono salita al terzo piano per controllare se fossero finalmente uscite le graduatorie per le borse di studio per la tesi all’estero.
C’erano, le graduatorie.
E nell’elenco dei vincitori c’era scritto anche il mio nome.

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the map led to an island
 in a sea of store-bought dreams
  where soulless singers sang
   over beats built by machines

     and lovely girls were hovering
      above my head like gulls
       with their long slender necks
        and their delicate skulls

girasole

              and i was no picnic
               i was no prize
                but i had just enough sweetness
                 to keep you hypnotized

[Ani DiFranco, hypnotized ]

Domenica mattina, villa arpies deserta, il silenzio interrotto solo dal monotono rincorrersi delle pale del ventilatore, e dai rumori della strada, le macchine che corrono, quelle che rallentano e si fermano al semaforo, quelle che ripartono; le voci metalliche dagli autobus in sosta, ventottopiazzacostituzione, ventipilastro, che, da ormai cinque anni, scandiscono il mio tempo in questa casa. Si impara a non fare più caso, a certe cose.
Seduta sul divano, mi guardo attorno: il poster della mostra di Andy Warhol, la locandina di vacanze romane, un bianco e nero di William Claxton, la foto dell’incidente del 1895 alla gare Montparnasse, tra le altre cose appese alle pareti.
È una bella sensazione, una domenica mattina di luglio, un sacco di tempo per fare un sacco di cose, senza necessariamente uscire da casa. Mi concedo un po’ di malinconia, anche, perché tra una decina di giorni questa casa smetterà di avere il mio sapore, e non avrà più nulla di me, nel giro di poco, pochissimo tempo; porterò via i mobili, così come ho portato via i quadri, e così come ho staccato le fotografie dalle pareti chiuderò le mie cose negli scatoloni e, uno alla volta, li porterò via da qui, insieme ad una fetta cospicua dei miei ultimi cinque anni di vita.
Silenzio, ora, giusto il ronzio vagamente pigro del ventilatore, e i tasti del computer.

Inevitabile, credo, pensare che questa sia un’altra delle tante porte che si chiudono alle mie spalle, ma ormai l’ho capito che voltarsi non serve poi a molto, se non a perdere tempo, e che è cosa buona e giusta, l’andare sempre avanti.

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Settembre 2002.
Autostrada A14, un punto imprecisato tra il casello di Faenza e quello di Bologna.
Ore 22.30, circa.

SorelladiAnniKa, dall’alto dei suoi trent’anni, dice: (…) perché, vedi, vivere con altre persone non è affatto semplice.
AnniKa, versione diciannovenne, risponde: eh, immagino. Però io mi adatto.

È stato il mio primo giorno a villa arpies, quello. La mia prima notte, per l’esattezza.
All’epoca pure la primogenita faceva parte del nutrito club delle arpie (s’è disarpizzata un poco, ultimamente, da quando ha cambiato casa e, soprattutto, da quando è diventata mamma), e per i primi tre mesi del mio soggiorno bolognese io e lei abbiam diviso la camera, e condiviso l’appartamento con coinquilina1 e altre due-barra-tre persone.

Ero giovane e ingenua, e non avevo la più pallida idea di cosa mi aspettasse.
Ero ottimista, anche, e intimamente convinta che bastasse adattarsi, per sopravvivere dignitosamente a una convivenza.
Non avevo tutti i torti, a ben pensarci, una volta che una abbia ben chiaro cosa si intende esattamente per adattarsi.

Io non lo sapevo, allora, che adattarsi voleva dire anche

passare un primo di maggio e un venerdì sera a raccattare l’acqua di scarico della lavatrice, in solitaria, e restare calma

sentirmi dire che la porta non si chiude perché il freddo ha fatto dilatare il metallo, e restare calma

rischiare di saltare in aria col palazzo e tutto perché coinquilina2 ha messo la caffettiera nel microonde, e restare calma

sentire coinquilina1 definire un uomo inutile il ragazzo che avevo invitato a cena, e restare calma

vedere il coinquilinato tutto che organizza feste e cene in casa alle quali, regolarmente, non sono invitata, e restare calma

essere regolarmente trattata come una stupida, solo perché anagraficamente più piccola del coinquilinato tutto, e restare calma

passare notti insonni per via della televisione a volume altissimo di coinquilina3, e restare calma

svegliarmi alle 06.00, ogni stramaledetta mattina, per via di coinquilina3 che lava i piatti e parla al telefono e litiga col fidanzato e urla alla bestiaferoce di non fare casino, e restare calma

rimanere chiusa fuori casa perché coinquilina2 ha chiuso la porta dall’interno, lasciando le chiavi nella serratura, e non risponde né al fisso né al cellulare, e restare calma

tornare da casa dei miei e trovare la mia camera invasa da stendipanni e vestiti da stirare ammassati sul mio letto, e restare calma

non riuscire a far capire al coinquilinato tutto che la caffettiera va svuotata, dopo aver fatto il caffé, e che sarebbe bene non fare ammuffire le cose nel frigorifero, e restare calma

Ero giovane, e non lo sapevo. Mea culpa.
Ora, tra una decina di giorni me ne vado: trasloco, lascio villa arpies, dopo poco meno di cinque anni.

Mi sto prendendo qualche soddisfazione, devo dire, probabilmente le prime in cinque anni di convivenza con coinquilina1, in quattro anni e mezzo di convivenza con coinquilina2 e in sei mesi (ma la metà basterebbe, ve lo assicuro) di convivenza con coinquilina3.

Tipo che ieri coinquilina2 compiva gli anni, tipo che non voleva sbattersi a organizzare la festa, tipo che le altre due le han detto Dai, fai qualcosa che ti aiutiamo noi.
Tipo che ieri coinquilina2 era incazzata nera, tipo che le altre due han passato il pomeriggio a letto con i rispettivi uomini, tipo che chi s’è visto s’è visto.
Tipo che AnniKa s’è pure permessa di arrivare al momento opportuno e offrirsi di dare una mano a coinquilina2, sentendosi poi dire, per la prima volta nella storia, Grazie mille, Chiaretta, non fosse stato per te non so davvero come avrei fatto. Croce rossa sul calendario, please.

Tipo che AnniKa s’è pure permessa di concludere in bellezza il cazziatone che coinquilina2 ha fatto a coinquilina3, accodando ai vari Tu sei una persona inaffidabile un magistrale E, soprattutto, tu c’hai delle voglie a litigare col moroso alle cinque della mattina, porco cane.
Per la cronaca, coinquilina3 se ne è andata in lacrime, a piangere dalla mamma, sospetto, a dispetto dei suoi trenta-e-passa anni.

Tipo che AnniKa s’è pure permessa di aiutare coinquilina1 con la piastra per i capelli, e s’è sentita chiedere un parere sul di lei nuovo boyfriend, evento che, credo, non si ripeterà mai più nei secoli dei secoli amen. Altra croce rossa, questa volta sul muro.

Tipo che AnniKa ha sentito coinquilina1, e pure coinquilina2, fare apprezzamenti molto positivi sul suo nuovo boyfriend, e a questo punto sospetto che l’essenza alla citronella emanata dallo zampirone sia vagamente allucinogena.

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Se il cancello automatico si rompe, cosa buona e giusta è chiamare il tecnico.

Coinquilina2, che è una donna indubbiamente molto saggia, ha detto che, dal momento che lei a Ottobre lascia la casa, non le va certo di spendere un sacco di soldi per riparare il cancello.

Diavoletto sulla spalla sinistra di AnniKa: Tu tra un mese te ne vai, se non va a lei, non vedo perché dovrebbe andare a te, di spendere dei soldi.

Angioletto sulla spalla destra di AnniKa: Pirla d’un diavolo! Dovrà poi entrare in casa, anche lei, non potrà mica andare avanti sperando sempre che il cancello, con le buone o con le cattive, decida di aprirsi.

Diavoletto: Si tratta di tener botta per un mese, rompiscatole d’un angelo, che vuoi che succeda, in un mese? Per ora ce l’ha sempre fatta, ad aprirlo, no?!

Angioletto: Come no, certo! Come quella notte che, rientrando a casa, è rimasta mezz’ora a implorarlo di aprirsi, mentre un ubriaco dall’altro lato della strada la puntava con aria poco rassicurante… AnniKa, ti dico io che quella volta ti è andata grassa, in futuro non farci troppo affidamento, sulla divina provvidenza…

Diavoletto: Ma come! proprio tu che dovresti fargli pubblicità, alla divina provvidenza, te ne esci con ‘sti discorsi?! E, cribbio, ti pagano anche?

Angioletto: Fatti gli affaracci tuoi, tu. Cornuto d’un diavolo!

AnniKa: emm… scusate… mi sa che avete un attimino perso il filo del discorso, voi due…

Angioletto: Allora, sentiamo: dove dovresti essere, adesso?

AnniKa: ehm… in facoltà a studiare, presumo…

Angioletto: ecco, infatti, e dove sei, invece?

AnniKa: ehm… a casa…

Angioletto: appunto, risposta esatta. E perché non sei in facoltà a studiare, tu, ora?!

AnniKa: ehm.. perché il cancello s’è bloccato definitivamente, e non sono riuscita a uscire di casa…

Angioletto: ecco, infatti. Glielo vogliam dire, a ‘ste arpie, che è ora di farlo vedere, quel cancello?

Diavoletto: ecco, subito tu a fare la drammatica*… una giornata a casa, che vuoi che sia, anzi, meglio che così si riposa, povera piccola AnniKa stanca!

AnniKa: ehm… diavoletto?! non è che io ne stia facendo poi così tanta, ultimamente… studiare non mi avrebbe fatto male, in fondo

Diavoletto: lo puoi fare da casa, anche. No?!

AnniKa: sì sì, certo… vedi come sto studiando, infatti.

Diavoletto: ma per quanto devi stare in casa, scusa?

AnniKa: fino a che non torna una delle altre, almeno… poi, insieme, cercheremo di sbloccare la situazione e aprire quel benedetto cancello, anche…

Angioletto: così imparate a non darmi mai retta, tutti e due!

(Angioletto esce sbattendo la porta)

Diavoletto: è una donna… c’è poco da fare, con quella….

(AnniKa, bloccata in casa e con un po’ di torcicollo per via dello scambio di battute tra Angioletto e Diavoletto, beve succo di frutta alla pera. Per dimenticare, of course)

* Angioletto sulla spalla destra di AnniKa è donna. O, almeno, si dichiara tale.

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Due giorni senza connessione Internet.
Due giorni senza linea telefonica.

Arriva il tecnico, cambia la borchia, e il telefono continua a non andare.

Alla fine, viene fuori che bestiaferoce ha rosicchiato il cavo del telefono.
Alla fine, viene fuori che coinquilina3 si era pure accorta che bestiaferoce aveva rosicchiato il cavo ma, non sapendo a cosa servisse il suddetto cavo, non aveva detto alcunché sperando che la cosa non fosse grave.

Ho dei seri dubbi sul fatto che riuscirò ad arrivare alla data del trasloco, vale a dire fine giugno, con la fedina penale immacolata.

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quando ascolta Elisa, canta

quando ascolta Sting, mette la stessa canzone in loop per l’intero pomeriggio

quando ascolta Vasco, beh, a me fa cagare Vasco

quando ascolta la radio, ascolta musica disco

quando ascolta il jazz, è per coprire (invano) gemitumi et sospirami et lamentamenti erotici vari.

Ora vado di là e le spacco lo stereo, è deciso.

{Ci dovrà pur essere un limite all’indecenza, a ‘sto mondo}

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Per domani sera, al rientro in sede del coinquilinato tutto di Villa Arpies, è previsto un incontro/scontro sul tema

Pulizie in villa: ricontestualizzazione della regola delle cinque W.

Interverranno Mastro Lindo, lo specchio del bagno e, in videoconferenza dal cassetto destro del frigorifero, un mandarino ammuffito.

Partecipate numerosi.

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Ore 01.45 am
Coinquilina3 gioca con la sua improbabile famigliola (moroso et bestiaferoce), abbaiando* e sghignazzando e divertendosi un mondo.

Ore 06.00 am
Coinquilina2 sbatocchia e spentola in cucina, preparandosi la colazione.

Chissà com’è che oggi sono così stanca?!

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*Lasciatelo dire, baby: tu hai dei problemi. E anche seri.

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Ecco, dopo una giornata come questa, è proprio quello che ci vuole.

Che poi, diciamocelo, alla fine oggi non è stata una giornata così massacrante: mi hanno anche tolto un’ora di lezione, e devo dire che mi è dispiaciuto immensamente. Una disgrazia, quasi: ho fatto solo sette ore di lezione, e non immaginate nemmeno quanto avrei voluto rimanere in facoltà fino alle 19:00 a infliggermi un’altra ora di IPsec e SSL. Perché lei lì è così noiosa che fa quasi tenerezza, e perché in fondo è così piacevole fare lezione con quei simpatici informatici, soprattutto con quei tre che dal primo giorno di corso non si sono cambiati la maglia neanche una volta. O forse hanno comprato uno stock di maglie tutte identiche, e allora magari si cambiano tutti i giorni quattro volte al giorno. Chissà.

La pausa pranzo, poi, è stata estremamente rilassante e decisamente soddisfacente; del resto, se una paga due eurini per avere qualcosa che assomigli (abbastanza lontanamente) ad un trancio di pizza margherita, è cosa buona e giusta che costei debba anche litigare con la befana che sta al bar, per averla. E che poi la trangugi in un battibaleno salendo i tre piani di scale fino all’aula studio nelle palafitte (pensa che fighetti, studiamo in mansarda noi), ingerendo (mezzi) litri e (mezzi) litri d’acqua per riuscire a deglutire cotanta bontà. L’ho sempre sognata, una pausa così.

Dev’essere stata la mia giornata fortunata, questa, e infatti nella suddetta aula studio ho anche trovato uno sgabello sul quale sedermi, cosa per nulla scontata, e inoltre un amico che studia ingegneria elettrica è venuto a chiedermi spiegazioni su un passaggio particolarmente ostico di questo esame di campi elettromagnetici applicati all’elettrotecnica*. Che, si sa, io adoro l’elettrotecnica: l’esame che ho dato mi ha letteralmente entusiasmato, a tal punto che tutte le volte che rivedo il docente, e purtroppo capita molto spesso, mi vengono i conati di vomito. Ma no, che avete capito, è il mio modo di esprimere gioia, quello.

Comunque, dopo essere uscita a malincuore, un’ora prima del solito, da quel capolavoro architettonico che è la facoltà di ingegneria di Bologna, ho pensato bene di passare a far visita alla sister e a quell’esserino di bassa statura che è mia nipote. Mai idea fu più felice: il microbino ha pensato bene di darmi il benvenuto inciampando nel mio piede e piantando la sua distribuzione aleatoria di denti nel mio ginocchio destro.

Voi potreste pensare che il volgere al termine di questa meravigliosa giornata mi abbia rattristato, eppure il varcare nuovamente la soglia di villa arpies e il ritrovare questo invidiabile clima familiare, mi ha colmato di gioia, soprattutto quando coinquilina2 ha fatto irruzione in cucina proclamando a gran voce ah, vi** avviso che questa non funziona più. Questa sarebbe la lavatrice, per la cronaca. Ha anche detto che oggi ha allagato mezza cucina, pur di riavere indietro i suoi panni, e, giuro, non ho pensato minimamente a quando, venerdì scorso, ho raccattato acqua per tutta la casa, e davvero ho provato un dispiacere immenso nel non essere stata presente a spaccarmi la schiena al suo fianco, oggi. Certo che siamo delle disperate, ho detto, la lavatrice ha dei problemi da mesi e non abbiamo mai chiamato il tecnico. E lei, con tono giustamente nonché comprensibilmente scazzato, mi ha detto che lei il numero del tecnico non l’ha nemmeno visto. Perché, e ha ragione lei in tutto e per tutto, stava ovviamente a noi cercare il numero del tecnico e chiamarlo.

Non capisco proprio come, al termine di questa giornata a dir poco splendida, io abbia l’ardire di sentirmi anche stanca e sull’orlo di una crisi di nervi.

Per fortuna che di là coinquilina3 sta litigando col moroso nonché urlando dietro alla bestiaferoce, che ora muoio dalla voglia di riordinare degli appunti e un adeguato sottofondo ci voleva proprio.

(non mi invidiate troppo, per favore, che poi mi viene mal di testa)

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* qui inserire straziante grido di dolore.
**pensate che carina, coinquilina2, ha usato il plurale majestatis anche se in cucina c’eravamo solo noi due. Quanto mi stima, quella donna!

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Venerdì sera, ore 20.30 circa.
Villa arpies, via coso* 23, Bologna

Coinquilina1 e coinquilina2 escono per un aperitivo.
Coinquilina3 infligge i suoi decibel al fidanzato e alla bestiaferoce.
AnniKa sta zampettando allegramente sulla tastiera del suo computerino, cliccando e scaricando e copiaincollando perché, stranamente, la sua connessione a criceto sembra tener botta.
Poi, ad un certo punto, AnniKa esce dalla sua camera e, giunta nel corridoio buio, crede di percepire una certa umidità di fondo. C’è una cosa che non la convince affatto, inoltre, ed è il rumore che ha fatto il suo piede destro, calzante una silenziosa ciabatta di spugna, nel toccare il suolo.

Splitch

…splitch?!

Dovete sapere che, come indagini successive hanno poi appurato, coinquilina1, probabilmente inconsciamente devastata dal desiderio di pulire il pavimento degli spazi comuni della casa, ha pensato bene di far partire la lavatrice, prima di uscire, dimenticandosi di reinserire il tubo dello scarico nell’acquaio.
Risultato: villa arpies completamente allagata. Oh yeah.

Proclamato lo stato di calamità naturale e allertata la protezione civile, AnniKa si è armata di tutti gli stracci e di tutta la santa pazienza che è riuscita a reperire in giro, e ha cominciato a raccattare acqua. Ah, no, prima ha fatto numero 3 telefonate:

a coinquilina2, perché in genere coinquilina2 sta a malestro come maggiordomo sta ad assassino, urlandole affogo affogo, e chiedendole spiegazioni. È stata coinquilina1, dice lei. Coinquilina1 in cucina con la lavatrice. 3 su 3: colpevole individuato.

a Nina, perché sta diventando abbastanza improbabile che AnniKa possa arrivare puntuale all’appuntamento alle 22 dal buon Nettuno, dal momento che alle 21 sta ancora a tirar su dell’acqua dal pavimento, e che deve ancora farsi una sana e rilassante doccia per ripulire tutta la sua cinesità.

al tuttologo, per raccontargli del nuovo progetto imprenditoriale: trasformare villa arpies in una risaia.

In divisa da Sampei (jeans arrotolati sotto il ginocchio e infradito ai piedi), canticchiando in fondo al mar in fondo al mar, AnniKa ha occasione di familiarizzare con il pesciolino Nemo e con la sirenetta, entrambi trascinati dalla corrente sul pavimento della cucina, e di capire che no, decisamente la vita da pesce non farebbe per lei.

*come disse l’UdP, una volta.

and they say goldfish
have non memory
i guess their lives are just like mine
and their little plastic castle
is a surprise every time
and it’s hard to say if they’re happy
but they don’t seem much to mind

[E si dice che i pesci rossi
non abbiano memoria
e penso che la loro vita sia proprio come la mia
e il loro piccolo castello di plastica
è una sorpresa ogni volta
difficile dire se siano felici
ma non sembra che gliene importi poi molto]

Ani DiFranco, little plastic castle

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