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Archive for the ‘parole di carta’ Category

ho canzoni che mi innamorano le orecchie, libri che mi innamorano gli occhi, terre che mi innamorano il cuore. le persone, di solito, m’innamorano la testa, e a volte gli occhi e le orecchie e la lingua e le mani e il naso, e il cuore alza le braccia alza lo sguardo e s’arrende, allora, bandiera bianca bandiera rossa e come un toro m’inseguo il sangue, dentro. altre volte sono i muscoli delle gambe o le articolazioni delle spalle — la scala delle vertebre lungo la schiena — che amplificano il battito per primi, e ancora il piede non ha svegliato la grancassa.

silenzio, per un istante, ma non ho avuto paura. mi sono addormentata dentro a un corpo vuoto, dentro un corpo spento, ma poi ho riattaccato la corrente e son tornata a vibrare a vociare a vocalizzarmi le consonanti: sono tornata verticale. son tornata, perché non avevo ancora finito. e ho pensato che tutti i baci hanno lo stesso sapore anche se hanno gusti diversi, e che certi ti restano attaccati ai denti come il chewing gum quando ero bambina, e ho pensato che so fare solo i palloncini che non si masticano, io, quelli che si riempiono con l’aria che avanza e che al massimo sanno di plastica. le bolle di sapone e i giri su me stessa, so fare, i cerchi col bicchiere e le facce che ridono sul vetro appannato. mi terrò intera, seppure disassataha detto, disossata —, e forse cercherò un po’ di magia che mi sostenga quando lo scheletro si farà liquido. ho imparato la casa a occhi chiusi e ho cercato di scrivere con la sinistra, intanto, ma se la voce mi si rompesse non saprei parlare a gesti. e ci sono state notti in cui ti ho ritrovato nell’attesa tra i miei piedi freddi e la consolazione della coperta, sempre in ritardo sul mio dolore, sempre in anticipo sul tuo stupore. e ci sono pomeriggi in cui ti penso di meno, serate in cui ti abbasso il volume, ci sono parole che mi sembra parlino di me e invece ci sei tu rannicchiato dentro, e allora mi dico che te lo devo, che ogni tanto ti ho disertato, sì, desertato mai, e che anche se la vita ci ha messo il becco e mi ha messo in bocca queste parole che non vuoi sentire, non posso non voltarmi a salutarti con la mano, a dirti grazie, a rispondere prego e a pregarti — fingendo quel sorriso che da sempre ti innamora il cuore — che quella minaccia diventi una promessa, presto o tardi.

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

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sono la donna che ha finito i baci
che sveste le labbra smesse e non confonde più
la propria all’altrui saliva,
che dentro alla bocca, nuda,
reclude denti che non hanno morso
abbastanza.

sono la donna che desidera con le mani
e che vive di piede in piede.

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ti porto con me, o forse sei tu che ancora mi porti, in questo mio ennesimo viaggio. il primo, a conti fatti. mi sdraio a terra e mi faccio nave, stendo al sole le vele che da anni tengo ripiegate nella schiena — niente ali, no, grazie: al cielo non so aggrapparmi — e raccolgo le poche ancore che ho seminato in meno di ventisei anni, e chissà se han germogliato o se un domani ne nascerà qualcosa. la fretta avrà anche il mio nome ma nell’attesa so mettermi comoda. chissà se mi immaginavi così, mentre eri impegnata ad avere otto dieci quattordici anni, chissà se ti stai deludendo. questa chiara che scrive ti avrebbe voluta diversa, sì, anche a costo di divenire, essa stessa, differente. ci sono cose che non hai fatto e che ora le mancano, cose che se il passato fosse uno spettacolo di burattini ti imporrebbe di fare, con la giusta combinazione di fili e movimenti delle dita. avrei potuto leggere di più, piangere di meno, ed è solo un esempio tra i tanti. avresti potuto investire più energie sul confine tra i sentimenti, piuttosto che sulla loro intensità, sul bordo spigoloso delle emozioni, avresti potuto abbozzare una cartografia del tuo pianeta cubico, il tuo piccolo cuore di rubik che soffia e che sbuffa da quando sono bambina, e che mai come adesso è un indefinito hic sunt leones. l’adolescenza è un sentiero insidioso, avremmo almeno dovuto guardare dove mettevamo i piedi.
siamo nelle mie mani, adesso, e le mie mani hanno preso quel poco che resta di te e lo daranno in pasto al vento che sempre calpesta la danimarca, e dopo l’erosione eolica potrebbe non restare molto nemmeno di me, ma non è detto che la cosa mi dispiaccia poi tanto. la verità è che i miei occhi e i miei piedi hanno sempre fame, ma per entrare nello stomaco del mondo devo farmi io stessa boccone di carne, e lasciare che la vita mi ingoi. questo viaggio ci aggiungerà sale, prendila così, ti renderà un poco più nutriente. il bagaglio sarà, come sempre, eccessivo, ma conto di insegnarci come perdere peso lungo la traversata, e questa volta si farà a modo mio. non so dire cosa tu ti aspettassi da me, se preferissi gli arrivi alle partenze, le risposte alle domande, so solo che parte dei tuoi dubbi non ci appartengono più. ce ne sono altri, ovviamente, e mi somigliano tutti quanti. io preferisco le virgole, invece, le asimmetrie e il respiro pesante del mare, e se anche il battito accelera e la notte rallenta e si fa interminabile, di quando in quando, va bene così. le paure hanno le zanne più corte, di solito, e l’interruttore non è mai troppo distante.
mantengo una distanza di sicurezza da ogni cosa, ma ho capito che un fiore sul balcone e un sorriso sulle labbra alle volte invogliano a entrare. la sostanza è che faccio quello che posso meglio che posso, cercando di vivere coi polmoni gonfi di aria pulita e le vene gorgoglianti di sangue buono. non so che cosa avresti risposto tu, quel giorno. io ho cercato di far sorridere la voce e ho detto che se una cosa può essere peggiorata, quasi certamente la si può anche migliorare, e loro si sono fidati. pensa, sto cominciando a fidarmi pure io.
dovresti essere contenta, di questa laurea, è da quando avevi otto anni che aspetti questo momento. dovrei esserne felice anch’io, è vero. lo sono, sì. vedi, tante cose sono cambiate passate invecchiate con noi in questi anni, e ora come ora le mie soddisfazioni più grandi sono eruzioni cutanee sull’altro lato della pelle, da fuori non si vedono quasi. se avverti un leggero prurito dentro di te, ecco, quella sono io: non grattarmi via le croste, per favore, sono le ultime di questa grande fatica.

sto coprendo i tuoi passi coi miei, più lunghi e più grandi e profondi, e cancello man mano i tuoi ricordi vivendo altri pezzi di vita nei posti che da sempre ti appartengono. non me ne volere se ogni giorno moriamo e ogni giorno nasciamo di nuovo. alle volte si impara qualcosa.

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è un gioco a nasconderti tra le parole, ma io che ho finito la conta non vengo a cercarti.
sai, ti leggo ed è come se fossi sdraiata sul bagnasciuga — lo sforzo mentale è lo stesso — e quando mi vuoi raccontare mi lascio leccare dall’onda. non mi alzerò, no, per quanto il tuo mare mi addenti le dita dei piedi, e anche se l’inizio di una storia diventa la fine di un’altra, se pure i tuoi personaggi si cambiano d’abito, di nome, di volto, lascerò che l’acqua mi svuoti i pugni dalla sabbia bagnata e poi masticherò le unghie e i granelli impigliati sotto di esse.
è tutto cullare e galleggiare e ammazzare il tempo: non ti verrò incontro né ti camminerò accanto.

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sono infrettolita, qualcuno mi riscalmi.

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ho pensato che le domande si fanno, come i figli e i biscotti e i buchi nel muro, come le orecchie a bordo pagina, i sogni, i viaggi, i conti e gli errori, e come tutto quello che prima non c’era e dopo invece c’è.
ho pensato che le risposte si danno, come i regali o le carte, come un’aspirina e lo smalto e un bacio e un voto e la ragione, e come tutto quello che c’era anche prima ma era altro oppure era altrove.

ti ho promesso un’attesa paziente che mantengo a fatica. ti proteggo con la distanza e il fuoco di copertura del mio silenzio, e perdonerò anche te, come ho fatto con tutti, per essertene andata con i pugni pieni della mia fiducia. ti avevo spillata al mio fianco e tu hai spillato il mio sangue, e io lo imbottiglio e lo tappo e lo metto in cantina, in caso ci sia da brindare ad annate migliori, far fronte a giornate peggiori.
il meteo consiglia cautela e schiene rasenti al muro, io giro il vento a mio vantaggio e stendo le guance ad asciugare.

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e non capisco come appendere la mia pelle alle tue dita, come quei due girasoli tristi che aggrappati alla porta danno al cielo soltanto la schiena, e oltre il nero della microfibra e il cotone della felpa ti sento addosso come la maglietta incollata alla schiena dal gavettone di ferragosto, e dovrebbe essere bello eppure non so o non rispondo e se raccolgo il filo tra le linee del palmo suona a vuoto suona a morto, e allora premo forte con un dito per ogni estremo della pila ma il giallo della riga resta nero e il mio cuore stanca tutte e quattro le ginocchia nella corsa e piange con sei occhi almeno.

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ho fatto tre passi nella tua direzione e adesso che per inquadrarmi tutta devi muovere la testa dici che non mi trovi più in quello che scrivo. non mi sono lasciata, no, solo mi sono smontata in dettagli e ho ingrandito le singole parti affinché tu riesca a scorgere la linea interrotta del sopracciglio sinistro, le cicatrici sulle ginocchia, e se non mi vedi unica è perché mi stai imparando meglio. dai miei pochi centimetri di distanza ti apro le palpebre e racconto di me ai pigmenti dell’iride, ti appoggio sugli occhi le mie parole, ciascuna un cucchiaio e il permesso di rovistare la mia polpa -e pezzi di frutta- dentro alle spaccature che indosso ogni giorno.

[un amore per nulla astigmatico, vorrei, che sappia tenermi stretta a fuoco in macro digitale, un amore con lo zoom ottico, che sappia ingrandirmi fino a farmi vicina. vorrei un amore antiriflesso, che mi protegga dal buio della troppa luce, un amore a tratti fotocromatico, che aggiusti il mondo ai miei limiti e mi corregga per ogni mondo possibile. che tu sia per me: la lente, il vetro lavorato che si adatta a me e a me sola. ricordami, ti prego, di fare attenzione alle viti della montatura, che sono piccole e si lasciano perdere senza troppo dolore, senza fare rumore]

mi dici, non ti conosco abbastanza per guardarti così da vicino. tu guardami e vedimi e impara a conoscermi.

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parte prima
come un cassetto, la tua voce, e le tue parole sono i calzini e il resto della biancheria che io tiro fuori con tutte e due le mani e dieci dita, che io butto alla rinfusa, affinché nulla resti non conosciuto: se mi vedrai arrivare, starò cercando qualcosa.
mi è venuta questa idea, capire se mi hai mai imparata, se hai mai trovato un verso alle righe del mio foglio protocollo, la banda più alta in alto, e guai a calpestare la colonna di destra. io con te non ci sono riuscita, no, e ne è la prova questo regalo che tengo in mano, che potrebbe essere un missile cuore-cuore e invece è una mina antiuomo che non distingue tra una gamba, una zampa o un pneumatico.

parte seconda
ci pareva potesse essere più semplice, con la mia schiena addossata alla tua schiena addossata alla mia schiena, un girotondo di scapole che non si sa dove inizi, se mai ce l’ha avuto, un inizio. ci siamo svegliati così, spalle a coprire altre spalle, ognuno responsabile di metà dello spazio soltanto, ognuno impegnato a farsi passare il passato -metà del passato- addosso, dalla testa giù verso i piedi, sotto i piedi, sotto terra. una scarica di alta tensione che irrigidisce il corpo e toglie il fiato e spegne il cuore, libera, accende il cuore. guardarci in faccia, quello verrà dopo, e se sei alto come me, poco più di me, allora posso proteggerti meglio, non lasciare che la tua vita ti spari un colpo alla nuca a tradimento.

epilogo
ho ordinato i primi otto mesi di quest’anno, in ordine decrescente, sugli scaffali del mio curriculum vitae. riempiendoli, praticamente, ché prima c’era ben poco. ho disposto gli ultimi quattro mesi, veloci e che sembrano quattro anni, sulle mensole della mia mente, ordinati per autore. mi sono quasi buttata dalla finestra -mi sono fermata con la mano sulla maniglia-, eppure -o forse per questo- è stata una delle annate più intense mai registrate dai miei sismografi.

[23 dicembre 2008]

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[]
lasciarmi cadere all’indietro, affondare nel bianco: questo solo avrei voluto.
affondare e sprofondare nel niente, la neve a ritagliarmi un contorno -la mia sagoma col gesso bianco-, il freddo come spilli ad arpionarmi le cosce, tirarmi verso il basso, il freddo sotto ai jeans e alle calze coprenti e dentro le scarpe, il freddo che mi sgocciola addosso dai capelli bagnati. tutto fa male, fa male sotto alle unghie e fa male sulle labbra, persino le lacrime fanno male, conficcate negli occhi come schegge di vetro. fanno male gli alluci che sembrano essersi gonfiati e strisciano sulle altre dita come carta vetrata, fa male il vento che insiste sulle gote come la fiamma di un accendino.
avrei voluto mangiare la neve, come facevo da bambina, masticarla fino a sentir male anche alle gengive, non solo nelle mani, ingoiarla fino a sentir male anche nel naso. addormentarmi, avrei voluto, man mano che il dolore perde forza e il corpo perde sensibilità -non sentire più male: non sentire più niente-, e farmi io stessa bianca e poi morta e poi neve.
ho pensato alla neve come a una menzogna, il silenziatore che nasconde il colpo e ritarda la verità, quella fanghiglia che scivola e si lascia spruzzare via dai pneumatici, e che comunque se ne va da un mondo più brutto di quello che aveva trovato.
ho pensato che tu e tu soltanto avresti lasciato raffreddarti la mano tenendo la mia, solo tu -tu sola- avresti potuto morirmi a fianco. ma tu muori correndo, lo hai sempre fatto, e io sono morta ogni singola volta col piede sul freno.
orizzontale di attesa, i pensieri che piano si assottigliano, e il resto è il lavoro della neve.

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