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Archive for the ‘cinesità in avanscoperta’ Category

[Quanto segue è un pappone indicibile, per la cui lettura è altamente consigliata la seguente colonna sonora] 😉

C’era una volta – e parliamo del XII secolo – uno storico danese chiamato Saxo Grammaticus il quale, su invito dell’arcivescovo Absalon, decise di rimboccarsi le maniche e di raccontare in sedici libri (scritti in latino, principalmente in prosa) tutta la storia della Danimarca fino a quel momento. In queste, a dir poco ambiziose, Gesta Danorum, è riportata anche la vicenda di due fratelli, Horvendill e Feng, incaricati dal sovrano di Danimarca di governare lo Jutland; Feng, invidioso del fratello che aveva sposato la figlia del re, Gerutha, lo uccide e poi ne sposa la vedova, diventando così l’unico capo della penisola. A questo punto entra in gioco il figlio di Horvendill, vale a dire il suo unico erede, che incazzato come una zanzara con l’usurpatore, un bel giorno comincia a rotolarsi nel fango e a fingersi pazzo pur di riuscire a vendicare il padre. Feng, che non si fida molto di lui, lo fa sedurre da una bella ragazza, ignorando però che la fanciulla è una vecchia amica del giovane principe, che non solo non lo tradisce, ma addirittura spiattella al ragazzo le trame dello zio (fragilità, il tuo nome è donna). Questi, però, non demorde, e cerca di far spiare il nipote ogniqualvolta sia possibile, col risultato che una delle sue spie viene scoperta e fatta a pezzi dal principe, e quel che ne resta viene dato ai porci. Allora il giovane viene spedito in Inghilterra con due accompagnatori e una missiva in cui si chiede al re britannico di ucciderlo seduta stante, solo che il figliolo non è esattamente pirla e fa ammazzare al suo posto gli uomini che sono con lui e già che c’è seduce anche la principessa inglese (fragilità, il tuo nome è donna, reprise) e la sposa; poi, fa ritorno in patria appena in tempo per prendere parte alle sue esequie, ubriaca metà della nobiltà presente, incendia il salone e scambia la propria spada, che non esce dal fodero, con quella dello zio usurpatore, uccidendolo una buona volta e diventando l’unico sovrano dello Jutland.

Questo valoroso giovane si chiama, l’avrete intuito, Amleth.

Kronborg slot

Responsabile della diffusione in terra britannica di questa leggenda pare essere stata l’opera dello scrittore francese François de Belleforest (forse la traduzione di un’opera dell’italiano Matteo Bandello); certo è che questa vicenda fece la sua apparizione dapprima nel lavoro di Thomas Kyd, e venne poi riadattata al gusto del teatro elisabettiano da William Shakespeare, il quale cambiò leggermente il nome del protagonista (che divenne, così, il ben noto Hamlet) e ambientò la storia, facendola per l’occasione diventare una tragedia con tutti i crismi, nel castello di Elsinore, che comunque lui non vide mai. Probabilmente, il buon Guglielmo aveva sentito parlare di questa fortezza da alcuni attori della sua compagnia che, durante un qualche viaggio, avevano fatto scalo nel porto di Helsingør, un villaggio a circa quarantacinque km da Copenhagen affacciato sul tratto più stretto dell’Øresund, e quindi in posizione incredibilmente strategica, sia dal punto di vista economico che da quello militare.

Il castello, in realtà, si chiama Kronborg, ed è stato prima una residenza reale, poi un base militare; adesso è un’importante (nonché meravigliosa) meta turistica, e si può dire che campa agevolemente di rendita grazie alla pubblicità che la tragedia shakespeareana continua, imperterrita, a fargli. Non per niente, il bassorilievo del commediografo e drammaturgo inglese è una delle prime cose che si incontrano, attraversando la cinta muraria, e tutte le estati il cortile del castello ospita una serie di rappresentazioni dell’Amleto, eventualmente riadattate a diversi contesti storici e geografici. Esistono persino testimonianze fotografiche, all’interno degli appartamenti reali, di un Amleto in salsa wasabi (e chissà se il giappo-Amleto si chiede se il problema sia esseLe o non esseLe, piuttosto).

William Shakespeare Holger Danske

Il fantasma dello sfortunato principe danese non è però l’unico inquilino del castello, pur essendo senza ombra di dubbio il più ingombrante. Il mito vuole, infatti, che nelle casematte si sia seduto e addormentato il valoroso Holger Danske, figura appartenente allo stesso ciclo di leggende derivate da quella di Re Artù e dei suoi cavalieri, e che da allora egli dorma a braccia conserte nei sotterranei del castello (scenograficamente illuminati solo da lampade a olio) pronto a svegliarsi qualora la nazione sia minacciata dallo straniero, e a salvarla.

Det er penge i Holger Danske (c’è del denaro in Holger Danske), una delle citazioni leggibili sulle pareti buie da chiunque abbia ancora qualche diottria da perdere. Perché in Danimarca ci sarà anche del marcio, ma è certo che loro ce lo sanno vendere molto bene.

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Le nuvole sembrano polvere gesso strisciata via con le dita sull’azzurro senza termini di paragone che è il cielo di Copenhagen, che pare saper contenere qualsiasi sogno, per quanto immenso e proteso verso l’alto possa essere.

Dal finestrino dell’Øresundtog, verso Humlebæk e il Louisiana Museum for Moderne Kunst (museo Louisiana di arte moderna), ho visto la realtà sciogliersi piano nella fiaba; le piccole case rosse gialle blu, i riflessi sui canali, i campi così ostinatamente verdi e il mare, tranquillo e sterminato.

E ho sentito l’assurdo bisogno di piangere.

Ho sorriso, invece, nel rendermi conto di quanta forza disponga questa terra nel divenire, essa stessa, primavera, nel farsi calore e possibilità.

eclipse

Credo di aver ucciso, una buona volta, l’adolescente che marcava qualsiasi diario scolastico le capitasse per le mani con un one day i’m going to grow wings piuttosto arrabbiato, affamato e assetato.
No, davvero ora non saprei che farmene delle ali:

con i piedi con le mani con le unghie con i denti con il coraggio con la passione con la tenacia con il sentimento posso arrivare dove voglio.
E non è certo il tempo che mi manca.

All telescopes are mirrors all microscopes are mirrors, recita un’opera di Keith Tyson. Nulla di più esatto: specchiamo noi stessi nell’inesorabilmente piccolo, eppure l’infinito ci assomiglia.

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Italia, saldi da H&M: quasi esclusivamente taglie dalla 40 in giù.
Merluzzistan, saldi da H&M: quasi esclusivamente taglie dalle 46 in su.

Dà un’idea dei volumi immessi nel mercato. E della stazza della danese media.

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Oggi sono andata a cercare Søren Aabye all’Assistens Kirkegård. E, come promesso, gli ho portato un mazzo di fiori.

Marco, missione compiuta.

Kierkegaard’s grave

Nel cercare di capire chi fosse l’altra gente sepolta con lui, sono letteralmente inciampata nella storia, a dir poco surreale, della sua famiglia.

La madre, tanto per cominciare. Ane Sørensdatter Lund (ovvero Ane figlia di Søren Lund) aveva due fratelli e tre sorelle, le quali si chiamavano Mette (la maggiore), Ane e Ane. Lei era l’ultima delle Ane, e in casa la chiamavano la piccola Ane per distinguerla dalle altre due. Ha fatto la serva in casa di uno dei fratelli, Lars Sørensen Lund (vale a dire Lars figlio di Søren Lund, e avete capito già com’è la storia del secondo nome), poi è passata a lavorare per Michael Pedersen Kierkeggard, il quale ha pensato bene di lasciar passare nove mesi dopo la morte della moglie (Kirstine Nielsdatter Røyen) prima di metterla incinta, e quindi sposarla. A dire il vero non è che morisse dalla voglia di sposarla, ma aveva le mani abbastanza legate. Di necessità, eccetera.
Søren Aabye era l’ultimo dei sette figli avuti dalla coppia (nell’ordine, Maren Kirstine, Nicoline Christine, Petrea Severine, Peter Christian, Søren Michael, Niels Andreas e, appunto, Søren Aabye); il padre, tra l’altro parecchio bigotto, era convinto che Dio ce l’avesse con lui per via dei suoi peccati, e che quindi per punizione i suoi figli non avrebbero superato i trentatrè anni. Søren Aabye e Michael Peter gli han fatto, come si suol dire, il gesto dell’ombrello e hanno superato la fatidica età di Cristo, anche se il filosofo, morto a quarantadue anni, è stato quasi doppiato dal fratello, passato a miglior vita alla veneranda età di ottantadue anni.

Søren Michael è morto a dodici anni per un’emorragia cerebrale conseguente all’aver sbattuto la testa contro quella di un compagno nel cortile della scuola.
Maren Kirstine è morta non si sa bene di cosa a ventiquattro anni, dopo quattordici anni di sofferenze; causa della morte: convulsioni.
Niels Andreas è morto negli Stati Uniti, anche lui a poco più di ventiquattro anni.
Petrea Severine, e detto tra noi una con un nome così è tanto se non si è suicidata da piccola, è morta poco dopo aver messo al mondo il suo quarto figlio (chiamato poi Peter Severin), all’età di – ma tu guarda! – trentatrè anni. Si è ammalata tre giorni dopo il parto e i medici han cominciato ad imbottirla di emetici perché temevano che, attenzione prego, il latte le andasse al cervello e la facesse impazzire; così facendo, le hanno garantito una morte agitata dalle convulsioni.
Nicoline Christine è morta pochi giorni dopo aver partorito un bambino nato morto. Allegria.

Søren Aabye, per non essere da meno, è morto dopo aver passato qualche mese in ospedale, “possibly from complications from a fall he had taken from a tree when he was a boy” (wikipedia). Il giorno del suo funerale, un nipote ha fatto una gran caciara dicendo che non lo si doveva seppellire in terra consacrata, viste le sue pubblicazioni. Alla fine l’han seppellito lo stesso all’Assistens, con buona pace del parente inviperito.

Una curiosità: la somiglianza tra Kierkegaard e kirkegaard, o kirkegård che dir si voglia (å si traslittera in aa), non è casuale; il nonno di
Søren Aabye possedeva due terreni nel villaggio di Sædding, nello Jutland, chiamati kirkegaard (letteralmente “cimitero”, come churchyard in inglese, ma qui intesi nel senso letterale di “terra della chiesa”) per via della vicinanza con una chiesa. Orgoglioso di questa sua proprietà, e spinto da un forte senso di appartenenza, decise di usare il nome di questi terreni come il suo cognome.

Ora io mi chiedo: ma una famiglia che fa di cognome “cimitero”, poteva avercela una storia felice?

[Fonti: Søren Kierkegaard: a biography, wikipedia]

Ah, quasi dimenticavo!, il titolo del post è lo stesso di un’opera di Søren (Aabye) Kierkegaard, Dalle carte di uno ancora in vita. Mi pareva appropriato, ecco.

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– where are you from?
– Italy.
– Italy? Davvero?

E così ho conosciuto Simone, tedesca laureanda in economia che ha studiato tre anni a Bolzano.
Non le piace, Bolzano, perché tutti lì parlano un tedesco orribile e un italiano se possibile anche peggiore, e io son venuta in Italia perché volevo imparare l’italiano, e in Italia tutti dovreste parlare italiano. Lei lo parla benissimo, per inciso.

Come non volerle bene, a ‘sta figliola?

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Ecco, adesso immaginate tutti i ricercatori e, sospetto, anche alcuni docenti del DTU, che aspettano lo julefrokost [1] con in testa un cappello da babbo Natale, mentre per i corridoi c’è gente che improvvisa giochi di gruppo con cerchi et similia.

Gli studenti, nel frattempo, lavorano. 🙂

Io ci vado domani, a uno julefrokost; mi han mandato il menù, inutile dire che non ho capito una fava, anche perché son tutti piatti tipici danesi, giustamente dotati di nome impronunciabile.
La regola è che ognuno dei commensali cucina qualcosa, io sono l’incaricata delle birre.
La regola è che ci si veste di rosso, e io credo che darò la mia migliore interpretazione del ruolo dell’eccezione.

God jul, eh, mi raccomando.

[1] Pranzo/cena di Natale.

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di chi riesce ad acquistare un ipod nuovo-o-quasi su ebay, pagandolo il giusto, e magari anche del colore che preferisce.
Chi pazienza ne ha poca o niente, invece, manda tutto a quel paese e sfrutta le ultime due ore di luce che gli restano per andare a fare un giretto downtown.

Notare che oggi volevo passare la giornata gironzolando per il centro, e invece tra litigare con ebay e fare assistenza informatica telefonica a mio padre, non sono ancora uscita. Sgrunt.

Update (19:45)
L’impazienza è la virtù di chi l’ipod se lo compra, e buonanotte al secchio.
Ehi!, adesso ho (virtualmente) un ipod: evviva. 😉

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