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Archive for the ‘Bologna, Italia.’ Category

la donna cespuglio nel suo ambiente naturale

Bologna, 19 marzo 2009.

(picture appears courtesy of l’uomo che ride)

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bologna, venerdì pomeriggio, esterno.

lui si avvicina con passo sicuro. guarda lei, poi me, poi di nuovo lei.
lei si gira verso di me. dice: quello lì non viene a scuolina con me, non lo so come si chiama, quel bambino.
sguardo serio e penetrante, lui. dice: il mio nome è niccolò. e, comunque, io sono batman.

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Festa a casa di Lore.
Bologna, 22 maggio 2008.

La prima, vera, boccata d’ossigeno, dacché son tornata.
Bologna chiusa dietro la porta e oltre le finestre, dimenticata. Perché il grigio non ci appartiene e non abbiamo la minima fretta. È arrivata l’estate, finalmente.

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Lunedì 19, a partire dalle 15 fino alle 20, trasformiamo Piazza Verdi a Bologna in una Piazza di lettura. Per protestare contro i folkloristici tentativi di riutilizzo della piazza e la mancanza di aule studio aperte anche di sera. Approfittiamo della pedonalizzazione della zona: dei cartelli segnaleranno l’ingresso in un’area di studio e lettura richiedendo il silenzio, dei teli saranno stesi per terra per rendere più confortevole la seduta e, soprattutto, un banchetto del BIRRA distribuirà alcune riviste a chi non avrà portato un libro con sé. Maltempo permettendo, ci vediamo in Piazza Verdi per leggere insieme: accorrete numerosi per ridare un senso al centro della zona universitaria.

[Tabard >> Piazza di lettura]

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Esco di casa.
Si avvicinano in due, mi chiedono scusa hai una sigaretta?
Penso oh cazzo, qui si mette male, poi però dico a me stessa che non c’è nulla di cui avere timore: vivo a Bologna, in fondo. Qui le donne le stuprano solo, mica le ammazzano di botte.

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C’è una luce strana, al tramonto.
Niente colori caldi, niente riflessi sulla superficie dei laghi, solo un azzurro vagamente grigiastro ma incredibilmente luminoso.
È il cielo che non ti stupisci di trovare, a conti fatti, sopra la tua testa e a questo vento che, testardo, continua a spettinarti i capelli.
Hai smesso di farci caso, al vento.

È già Natale, qui a Copenhagen, da almeno quindici giorni buoni.
Con la scusa di portare Ephram in giro, cammini per le strade della Strøget con un caffelatte-to-go in mano, mescolandoti ai turisti e a chi fa acquisti natalizi, e rivelandoti ogni tanto per quello che sei – nulla più che una straniera – facendo una foto, a questo o a quel particolare.
Ti viene da ridere, nel sentire una coppia di busker impegnata ad allietare la clientela della strada dello shopping più lunga d’Europa con le note di no tiengo dinero, e però ti senti grata per quel sorriso, il tuo e quello degli altri.
Cuori, luci, decorazioni, le vetrine dei negozi traboccanti di pacchi e pacchetti, offerte natalizie e abitini cortissimi e pieni di strass, come se capodanno fosse domani. Alberi di Natale, lo julemarked (mercatino di Natale) lungo il Nyhavn – vale a dire il canale più fotografato della città -, gente che pattina sul ghiaccio e poi tantissime candele colorate. Ovunque.
Ti chiedi come sia possibile tutto questo calore, e ne cerchi uno simile frugando tra i ricordi che hai dell’Italia, di Bologna, ma tutto quello che ti viene in mente è freddo, fretta, silenzio. Gente che corre, gente che biascica lamenti per via del tempo, gente che sbadiglia davanti alla vetrina di un negozio.

Strøget, Christmas time

Entri da un bager, un panettiere, chiedi una ciabattabrød ma sai già che la commessa ti guarderà perplessa, per via del modo strano in cui hai pronunciato la parola ciabatta. E sai già anche che ti verrà spontaneo sorridere, ancora una volta, quando lei ti correggerà chiedendoti se, per caso, è una cibatti quello che vuoi. Yes, dirai semplicemente. Yes, please.
E con in borsa la tua ciabattabrød che è tutto meno che una ciabatta, e che però è anche la cosa più simile alla tua concezione di pane che hai mangiato finora, e con in borsa il croissant al cioccolato reclamato più volte dalla golosità di Ephram, ti incammini verso Amalienborg, la residenza reale, e ti godi quel che resta di un cambio della guardia scarsamente illuminato, prima di rientrare alla hus piccina picciò, che ormai è diventata la tua, ennesima, casa.

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Pause.

L’urgenza di mettere un attimo in pausa la mia vita, di congelare in un fotogramma questo non ancora inverno, gli sguardi intrappolati tra le prime sciarpe e i capelli spettinati dal vento, tra il grigio dell’asfalto e quello del cielo, un cielo pesante che sia la pioggia che la notte rivendicano per sé.

Conto menododici, e d’improvviso questa malacopia dell’inverno si trasformerà in una diversa bruttacopia dello stesso inverno, più fredda, più buia, più umida e più ventosa, ma che a me parrà più piacevole. E quel mezzo pezzo di cuore che batte, dentro, accelererà un poco il ritmo.

Adesso, però, premo il tasto pause, e fermo lo scorrere rapido del tempo, e rallento la frequenza cardiaca.

Mi stendo sul letto, comincio uno dei due libri che ho comprato oggi.
Nonostante la pila dei libriancoradaleggere abbia già da tempo assunto dimensioni spaventose, nonostante ne abbia già a mezzo altri, di libri.

Leggo e lascio che siano gli altri a decidere la rotta, e occupo la mia mente cercando di seguire quella direzione alla cui definizione non ho contribuito, nemmeno parzialmente.
Pausa, voglio non dover decidere, non dover soppesare, non dover considerare, non dover preferire.
Ho voglia di perdermi, e di farlo come meglio mi riesce.

E quindi non apro msn, non apro gtalk, lascio che lo stato sia occupato, per quanto riguarda skype, e non controllo bloglines né scarico la posta.

||, pausa.

Che il mondo vada pure avanti senza di me, nel frattempo.

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