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Archive for 16 ottobre 2008

ti scriverei una lettera, adesso. una lettera di carta, una lettera di quelle che non scrivo più da anni. e non è che avrei qualcosa da dirti, almeno non più di quello che ti ho appena detto. ma vorrei che le tue mani accarezzassero riscaldassero stringessero le stesse parole – senza voce – vestite della mia grafia sgraziata, ché quello che scrivo lo sai non si capisce, e le lettere sono grandi piccole rotonde e spigolose, e però tu non ti ci sei mai perso, e in effetti il significato l’hai ritrovato anche questa volta, pur nel mio arrotolarmi su me stessa. e poi quando scrivo, a mano, di solito vado storta e dalla prima all’ultima riga la grafia cambia, la mia grafia che è tutto tranne che una calligrafia, e ora lo so, ora l’ho imparato che brutta calligrafia non si può dire, che è un ossimoro. e quando ero alle scuole medie avevo questa convinzione che la grafia – ancora la chiamavo calligrafia – delle femmine dovesse essere bella, per forza, che dovesse essere elegante, e invece quella dei maschi era tirata via, e chi non capisce la sua scrittura è un asino, per alcuni di natura, per altri addirittura. e la mia non era così brutta, ma. alle elementari, la maestra mi disse che, visto e considerato come scriveva mia madre, mica ci si poteva aspettare, da me, che scrivessi bene. e io non capivo dove stesse il legame tra la mia grafia e quella di mia madre, che tra l’altro mi piaceva da morire l’idea che riuscisse a fare una firma tutta tonda e armoniosa – anche lei ha due nomi che in realtà sono un unico, primo nome – che sembrava quasi musica, solo a vederla. e, soprattutto, non capivo che problema avesse, la mia grafia, fintantoché le h erano al posto giusto e i congiuntivi pure. avevo ragione io, comunque.

ti scriverei una lettera, adesso, per raccontarti – senza dirlo – che ancora uso quasi esclusivamente la biro nera, che quella blu mi pare chiassosa e non necessaria, e vedresti le sbavature dell’inchiostro, nella metà destra della pagina, e capiresti che ancora appoggio la mano, quando scrivo, e rubo un po’ di colore alla riga sopra, e lo trascino via. e potresti immaginarti la mia mano sporca, come quella dei bambini che colorano il foglio e il tavolo e la maglia e riescono non so come a macchiarsi pure la faccia e a volte anche il muro della parete opposta – io una volta ci feci un disegno con la matita, sul muro, ero piccola piccola piccola, e ci rimasi così male quando i miei genitori lo videro e si arrabbiarono e mi fecero cancellare tutto con la gomma, e io piangevo e cancellavo e piangevo e cancellavo – e ti metteresti a ridere. o forse te la scriverei con la matita, ché lo sai la grafite la preferisco all’inchiostro, anche a quello nero, e allora vedresti le cancellature e le riscritture e troveresti i punti esatti in cui mi sono fermata a scegliere le parole, in cui ho pensato se fosse meglio dirti una cosa in un modo oppure in un altro. e magari apprezzeresti il fatto che, in un modo o nell’altro, alla fine sono riuscita a dirtela comunque.

ti scriverei una lettera, e sarebbe lunga lo sai, perché se le parole partono poi le mani non si fermano, e anche col cerotto sul medio – stringo ancora troppo la biro, lo capiresti da una lettera? – riuscirei ad accumulare parole su più pagine, e subito ti spaventerebbe, quell’adagiarsi asimmetrico, ma poi i tuoi occhi prenderebbero a seguire il ritmo accelerato del mio scrivere, che è lo stesso del nostro camminare e tutti infatti ci chiedono perché mai corriamo, se per caso abbiamo fretta. e noi fretta non ce l’abbiamo mai, anche se siamo sempre di corsa, anche se io sono sempre di corsa e tu invece certe volte arrivi prima di me, procedendo più lentamente. e corro anche quando scrivo, io, e la mia grafia si fa meno bella ancora, e questo certo che lo vedresti, dalla lettera. ma capiresti l’urgenza, sentiresti il battito accelerato e non credo ti dispiacerebbe, in fondo.

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