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Archive for 1 settembre 2008

parte prima

Se non altro, la mia prima conferenza internazionale ha messo in luce tutta una serie di errori grossolani che, spero, saprò evitare accuratamente in un futuro (mi auguro) neanche troppo lontano: estrarre dalla borsa un pacchetto di fazzoletti con sopra disegnati i Looney Tunes, proprio di fronte a un famoso professore straniero, per esempio, direi che non è stato esattamente il modo migliore per inaugurare la mia carriera da ricercatrice. Nemmeno “zittire” il telefono mettendo bene in mostra il Tigro stampato sul calzino porta-cellulare, a pensarci bene. Rivolgere poi al famoso professore straniero di cui sopra – nel momento in cui ha finto un moderato interesse nel mio lavoro – la mia migliore espressione da morte-per-attacco-cardiaco, dev’essere stata la ciliegina sulla torta. Per esperienza personale, posso dire che la faccia da holy shit he’s talking to me non fa fare bella figura. Affatto. Doveste trovarvi mai al mio posto, sconsiglio caldamente un qualsivoglia tipo di slalom, per quanto atletico, tra i piedi dei conferenzieri comodamente seduti al bar della piscina, specie se accompagnato da un quanto mai professionale Espera! Espera! Caipirinha! Caipirinha!, urlato al ragazzo dietro al bancone, in procinto di abbassare la serranda; sedermi alla tavola della professoressa australiana che si è detta interessata a ospitarmi nel suo gruppo di ricerca per qualche mese, decisamente allegra a seguito della caipirinha precedentemente scolata, manco a dirlo con nello stomaco il vuoto cosmico, è stata un’altra mossa vincente. Uno dei miei errori più grandi, tuttavia, è stato ritenere che l’inglese spalanchi le porte dell’intero pianeta: in Brasile si parla portoghese, e chi non lo conosce (io, per esempio) ha più speranze nell’azzardare un’avventurosa commistione di italiano, spagnolo e gestualità, piuttosto che nell’incaponirsi su un do you speak english che, nella migliore delle ipotesi, porta al più innocente dei no. In tutti gli altri casi, una pittoresca espressione del mio interlocutore mi ha fatto capire che non aveva la benché minima idea di quel che gli stavo dicendo. Certo, mostrare al tizio del baggage claim la mia valigia devastata dal viaggio aereo, con rotella penzolante a corredo, ha rappresentato una modalità di dialogo piuttosto eloquente; tuttavia cercare di interpretare la sua risposta non è stato altrettanto semplice. Regola fondamentale dell’America tutta, poi: l’aria condizionata se c’è si usa, e se la si usa, la si mette al massimo. Sempre. Mai partire dal presupposto che l’inverno brasiliano, una ventina di gradi Celsius, permetta l’utilizzo delle mezze maniche indoor: prego notare la foca Sibert che mi sedeva accanto nella sala conferenze, anch’essa un poco infreddolita (mai quanto me, comunque). Ho guardato di traverso il docente statunitense che, camicia e pantalone grigio elegante, ha tenuto il proprio talk con ai piedi le crocs blu, e ho fatto decisamente male: alla fine la sua presentazione si è rivelata una delle più interessanti dell’intero workshop. Da ultimo, dovesse mai capitarvi di venire disimbarcati da un aereo dopo poco meno di quattro ore di attesa (col velivolo fermo in pista) e a seguito di un’ispezione tecnica a uno dei motori, evitate, se potete, di mandare mentalmente a quel paese – più e più volte- l’intero equipaggio; in particolare risparmiatevi gli improperi indirizzati al pilota, il quale ritiene sia più sicuro per tutti cambiare aereo piuttosto che partire lo stesso: il giorno seguente un altro pilota su un altro velivolo in un’altra nazione potrebbe fare una scelta differente, e non sempre va a finire bene.

parte seconda

Dice che è la migliore caipirinha di tutto il Brasile. Di certo, la migliore che abbia mai bevuto. Afferrare per le spalle il mio naturale senso di inadeguatezza e tuffarcelo dentro, fino a sentirlo morire, piano, tra le mani: ben fatto, e me lo dico da sola. Leggeri, i giorni, come i nomi delle tue stelle, quelle che mi indichi, quelle che il mio emisfero non conosce, leggeri come le luci di São Pedro poco dopo il tramonto, mentre il respiro affannato dalla corsa piano torna regolare. Dimenticarsi di non essersi mai incontrati prima e raccontarsi un futuro e un passato, i miei genitori, i tuoi figli, e poi promettersi altre parole ancora, e un qualsiasi posto nel mondo va più che bene. Ero preparata a spalancare gli occhi, sì, quegli occhi strani che hanno ingannato anche te, a renderli i più grandi possibili al fine di stiparli di immagini; mai avrei immaginato di dover procacciare altro spazio al mio cuore, né di riuscire a esaurirlo nel giro di qualche giorno soltanto. Incredibile quanto della propria vita si riesca a capire quando si smette di inchiodarsi alle stesse domande, quando si indietreggia un poco e si volge lo sguardo altrove. Tra il grigio dei palazzi e i colori impolverati delle baracche addossate le une alle altre, tra le insegne dipinte sui muri e sui chioschi, qui salame e vino rosso, e il prezzo di favore del taxi concordato per te dal dipendente di un albergo che non è il tuo albergo, lungo le salite e le discese delle strade dello stato di São Paulo, le salite e le discese del portoghese cantilenante che parlano qui, la mia esistenza ha sterzato bruscamente verso un’ennesima strada sterrata. Eppure mi è sembrata, eppure ancora mi sembra, una delle migliori direzioni possibili, e forse è per via di quel tuo sorriso, di quel tuo abbraccio, forse è per via di quegli indirizzi scarabocchiati sul pezzo di carta che tuttora mi aspetta nella borsa. Oppure, credo, è solo grazie a quella porzione di pensieri che il tuo apparato cardio-sentimentale ha già passato al setaccio, un paio di anni fa e prima ancora che diventassero miei, se ora ho capito di non saper fare certe scelte o di non volerne non fare altre. Tiro a indovinare le parole nello schema del cruciverba, e lo so che avresti qualcosa da ridire sui miei incroci.

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