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Archive for 21 maggio 2008

Femminismo a Sud >> Giocare allo stupro
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Ottanta è un numero enorme e non voglio nemmeno considerarlo. Prendiamo solo i 23 che sono sotto inchiesta. 23 sono tante persone. 23 sono così: I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I. Possibile che a nessuno di questi 23 sia venuto un barlume, un accenno, un aborto di pensiero che in quello che stavano facendo c’era qualcosa di sbagliato? 23 sono tanti, 80 è una cifra che non voglio nemmeno considerare

[Tostoini, il grassetto è mio]
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Voglio credere che sia così, che il dubbio, quel dubbio, non sia venuto a nessuno di loro. A nessuno.
Perché se anche solo a uno di loro il dubbio è venuto, allora io davvero non so spiegarmi come possa aver continuato a fare quel che ha fatto.
Nel qual caso, abbiamo voglia di dare la colpa ai modelli sbagliati, all’educazione ricevuta o alla totale mancanza di educazione, alla declinazione polimorfa del chi ce l’ha più lungo e al vecchio adagio del tutte le donne sono puttane.
Nel qual caso, possiamo risparmiare il fiato.
Perché se sei convinto di prenderti una cosa che ti spetta di diritto, se credi che questo sia l’unico modo per dimostrare agli altri, ma soprattutto a te stesso, che non sei il perdente e lo stupido che in verità sei, se pensi che quello che fai è solo una bravata che finisce quando ti riallacci i pantaloni, se ritieni che un domani ne riderai con gli amici, se già adesso ne ridi con gli amici, allora sei un deficiente, nel senso letterale di carente di intelligenza e di buon senso, sei un povero inetto, un incapace, una persona che non possiede alcuna qualità sulla quale basare un’esistenza degna di questo nome. E non c’è niente che si possa fare. Niente. Ma se sai cosa stai facendo, se sei anche solo minimamente consapevole del fatto che le stai rovinando la vita, per sempre e in modo irreparabile, se hai anche solo il recondito sospetto che non passerà giorno senza che lei pensi a cosa le stai facendo, che non ci sarà uomo, mai più, capace di accarezzarla senza farle rivivere questo momento, senza far riemergere dai suoi occhi spaventati la tua espressione soddisfatta, senza far rispuntare dal suo naso il tuo odore, se lo sai e continui a fare quello che stai facendo, se lo sai e non ti viene da piangere, se sai cosa hai fatto e riesci a dormire la notte, e riesci ancora a guardarla negli occhi e riesci ancora a guardarti allo specchio, allora sei un mostro, sei la dimostrazione insindacabile che ogni guerra ci possa mai venire in mente di combattere l’abbiamo già persa in partenza, sei la chiara evidenza che non c’è più niente che si possa salvare.

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Mio padre è interista, uno di quegli interisti che sono interisti da sempre, uno di quelli che quasi ti viene il dubbio che ci siano nati, interisti.

Ho in mente una vecchia foto: una trentina d’anni in meno su quel volto arrossato dal freddo, un sigaro in bocca e un’orribile berretta di lana a righe orizzontali blu e nere, con scritto Inter. Poteva essere San Siro come il Dall’Ara, non so. Una volta mi ci ha anche portato, allo stadio: Bologna-Inter, e Dio quanto pioveva.

Mio padre è uno di quegli interisti che non s’incazzano mai con nessuno, quando prendono un gol su un rigore che non c’era; che non spaccano niente, neppure quando la squadra vince. Che non hanno problemi ad ammettere di aver fatto gol su un rigore che non c’era, e che comunque non alzano mai la voce, né al bar né davanti alla TV. Non fanno caroselli di auto, quando l’Inter vince lo scudetto, né si sentono più felici o sbeffeggiano gli altri.
Mio padre è uno di quegli interisti a cui il calcio piace, uno di quegli interisti che tifano Inter perché per una squadra bisogna pure tifare, e loro hanno scelto di tifare Inter, chissà poi per quale motivo, chissà poi se c’era, un motivo.
Mio padre è uno di quegli interisti talmente abituati a perdere che adesso nemmeno si capacitano di aver vinto lo scudetto. Papà, alla fine ce l’avete fatta!, gli ho detto oggi. Pare di sì, mi ha risposto, con quel suo sorriso a metà tra il timido e l’orgoglioso, mentre mia madre diceva che, sì, l’han vinto, ma han fatto di tutto per perderlo. È milanista, mia madre, ma in realtà del calcio non glien’è mai importato niente. Mio padre, invece, è interista. E, sospetto, è uno di quegli interisti che, dopo anni di patimenti silenziosi, dopo sconfitte ed eliminazioni e meline a centro campo, vorrebbe per una volta la grazia di una piccola e innocua soddisfazione senza troppe polemiche. Ma sa benissimo che questo non succederà mai.

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