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Archive for 8 marzo 2008

[, presa brutalmente in prestito dalla splendida Fraran]

Dimentica i sentimenti consueti: sono evaporati, nebulizzati, vaporizzati, sono morti e sepolti, e tali resteranno ancora per un po’ di tempo.

In queste ultime settimane la tua vita ha oltrepassato il limite degli aggettivi che si imparano alle scuole elementari, e le tue giornate non sono mai belle o brutte o lunghe o corte, e le tue passioni non sono mai intense o deboli o accese o sopite. Hai un universo intero, sotto la tua pelle, una tridimensionalità che va in scena ogni giorno seguendo un copione diverso, con le persone e i cani e i gatti e le scimmie urlatrici, e con le stelle e gli astronauti e le testate nucleari e i baobab, e con i maremoti e i terremoti e le tempeste di sabbia, e con i gelati e i lecca lecca e il burro di arachidi, e con i lombrichi e gli aquiloni e i kitesurfer e le pentole di monete nascoste alla base degli arcobaleni o sotto le croci rosse nelle mappe del tesoro.

E ti sembra di vedere meno, e dai la colpa alla stanchezza o alla nebbia, oppure alle lacrime e agli occhiali appannati dal freddo, e quasi diresti che il tuo corpo sta cercando di supplire a questa mancanza alzando il volume degli altri sensi, e tu la senti la fatica che fanno le tue ossa a tenerti in piedi, tu li senti i muscoli delle tue gambe che implorano un’ora di sonno aggiuntiva, e la tua forza di volontà che dice no, non ancora, e ci sono momenti in cui vorresti davvero spegnere questo sovrapporsi, compenetrarsi, accavallarsi di voci che si raggomitola nervosamente dentro di te, in cui vorresti davvero portarti l’indice alle labbra e chiedere, per favore, cinque minuti di silenzio.

Niente da fare, sei un susseguirsi di spasimi, un’incontenibile esplosione di rabbia addossata alle piastrelle bianche del bagno, un cronico stillicidio di lacrime che corrode le guance, l’improvvisa deflagrazione di una risata che scaglia in ogni direzione le schegge del precedente grigiore, sei un irrequieto garbuglio di speranze intrappolate dentro una gabbia di dubbi inespressi, sei la determinazione e l’ostinazione con cui l’amore controbatte tutte le limitazioni geografiche o temporali, sei la forza di gravità che ti tiene ancorata al suolo, e il frastuono assordante che fa la tua mancanza di umiltà quando ti apre una voragine sotto i piedi.

Ma tu, tu che hai cominciato a correre ancora prima di venire al mondo, tu che non sai arrenderti neanche di fronte all’evidenza, tu che hai dei sogni enormi che nascono quasi sempre prematuri e malformati e in debito di ossigeno, dei sogni che ti paiono sproporzionati per la tua piccola, minuscola, microscopica persona, tu che questi sogni li avvolgi in una coperta e li tieni al caldo, al sicuro, e poi li prendi per mano fino a che non sanno camminare da soli, fino a che, ancora più grandi e ingombranti, non entrano nella testa di un’altra persona, e cominciano poi a camminare con le sue gambe, e tu cominci un pochino a vivere agganciata al battito del suo cuore. Tu, tu non fermarti.

Cammina, e camminare è una delle poche cose che senti di saper fare bene: andare avanti, sempre e inevitabilmente avanti, a testa alta, a capo chino, a passo lento oppure di corsa. E magari fermarti un attimo, ma giusto il tempo necessario a reclinare la testa all’indietro, chiudere gli occhi e aprire la bocca, aspettando il bacio timido dei fiocchi bianchi di questa nevicata improvvisa, che ti riporterà indietro nel tempo a quando eri una bambina, e avevi tutto il tempo e il diritto di immaginare futuri improbabili dentro i quali sentirti a tuo agio.

Non fermarti, Chiara, non fermarti.

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