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Archive for 25 gennaio 2008

E che il blog resti apolitico, finché si può.

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vi posso dire che procede a gonfie vele, sul serio.

Quella che sta dall’altro lato della cattedra e che parla quasi esclusivamente danese (non si sa bene con chi parli, ma forse ha degli amici immaginari che la accompagnano a lezione) non sembra più così antipatica, anche se ieri ha cercato di convincermi che lo scambio di battute

– Ehi, Jytte, non sono tuoi questi guanti?
– Oh sì, per Søren!

è un esempio di eufemismo. Dove stia, questo eufemismo, io proprio non lo capisco. Però, dicevo, lei lì sorride anche, alle volte.

In tre settimane ho capito quale accezione diano i Merluzzi all’aggettivo intensivo posto a seguito della parola corso nei depliant informativi: sei lezioni, e siamo praticamente a metà del libro.

Ad ora sono in grado di contare fino a novemilanovecentonovantanove, e vi posso assicurare che da zero a venti sono una scheggia; sto cercando di imparare anche gli ordinali, ma ho qualche problema con terzo, quarto, quinto e sesto, e ancora quando quella che sta dall’altro lato della cattedra me li chiede (perché ci interroga anche, lei lì, e ci dà pure i compiti!), io accodo alla radice del cardinale un suffisso tirato a caso. Sbaglio sempre, manco a dirlo.
La data non ve la so ancora dire, perché la settimana scorsa la profe ci ha minacciato di insegnarci i nomi dei mesi ma poi grazie al cielo si è scordata. Comunque, per dire le date si usano gli ordinali, e se per disgrazia vi capita di perdere la cognizione del tempo il tre, il quattro, il cinque o il sei del mese non contate su di me. L’ora la so dire, però perdo un po’ di tempo per fare i calcoli algebrici necessari, e quindi se avete fretta è meglio che chiediate a qualcun altro. In compenso, i giorni della settimana sono una delle mie specialità, con tanto di albero genealogico delle divinità nordiche da cui deriva il loro nome.

Ho imparato la versione danese della canzoncina con le lettere dell’alfabeto (prossimamente nei migliori ipod), e se volete vi posso fare pure lo spelling delle parole. Però bisogna che me lo chiediate in italiano, o al massimo in inglese, perché io come si dice in danese “puoi fare lo spelling?” non me lo ricordo mai, e quindi potrei non capire che cavolo volete da me.

Il mio quaderno di danese non ha nulla da invidiare ai miei quaderni di prima elementare: è pieno zeppo di frasi del tipo “mi chiamo Anna Chiara”, “sono italiana”, “qui a Copenhagen abito a Nørrebro”, “ho dimenticato a casa la matita mi puoi prestare la tua per favore?” e via dicendo. Spero di non dover scrivere mai “la mia mamma è molto bella”. Dovesse capitare, leggerete in qualche trafiletto minuscolo di un qualche giornale insulso di un’italiana che si è sparata in bocca a Copenhagen.

Durante ogni lezione quella che sta dall’altro lato della cattedra ci fa ascoltare un dialogo, e noi dopo il secondo ascolto consecutivo dovremmo saper dire se le affermazioni riportate sotto sono vere o false. Il condizionale è quanto mai d’obbligo, dato che io di quei dialoghi non capisco mai una fava. È anche vero che se i tizi che parlano non avessero sempre o quattro anni, o la bocca piena, o un forte accento di questa o quella regione, o non fossero intubati, o non stessero arando un campo con un trattore super rumoroso, magari io potrei anche comprendere qualcosa di quel che blaterano. Ieri, comunque, ho stupito tutti: sono stata l’unica a capire che era vero che la bicicletta della piccola Pernilla era punkteret. Questo perché gli altri non si erano accorti che in cima alla pagina c’era il disegno di una bici con un chiodo piantato in un copertone, e io mica lo sapevo che cavolo significasse punkteret, ma sono andata a intuito.

Un mio compagno di classe ha avuto la geniale idea di raccogliere tutti i nostri indirizzi email e di creare una mailing list, allo scopo di permettere a chiunque rimanga assente di informarsi su quanto è stato fatto e sui compiti assegnati. Idea geniale, ribadisco, perché detta ML è stata utilizzata fin da subito per organizzare le sbevazzate di gruppo.

L’altro giorno il tabaccaio quasi-sotto-casa ha cominciato ha parlarmi in danese, al che io gli ho risposto “i’m sorry, i don’t speak danish”. E lui, subito,

– hvor kommer du fra?
– jeg kommer fra Italien

Entusiasmato dalla mia uscita felice, ha ricominciato (come se avesse mai smesso…) a parlarmi in danese, e così la prossima volta ci penso due volte prima di fare la figa in giro.

In cima alla hit parade delle mie parole preferite campeggia incontrastata, dal primo giorno di lezione, selvfølgelig, che vuol dire ovviamente, naturalmente, e che si legge sefoulli. Al secondo posto, direi, chokoladekage, torta al cioccolato, che si pronuncia sciucoleelkel, o qualcosa di simile. Peccato che a me le torte al cioccolato non piacciano, ci sarebbe da divertirsi nel chiederne una fetta.

Infine, se andremo mai al bar assieme e vorrete che io ordini anche per voi, potrete scegliere tra tè (tazza o caraffa), caffè (tazza grande o piccola – ma tanto sempre brodaglia è), cappuccino, birra (in bottiglia o alla spina), vino (rosso o bianco), soda, acqua, un croissant, una fetta di torta al cioccolato o un panino (al pollo, al prosciutto o al formaggio). Altro non so dire.

Però saprò omaggiarvi con un perfetto tusind tak, grazie mille, nel caso offriate voi.

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