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Archive for 14 ottobre 2007

Sveglia alle ore 06:45, ovvero dell’impossibilità di truccarsi in modo decente con tanto sonno e tanta fretta, e in crisi d’astinenza da caffè.

Metto in borsa un paio di collant di scorta, garanzia di non smagliare quelli che indosso, Ephram si porta una cravatta di ricambio, e chi lo canzonava per questo ha avuto modo di cambiare idea alla vista della propria bagnata nel caffè. In compenso, Ephram è riuscito a pucciare la sua nel miele, e bisogna ammettere che la cosa non è da tutti.

Colazione veloce e pericolosissima (zucchero a velo e crema calda, e forza di gravità), la nostra, e poi via per la E45, tutta buche e santi tirati giù dal cielo: ascoltare canzone per un’amica di Guccini tra un cratere e l’altro è un’esperienza che mi sento di raccomandare a chiunque.

Al matrimonio di Marco e Serena, ieri, ero una delle poche donne sopra i sedici anni – forse l’unica, a ben pensarci – con un tacco irrisorio, e mentre guardavo con invidia le decine di centrimetri ausiliari ai piedi delle altre, ripetendo “ditemi qual è il vostro segreto, vi prego, voglio imparare anch’io”, ringraziavo il cielo per essere già stata a Spello, in passato, e per avere optato per un paio di scarpette a punta rasoterra.
Riccardo, ti devo una birra: segnalo.

Marco e Serena

Ephram si commuove al momento del sì (e non solo), Ephram saluta gli amici e poi si gira verso di me dicendo “accidenti, non te l’ho mica presentato” per ognuno di loro, le amiche di Ephram che vengono spontaneamente a presentarsi, ché ormai lo conoscono e sanno che se aspettano lui aspettano un pezzo.

Ho fatto, com’è mio solito, centinaia di foto, scimmiottando il fotografo ufficiale col mio bianco e nero amatoriale, e rubando volti e gesti rigorosamente non in posa agli sposi, agli invitati, al testimone d’emergenza. E, ancora, se penso che il testimone ufficiale ha dato buca all’ultimo momento con una scusa tutto-meno-che-plausibile, non so se ridere o piangere.
Ho fotografato scarpe e piedi nudi, ché m’han spiegato che è tradizione, e ho preso appunti per un eventuale, futuro, matrimonio: sì al pranzo veloce (poco più di due ore a tavola possono ampiamente bastare), sì al cambio d’abito, sì alla sposa scalza quando i piedi implorano pietà.

piedi

Nessuno mi ha tirato una fetta di torta in testa – sì una torta senza cioccolata, evviva! – nemmeno quando ho spiegato a un’invitata che Little house in the prairie, nome del loro tavolo, è il titolo originale de La casa nella prateria, e io ho resistito a mia volta alla tentazione di sbatterle la testa contro il muro più vicino quando lei mi ha risposto “ma come, noi veniamo dal mare…”. Senso dell’umorismo pari a quello della tipa che mi ha arsa viva con lo sguardo quando si è accorta che avevo fatto una foto di gruppo nella quale, per puro caso, era venuta anche lei.

altri piedi

Per il resto, risate, battute, abbracci e lo scambio di piatti come fossero figurine: io ti do il primo se tu mi dai il secondo, io ti do il formaggio se ti finisci anche il maiale con le prugne, io mangio tutto quello che mi date, io non posso mangiare niente.

E, tornando a casa, cantare (argh!) le canzoni di Carmen Consoli, e ancora non mi spiego come Ephram sia riuscito a non abbandonarmi in una piazzola di emergenza dell’autostrada. Sant’uomo.

[La foto degli sposi è un po’ sfocata, lo so, ma a me piace]

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