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Archive for 2 settembre 2007

La mia vita è divertente, sì.
Quando più, quando meno.

Adesso, dopo aver seminato ondate di panico in merito al mio stato di salute fisica (che, si sa, quella mentale è andata a peripatetiche da mò), vi racconto di nuovo una storia che avete già sentito.
O, meglio, vi racconto quel che è successo subito prima.

Sono arrivata al pronto soccorso che sarà stata l’01:40am, tremante e dolorante, scortata da mio padre.
L’infermiere all’accettazione mi ha letteralmente fulminato: probabilmente i suoi piani per la notte prevedevano un sano e genuino riposo, non ben conciliabile con la mia presenza di fronte a lui.

Credo di avere un principio di appendicite, dico.
Seconda occhiataccia, scorre a grandi lettere sul suo capo la scritta rossa “peste e malaria colgano che si fa la diagnosi da solo”.
Mi sento in obbligo di dare delle spiegazioni, do delle spiegazioni, elenco i sintomi e dico che l’ho già avuta due anni fa, l’appendicite.
Le occhiatacce van via come il pane.

La dottoressa che mi visita ha il nome di un pesce. O, almeno, la chiamano così (verrò a sapere, dopo, che il suo nome proprio è persino peggiore).
Giovane, carina, disponibile. Il lato umano del servizio sanitario nazionale, praticamente.
Mi chiede se prendo la pillola, se il ciclo mestruale è regolare, quando ho avuto l’ultima mestruazione.
Rispondo sì, sì, la settimana scorsa. E poi mi chiedo che cosa c’entri tutto questo con la mia appendicite.
Mi dice che ha già avuto altre sorprese in passato, che non si sa mai, che il fatto che io prenda la pillola e abbia il ciclo regolare non vuole dire molto.
Ah no?! Evviva.
Bene, facciamo un emocromo per controllare il livello dei globuli bianchi, sentenzia, ma per prima cosa a) questa è una provetta e b) quello è un bagno: et voilà, test di gravidanza. E sia.
Nel frattempo, non sanno come fare a dire a quelli del laboratorio che il mio sangue e la mia urina sono effettivamente il mio sangue e la mia urina.
Fa due o tre prove, goldfish, poi mi guarda desolata e mi comunica che il sistema è bloccato, la stampante non funziona, e che quindi non sa bene come fare a identificare le provette da fare analizzare.
“Io odio windows”, la scritta a caratteri cubitali che mi scorre sul capo.
Alla fine il barbatrucco che risolve la situazione si rivela essere una normale etichetta bianca, sulla quale, a penna, vengono trascritti i miei dati.

Mi parcheggiano in astanteria, con la mia barella scomoda e la flebo nel braccio.
Mio padre, beatamente ignaro, mi rimbocca le coperte e mi ripete Ma pensa te quanto è efficiente la sanità italiana, che ti fa le analisi delle urine anche se non servirebbero, solo per verificare che sia tutto a posto, che tutto vada bene.
Io, nel frattempo, penso Fa che non sia incinta, fa che non sia incinta, fa che non sia incinta. Come se avessi sedici anni, uguale uguale.
Ogni tanto mi volto verso mio padre e gli sorrido, perché se sospettasse anche solo lontanamente che cosa sto pensando morirebbe d’infarto, nella migliore delle ipotesi.
Guardo la gocciolina della flebo e penso Fa che non sia incinta. Per due ore buone.
Chiunque entri, goldfish o infermiera, chiedo quanto ci vuole per le analisi.
Mi trattano come una bambina, mi chiedono Come va il pancino. Ho tanta bua, vorrei rispondere, così la smettono di comportarsi da cretini, ma mi trattengo. Tutto sommato, non sono nella posizione (e nel mood) migliore per fare la simpatica.

Ore 03:40am, circa.
Arriva l’infermiera, dice Abbiamo i risultati della analisi, vieni con me che devi fare un consulto.
Ta-dan: meraviglioso.
Mi carica, barella e tutto, in ascensore, con mio padre dietro, cagnolino fedele.
Tlin, si aprono le porte dell’ascensore, alzo gli occhi lentamente: una porta chiusa, una scritta sopra di essa.
Reparto di ostetricia e ginecologia.

Ora, credo che l’espressione “cagarsi in mano” renda piuttosto bene il mio stato d’animo, in quel momento. Comunque.

Altro ambulatorio, altre infermiere e altra dottoressa che preferirebbe di gran lunga essere a dormire, invece che dover visitare me.
Dico stronzate e infilo brutte battute a nastro, giusto per sdrammatizzare un minimo.

Emm… mi devo preoccupare, quindi.
Perché?
Sa, prima il test di gravidanza, ora mi portano in questo reparto.
Chissà com’è che oggi sei la seconda ragazza che fa questo discorso.
…e dire che son venuta qui convinta di avere un’appendicite.

Dieci minuti di ecografia, la dottoressa non dice una parola, le infermiere mi fissano, io perdo anni di vita come se piovesse. Cerco di capire se in quel marasma di bianco e nero si veda, per caso, un coso che fa ciao con la manina e dice “Mami, arrivo, tu intanto butta la pasta”. Niente.

Alla fine di tutto ‘sto strazio, il medico mi comunica che le mie ovaie stanno benissimo, e che posso andare.

Sono le 04:25, ormai, e nel frattempo ho rischiato il frontale tra barelle, perché il tipo che scarrozza me ha la testa da un’altra parte.
Arriva goldfish e mi dice che, in effetti, i bianchi sono un po’ alti, domani mattina rifacciamo l’emocromo e vediamo come sta l’appendice, e al limite consultiamo anche un chirurgo.

Lo sapevano da quasi un’ora, loro, che il test era negativo.
Spero almeno che si siano divertiti.

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